«Senza unità sul lavoro non torna il sole» di Pierre Carniti

È morto a Roma, a 81 anni, lo storico sindacalista Pierre Carniti. Nato a Castellone, in provincia di Cremona, nel 1936, nipote della poetessa Alda Merini, è stato segretario della Cisl dal 1979 al 1985. Parlamentare europeo per due legislature, dal 1989 al 1999, Carniti è stato anche senatore, eletto con il Psi, nel 1993 e nel 1994.

Per ricordarlo proponiamo il suo discorso al convegno organizzato il 6 dicembre per celebrare i suoi 80 anni (da Eguaglianzaeliberta.it, EL online Eguaglianza & Libertà rivista di critica sociale). In quell’occasione le Edizioni Lavoro pubblicarono un libro (“Pensiero, azione e autonomia”) con un racconto autobiografico, vari saggi e dieci testimonianze di protagonisti del mondo sindacale. 

Consentitemi una brevissima premessa. Quando pochi giorni fa Raffaele Morese mi ha comunicato che gli serviva il testo scritto del mio intervento per oggi, richiesta del tutto inconsueta, per un momento mi è balenato il sospetto che la formula canonica utilizzata secoli fa dal censore ecclesiastico per le pubblicazioni a stampa ammesseNihil obstat quominus imprimatur” (nulla osta a che sia stampato) fosse stata fatta propria da un oscuro censore laico per gli interventi orali: “nulla osta che sia pronunciato“. Mi sono però subito reso conto che la spiegazione era assai più semplice. Persino banale. Poiché questa riunione ha una durata limitata, gli organizzatori volevano essere certi che non avrei sforato il tempo che mi è stato assegnato.

Venendo al dunque, voglio innanzi tutto ringraziare i tanti che, al di dei miei indiscutibili limiti, hanno voluto benevolmente manifestarmi, in tutti gli ultimi anni ed anche in occasione di questo incontro, perduranti legami di simpatia ed amicizia. Tuttavia, come dice il proverbio latino: “amicus Plato, sed magis amica veritas“, non posso esimermi dal confermare i “dubbi“, le “perplessitàespresse a Raffaele Morese e Mario Colombo, quando mi hanno informato del loro progetto. Le ragioni delle mie obiezioni erano e restano semplici. Come sappiamo tutti nella pubblicistica dedicata esistono due tipi di scritti. Il primo “in memoria di” per celebrare personaggi defunti più o meno celebri, il secondo in “onore di“, di norma riservati a professori universitari che hanno concluso meritevolmente la loro attività accademica. A parte ogni altra considerazione, voglio sperare che sia prematuro inserirmi nella prima tipologia. Mentre per la seconda è del tutto evidente che non ne ho i requisiti.

Conoscendo le mie obiezioni il bravissimo Paolo Feltrin, con un espediente narrativo, ha trasformato ilsuoscritto in unamiaauto-commemorazione. Per farla brave, voglio però dire che questo modesto contenzioso, non intacca certo i rapporti di forte amicizia. Del resto la vera amicizia non presuppone affatto la condivisione acritica di tutti i giudizi, di tutte le rispettive opinioni. Resta il fatto che pure questo piccolo diverbio costituisce una conferma della mia diffidenza verso la vulgata popolare, secondo la quale la vecchiaia porta saggezza. Personalmente resto invece convinto che non è vero che quanto più si invecchia tanto più si diventa saggi. Semplicemente si è meno ascoltati. Del resto lo si osserva anche nel rapporto tra le generazioni. Non fosse altro perché assai spesso i vecchi si ripetono ed i giovani non ascoltano. Risultato: la noia è reciproca.

Venendo al tema che è stato proposto per questo nostro incontro cioè illavoro per tutti”, vale a dire l’obiettivo della piena occupazione, dico subito che malgrado al futuro si dovrebbe sempre guardare con ottimismo, per quanto riguarda il lavoro l’Italia sembra sfuggire a questa regola. Il “lavoro per tutti” non c’è ed, allo stato, non esistono realistiche prospettive che la situazione possa cambiare significativamente. Quanto meno nel breve, medio periodo. Intanto perché la crescita annua dello zero virgola (o anche dell’uno per cento) non può risolvere il problema. In quanto non è in grado nemmeno di compensare i posti di lavoro che si perdono per l’effetto del sempre maggiore impiego dell’informatica, della robotica, dell’automazione. Non solo nel settore manifatturiero, ma anche in quello dei servizi. A questa situazione non si riesce certo a porre rimedio con interventi, tanto enfatizzati quanto ininfluenti, della normativa relativa al mercato del lavoro. In quanto, per ben che vada, al massimo sono dei semplici placebo.

