Il cristiano e il lavoro

da Profeziaeliberazione.blogspot.com, Profezia e Liberazione “L’uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà” (GS 17).

Spesso il cristiano dimentica il senso del suo essere parte integrante di una società, in Italia di una “Repubblica democratica fondata sul lavoro” (art. 1 della Costituzione) la quale per essere trasformata e umanizzata necessita del suo contributo e della sua testimonianza.

Non è facile nel contesto attuale parlare della dimensione più profonda del lavoro, ma è utile ricordare il fatto che Gesù stesso nei Vangeli ha vissuto come tutti i suoi contemporanei: niente di più e niente di meno, niente privilegi e niente gratificazioni da un lavoro semplice, di manovalanza, di rilevanza sociale limitata.

Colui, il quale essendo Dio è divenuto simile a noi in tutto (Cfr. Eb 2,17), dedicò la maggior parte degli anni della sua vita sulla terra al lavoro manuale, presso un banco di carpentiere.

Laborem exercens 6 

Tuttavia con le sue parole e le sue azioni ha dichiarato il lavoro relativo di fronte alle priorità di giustizia, di misericordia dell’annuncio del Regno di Dio, ma non ha chiesto di estraniarsi dal mondo e dalle sue esigenze come ricorda la lettera a Diogneto:

Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale … Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera.

Sta proprio in questo la sfida e la bellezza di essere nel mondo da trasfigurati per trasfigurarlo se veramente si è creature nuove in una nuova creazione, altrimenti si fugge e si attende da altri o da altro ciò che invece è richiesto a noi. Lo conferma il Compendio della dottrina sociale della chiesa ai numeri 264 e 265:

264 La consapevolezza della transitorietà della « scena di questo mondo » (cfr. 1 Cor 7,31) non esonera da alcun impegno storico, tanto meno dal lavoro (cfr. 2 Ts 3,7-15), che è parte integrante della condizione umana, pur non essendo l’unica ragione di vita. Nessun cristiano, per il fatto di appartenere ad una comunità solidale e fraterna, deve sentirsi in diritto di non lavorare e di vivere a spese degli altri (cfr. 2 Ts 3,6-12); tutti, piuttosto, sono esortati dall’Apostolo Paolo a farsi « un punto di onore » nel lavorare con le proprie mani così da « non aver bisogno di nessuno » (1 Ts 4,11-12) e a praticare una solidarietà anche materiale, condividendo i frutti del lavoro con « chi si trova in necessità » (Ef 4,28). San Giacomo difende i diritti conculcati dei lavoratori: « Ecco, il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida; e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti » (Gc 5,4). I credenti devono vivere il lavoro con lo stile di Cristo e renderlo occasione di testimonianza cristiana « di fronte agli estranei » (1 Ts 4,12).

265 I Padri della Chiesa non considerano mai il lavoro come « opus servile » — tale era ritenuto, invece, nella cultura loro contemporanea -, ma sempre come « opus humanum », e tendono ad onorarne tutte le espressioni. Mediante il lavoro, l’uomo governa con Dio il mondo, insieme a Lui ne è signore, e compie cose buone per sé e per gli altri. L’ozio nuoce all’essere dell’uomo, mentre l’attività giova al suo corpo e al suo spirito. Il cristiano è chiamato a lavorare non solo per procurarsi il pane, ma anche per sollecitudine verso il prossimo più povero, al quale il Signore comanda di dare da mangiare, da bere, da vestire, accoglienza, cura e compagnia (cfr. Mt 25,35-36). Ciascun lavoratore, afferma sant’Ambrogio, è la mano di Cristo che continua a creare e a fare del bene.

Massimo de Magistris

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