Quando volere è potere, il potere è violenza. Betsabea e Susanna, due storie bibliche di soprusi sulle donne – di Lidia Maggi, biblista e pastora battista

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Non ci piace pensare che ci siano pagine bibliche che, non solo mettono a tema la violenza, ma la raccontano nel dettaglio. E mentre chi legge si chiede come può la violenza essere parte della Parola di Dio, le Scritture rispondono che non possiamo parlare di umanità senza affrontare la violenza che la abita fin dall’adolescenza.

I racconti biblici che mettono in scena la violenza ci rivelano che essa ha sempre a che vedere con il potere: quello di un tiranno su un popolo, di un fratello sull’altro, di un uomo su una donna, di un sistema sociale sui più deboli. Se l’agire violento è fortemente legato al potere, c’è da aspettarsi di trovare nella Bibbia molte storie di violenza sulle donne.

Cambiano gli scenari: si passa da paesaggi agresti, popolati di nomadi e beduini, a situazioni stanziali, nelle città. Non cambia, tuttavia, la struttura patriarcale che trasforma le donne in proprietà degli uomini, con limitati diritti ed eccessivi doveri. Fin dalle prime pagine, la Bibbia denuncia la manipolazione perversa della realtà, che trasforma il giardino in campo di battaglia. Il sospetto verso Dio, il desiderio di essere come Lui e di poter controllare il bene e il male ha avuto come conseguenza primaria l’aver fatto entrare il potere persino nelle relazioni più intime. «Che cosa hai fatto!», dice Dio, sconsolato, alla donna: «il tuo desiderio si volge verso di lui e lui ti dominerà!» (Gen 3,16). Fulminante descrizione del patriarcato. Che cos’è questo, se non il controllo sull’altro, o meglio: sull’altra?

Il lettore potrebbe obiettare che, in un sistema di governo giusto e un sistema giudiziario che condanna i violenti, il dominio maschile sulla vita delle donne può essere arginato, se non addirittura eliminato. La Bibbia è meno possibilista al riguardo. È anche per questo che mette in scena racconti di violenza sulle donne all’interno di spazi che dovrebbero tutelarle.

Davide e Betsabea

Le storie della bellissima Betsabea (2Sam 11) e dell’altrettanto affascinante Susanna (Dan 13), pur tra elementi divergenti, hanno molti punti di contatto tra loro, fino a poter supporre che la vicenda di Susanna sia una riscrittura dell’episodio di Davide e Betsabea. Il punto di partenza comune non riguarda solo il fatto che entrambe le donne vengono spiate da sguardi maschili indiscreti, che violano la loro intimità; piuttosto, nel contesto di chi esercita un potere e lo fa in modo iniquo.

Davide, il re di Israele, è il pastore chiamato a proteggere il suo gregge dalle fiere in agguato che potrebbero sbranarlo. Ma cosa accade quando il pericolo viene dal pastore stesso, che usa il suo ruolo per i propri interessi? Non è vero che «l’erba voglio non esiste neanche nel giardino del re»: ogni capriccio del sovrano può diventare un sopruso, se anche il potere regale non è sottoposto alla vigilanza. È così che sorgerà, in Israele, il profetismo, come voce critica del governo politico e religioso d’Israele. Più che dei veggenti che schiudono il futuro, i profeti sono la coscienza dei capi e del popolo. Il potere dà alla testa, se non ha freni.

Sulla terrazza del suo palazzo, il re scorge la bellissima Betsabea, moglie di Uria, suo valoroso capitano. La vuole e decide di averla. La fa chiamare e giace con lei. Non ci viene detto nulla sui desideri della donna. Il racconto del sopruso è velocissimo. La donna sembra prendere in mano le redini della sua vita solo quando, qualche tempo dopo, prende l’iniziativa e manda al re un messaggio. Con appena tre parole, «Io sono incinta», getta Davide nel panico. Ma questi non ha nessuna intenzione di assumersi le responsabilità delle sue azioni e farà di tutto per attribuire la gravidanza al legittimo marito. Uria riceve un’inaspettata licenza premio, ma non se la sente di dormire con la moglie, mentre i suoi soldati sono in guerra. E così Davide decide di ucciderlo mettendogli in mano una lettera con la sua condanna a morte. Chiede al suo generale che Uria sia messo in prima fila nella battaglia. Uria morirà e Davide sposerà la vedova; ma il futuro della coppia sarà segnato dall’ingiustizia originaria. Il bambino morto, più che la punizione divina, rappresenta una storia d’amore nata in modo malato e destinata alla morte, senza futuro.