Aggiungo che ci sono tre cose alle quali non ho mai creduto nella mia vita: gli oroscopi, i pronostici e le interpretazioni statistiche. A quest’ultimo proposito il leader conservatore inglese Benjamin Disraeli sosteneva che ci sono tre tipi di menzogne che non era disposto a sopportare: le bugie, le bugie gravi e le interpretazioni statistiche. Difficile dargli torto se solo pensiamo al vociante dibattito mediatico che ha accompagnato la pubblicazione mensile e trimestrale dei dati Istat su occupazione e disoccupazione.

In ogni caso, il punto da tenere ben presente è che la disoccupazione dilagante con cui siamo alle prese è la somma di diversi fattori. In primo luogo una globalizzazione finanziaria sregolata che, pur avendo consentito anche qualche risultato positivo, ad esempio per alcune centinaia di milioni di persone (soprattutto in India ed in Cina) di uscire da una condizione di povertà assoluta, ha tuttavia contemporaneamente prodotto ed assecondato un parallelo aumento di diseguaglianze intollerabili. Sia a livello mondiale, sia soprattutto nei paesi occidentali (in Italia in particolare). Il tutto caratterizzato da una contestuale svalutazione dei diritti e del costo del lavoro, assunti nella maggior parte dei casi, come il terreno fondamentale, se non esclusivo, della competizione commerciale. Inoltre, sul piano economico hanno pesato tanto le politiche deflazionistiche, quanto i limiti di investimenti pubblici e privati sempre più asfittici. Per fare buon peso, negli ultimi anni si è teorizzato e praticato la disintermediazione dei gruppi intermedi. Si è insomma sostenuto che, nella attuale fase economica e sociale, si poteva ormai fare a meno della mediazione delle grandi organizzazioni del lavoro e della contrattazione. Il risultato è sotto i nostri occhi. Credo però sia giusto fare anche notare, sperando che non si tratti di fuochi di paglia, qualche positivo segnale di inversione di tendenza negli orientamenti culturali e pratici delle controparti, sia private che pubbliche. Considero un indizio di questo ravvedimento culturale la recente firma del contratto per un milione e seicentomila metalmeccanici e per tre milioni e trecentomila statali.

Tuttavia, per quelle che ho sommariamente richiamato e per tante altre ragioni che potrebbero essere aggiunte, penso che il lavoro, la disoccupazione, siano da assumere come il problema cruciale economico e sociale del nostro tempo. Non solo per i milioni di persone coinvolte, ma per quasi tutte le famiglie. Perché più o meno in ogni famiglia c’è uno o più componenti che temono di perdere il lavoro, o lo hanno perso e non riescono più a trovarlo. A cui si somma la condizione sempre più disperante per il futuro dei figli. Costantemente in balia di una dilagante disoccupazione giovanile, che ha superato ogni soglia di tollerabilità.

Intendiamoci. Essere disoccupati oggi, malgrado la povertà assoluta tenda continuamente ad aumentare, non significa necessariamente non fare nulla, o morire di fame, come capitava alla generazione dei nostri padri e dei nostri nonni. Ma significa sempre essere esclusi. Perché. anche se molte cose relative al lavoro sono cambiate – basti pensare all’organizzazione del lavoro, alla cultura del lavoro, al rapporto tra le persone ed il lavoro – tuttavia, malgrado le continue trasformazioni, il lavoro resta una fattore decisivo di appartenenza, di identità individuale, familiare, sociale. Infatti in questa società sempre più individualista, disincantata ed indifferente, continuiamo ad essere anche in rapporto a ciò che facciamo. Al punto che la prima domanda che le persone si scambiano per riconoscersi è: “che fai?”. A conferma di quanto il lavoro continui ad essere un elemento imprescindibile di identificazione, di riconoscimento personale, familiare, sociale. Quindi non ci si può, e non ci si dovrebbe rassegnare al dramma di milioni di persone che ne sono deprivate.

Poiché, allo stato, ci troviamo alle prese con una situazione intollerabile cosa si può fare per eliminare, o quanto meno ridurre significativamente, questa grave tracimazione di sofferenza umana? A questo fine, ci sono compiti che spettano ovviamente alla politica. In primo luogo l’adozione di appropriaste misure economiche. A cominciare da investimenti pubblici destinati alla tutela della salute per tutti, alla scuola, ad un più efficiente funzionamento degli strumenti per l’avvio al lavoro, compresa la formazione continua, alla messa in sicurezza del territorio e delle persone. Tutte misure che, assieme ad altre, possono contribuire alla ripresa economica e dunque anche all’aumento dell’occupazione.

