Croci vicine terre lontane. Una ricerca di Giorgio Cavalleri

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In occasione del 4 novembre 2014 e del centenario del primo conflitto mondiale, l’Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” ha pubblicato, in collaborazione con le Acli di Como, la ricerca di Giorgio Cavalleri dedicata all’Ossario del Cimitero di Camerlata, dove sono tumulati i resti mortali di tutte le persone morte negli ospedali militari di Como durante la guerra, compresi – caso piuttosto raro – anche i soldati “nemici”, cioè i prigionieri dell’esercito austro ungarico. La ricerca ricostruisce questa interessante vicenda mettendo l’accento soprattutto sulle tracce delle storie personali di questi soldati provenienti dalle più diverse regioni dell’impero asburgico.

Come attestano le scritte poste sopra le due porte d’accesso: «I resti mortali dei militari deceduti per cause di guerra negli ospedali di Como e appartenenti agli eserciti che si avversarono nella prima guerra mondiale riposano, accomunati dopo le esumazioni, nella pace di questa cripta».

L’opuscolo di Giorgio Cavalleri è disponibile gratuitamente sul sito Internet NodoLibri:

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Giorgio Cavalleri, Croci vicine terre lontane, Como, 2014, NodoLibri

Inaugurato nel 1930, l’Ossario di Camerlata è uno dei 38 Sacrari (5 sono Ossari) sorti in Italia fra i due conflitti mondiali per accogliere i resti dei soldati italiani – e, talvolta, anche di quelli nemici – deceduti in quell’immane e assurda tragedia che è stata la Grande Guerra. Oggi due di essi, quello di Zara, in Croazia, che accoglie 89 soldati italiani e quello di Caporetto, in Slovenia, che ospita oltre 7.000 militi noti e sconosciuti, risultano fuori dai confini nazionali. Per quanto quasi ignoto ai più, accanto al Sacrario Militare del cimitero civile di Brescia e all’Ossario “Madonnina del Grappa” di Cremona, questo Ossario della nostra città è uno dei soli tre luoghi lombardi nei quali sono raggruppati i militari scomparsi nella prima guerra mondiale. Ed è anche l’unico, in Lombardia, dove, grazie a un significativo gesto di pietà compiuto a suo tempo dalla giunta municipale di Como quando podestà era Luigi Negretti, accanto ai nostri Caduti riposano soldati dell’impero austro-ungarico.

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[…] Austriaci, ungheresi, croati, sloveni, bosniaci, cechi, slovacchi, polacchi, qualcuno in apparenza anche di origine latina, come i dalmati Nicola Pilota e Tomaso Curin, rispettivamente delle isole di Brazza e Lesina, oggi più nota con il nome croato di Hvar, o come Emilian Floca, rumeno di un villaggio della Transilvania. Sono rappresentate tutte o quasi le quattordici etnie di quel composito impero nel cui esercito vi erano ben nove lingue d’uso. […] Stranamente, fra loro figura anche un greco […]; né mancano i musulmani […]. Alcuni sembrano avere un cognome ebreo o rom. Sacrificati per una patria che, come l’Austria incorporata nel Terzo Reich hitleriano o l’Ungheria delle “croci frecciate” di Ferenc Szàlasi, dopo un quarto di secolo avrebbe mandato i loro figli o i loro nipoti a morire nelle camere a gas. […] E molti giungono dalla periferia dell’impero, visto che ben quindici di loro sono originari della Galizia, una terra che sarebbe poi appartenuta alla Polonia e, in parte, all’Ucraina.

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Andando periodicamente a visitare le loro tombe del camposanto di Camerlata, anche il padre di chi scrive si commuoveva. Eppure era un “ragazzo del ’99”, andato alle armi e poi al fronte a poco più di diciassette anni e mezzo, cresciuto e vissuto per decenni in un clima di nazionalismo che non è stato quello della generazione successiva e pertanto portato a vedere in loro “il nemico”. Sostando sommessamente di fronte a quei freddi loculi spogli, senza un fiore né un cero (sarà mai stato qualche parente a trovarli?), talvolta mormorava sconsolato: «Poveri ragazzi … e per che cosa?…».

Giorgio Cavalleri

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