A parti invertite

Betsabea sarà la madre di Salomone, successore di Davide, ma a quale prezzo! La vittima è come se fosse stata stuprata due volte: la prima, quando è stata “convocata” dal re; la seconda, quando le logiche perverse del potere, che hanno sconvolto la sua vita, diventano le sue stesse logiche. La vittima introietta il suo carnefice, imitandone il comportamento. Donna di ferro, che tiene le redini del regno, Betsabea, da fanciulla abusata, si trasforma in abile manipolatrice negli intrighi di corte, ed indirizza sul proprio figlio, che non è il legittimo erede al trono, la successione della corona.

Anche il carnefice diventa vittima del suo stesso crimine. La sua vita familiare sarà un inferno. Non saprà costruire vere relazioni affettive con le donne. Il re più amato farà esperienza del vero amore, incondizionato, fuori dalle dinamiche del dominio, solo nella sua amicizia con Gionata. Non è in grado, invece, di controllare i propri figli, che si sbraneranno tra di loro.

A crimine commesso, sarà il profeta a mettere il re di fronte alla gravità delle sue azioni, con la parabola della pecorella (2Sam 12): racconto perfetto per l’effetto che esso produce nel re; meno perfetto sul piano del contenuto: nel giudizio di Natan, lo stupro di Davide è equiparato ad un furto. Nel denunciare l’ingiustizia, la parabola fa emergere l’immaginario patriarcale che vede le donne proprietà maschile e legge lo stupro come sua violazione piuttosto che violenza contro la persona.

Susanna e i due giudici

L’affaire Betsabea rappresenta un unicum, che riguarda soltanto il potere assoluto del re? La storia di Susanna smentisce questa impressione raccontando di due giudici che, in modo subdolo, usano il proprio ruolo per ottenere i favori di una giovane donna; e, quando questi vengono negati, si vendicano, accusandola ingiustamente.

Il potere, che dovrebbe tutelare i più fragili, viene di nuovo utilizzato per interessi personali. Susanna non è solo una donna avvenente: è anche saggia e giusta, pur muovendosi in spazi chiusi, come si addice ad ogni donna “onorata”. Spazi che dovrebbero servire a proteggerla da aggressioni esterne. Ma per le donne, ieri come oggi, il pericolo viene perlopiù dall’interno. I due giudici, che frequentano la sua casa, la spiano e cospirano per averla entrambi. Mentre il re Davide scorge per caso Betsabea che si lava, i due anziani giudici spiano di continuo la bellissima Susanna e trovano il momento opportuno per farsi avanti e chiederle, sotto ricatto, dei favori sessuali. Se lei non acconsente, la denunceranno di adulterio dichiarando di averla vista insieme a un giovane.

La donna urla, chiede aiuto, ma i due anziani raccontano la loro versione dei fatti e Susanna viene processata e condannata a morte per adulterio. Anche se il racconto della violenza è più disteso, rispetto a quello di Davide e Betsabea, tanti sono i bianchi del testo. Il più evidente riguarda l’amorevole marito, giudice autorevole nella città, che non agisce in nessun modo per difendere la sua fedele compagna. La vittima, processata e condannata a morte, viene trasformata in colpevole. Niente di nuovo sotto al sole: quanti processi di stupro sono diventati processi alla morale della donna – “è lei che li ha provocati con atteggiamenti e vestiti succinti”; “che ci faceva a quell’ora, in quel posto?”.

Ancora una volta, sarà la voce profetica a smascherare il delitto, ristabilendo la giustizia. Il giovane Daniele denuncia l’iniquità del processo chiedendo un’indagine approfondita dei fatti. E i due giudici, interrogati in separata sede, offrono versioni discordanti. Il verdetto è ribaltato grazie all’occhio penetrante del profeta.

Le due storie di violenza sulle donne hanno come specifico il rapporto tra potere istituzionale e violenza e sono raccontate per suggerire che liberare le donne dal patriarcato significa anche riformare le istituzioni politiche e religiose. Il patriarcato è legione. Contamina anche le vittime e rende vittime persino i carnefici. Attraversa ogni aspetto dell’esistenza e contagia le istituzioni, proprio perché ha a che fare con il potere. La violenza sulle donne va affrontata, dunque, anche negli spazi istituzionali, come scuole, chiese o tribunali, mettendo in atto quegli anticorpi che impediscano di esercitare un potere fuori controllo.

Lidia Maggi

Messaggero Cappuccino di maggio 2019

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