Si tratta di interventi sicuramente importanti, ma che non bastano se si intende davvero assumere l’obiettivo del “lavoro per tutti”. Bisogna infatti fare i conti con il punto decisivo non offuscabile con discorsi blablatici. E il punto è che, allo stato, non c’è abbastanza lavoro per tutti. Per tutti coloro che vorrebbero lavorare. Perciò l’unico modo per affrontare concretamente il problema è quello di ridurre gli orari e ripartire diversamente il lavoro disponibile. I modi per conseguire questo risultato sono teoricamente innumerevoli. Ma essendo rispettoso dell’autonomia sindacale, non mi permetto di entrare nel merito. Nemmeno con semplici suggerimenti. Intendendo con questa condotta mantenermi fedele ad un comportamento al quale, negli ultimi trent’anni, ho sempre cercato di ispirarmi. Non a caso che, pur essendomi sempre interessato delle questioni generali relative al lavoro (“semel” sindacalista, “semper” sindacalista) mi sono contemporaneamente astenuto dall’esprimere qualsiasi giudizio tanto sulla appropriatezza, o sulla congruità delle piattaforme elaborate, come sugli accordi stipulati,

Non è un caso, del resto, che pur essendo stato proclamato dal congresso confederale dell’85 membro a vita del consiglio generale (come qualcuno tra i più anziani probabilmente ricorderà), non abbia mai partecipato ad alcuna riunione di questo importante organismo di indirizzo strategico. La ragione che mi ha condizionato è molto semplice. Non so se sia ancora in vigore, o se sia stata riformata, oppure se nel frattempo sia caduta in disuso, ma c’era una norma nel diritto canonico la quale prescriveva che quando un parroco lasciava una parrocchia non poteva più ritornare. Neanche per confessare. Norma che credo farebbe bene se fosse estesa anche alle grandi organizzazioni collettive, sociali e politiche. In ogni caso, almeno per quel che mi riguarda, ho ritenuto comunque opportuno uniformarmi.

Per concludere, consentitemi qualche rapida considerazione. Gli ultimi due decenni per i diritti ed il trattamento del lavoro e per le organizzazioni di rappresentanza del lavoro è stato un lunghissimo, interminabile periodo di nuvole basse. Per tornare a vedere il sole occorre innanzi tutto impegnarsi con efficacia e determinazione ad unificare il mondo del lavoro. Normativamente tra pubblico e privato e per includere i milioni di persone ricattate con l’imposizione di contratti atipici che sono, di fatto, esclusi dalla contrattazione e dal riconoscimento di diritti essenziali. Compreso il riconoscimento della dignità del lavoro. Naturalmente la prima condizione per ricomporre il mondo del lavoro è che, a sua volta, il sindacalismo confederale non si presenti frantumato. In sostanza si dimostri capace di combattere la tendenza a trasformare divergenze occasionali, per quanto forti, o supposte tali, in contrapposizioni permanenti. Che determinano solo impotenza e paralisi. Si può senz’altro convenire che nel compito che sta di fronte al sindacalismo confederale non c’è niente di facile, ma ci si deve tutti convincere che non c’è neanche niente di impossibile. Il segreto consiste nel non trasformare mai i motivi di preoccupazione in ragioni di pessimismo.

Finisco con due versi, noti a molti, di John Donne (famoso poeta inglese del ‘500) il quale descrive con espressioni commosse, che non andrebbero ignorate, il valore dei rapporti tra individuo ed individuo. Sostenendo che ciascuno vale solo in quanto parte del tutto. Dice infatti Donne: “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo di continente, una parte del tutto. …… E dunque non chiedere mai per chi suona la campana. Suona per te.”

Ai versi di Donne voglio aggiungere due righe di commento contenute nel bel libro (“Il futuro è nel nostro passato”) in cui, proseguendo sulle orme degli “Adagia” di Erasmo, la nostra amica Fiorella Casucci Camerini interpreta frammenti di saggezza greca e latina per auspicare un nuovo umanesimo. Queste le sue parole: “E oggi in questi nuovi tempi di individualismo sfrenato, di odio, di violenza, del sonno della ragione, in cui il suono della campana per ciascuno di noi è sommerso da un frastuono assordante, è essenziale recuperare il senso di solidarietà, di fraternità e di unione, pena la dissoluzione della comunità”.

Per scongiurare i rischi gravi del tempo che ci è dato di vivere è quindi necessario ricostruire con tenacia, determinazione, impegno costante, la speranza in un possibile futuro migliore. Cominciando con il dare riposte concrete alla questione decisiva del “lavoro per tutti”. Senza farci intimorire, bloccare, fuorviare, dalle critiche, dalle obiezioni delle élite del potere economico-finanziario. Che, negli ultimi anni, ha costretto la comunità a sopportare durissimi costi umani e sociali.

Credo che si possa finalmente invertire la tendenza. Ma occorre svegliarci. Sia perché non c’è più tempo da perdere. Ma soprattutto perché, come diceva Aristotele, “La speranza è un sogno fatto da svegli”.

Pierre Carniti

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