Il «fattore età» nel pensiero del teologo

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Nel 2018 ricorrevano i cinquant’anni dalla morte del teologo svizzero Karl Barth (1886-1968). A dire il vero, l’evento è passato un po’ in sordina, ma ha comunque ridestato l’interesse per questo maestro del Novecento. L’editrice Claudiana ha quindi pensato di ripercorrerne la vicenda pubblicando la sua breve autobiografia intellettuale. Si tratta di tre articoli che Barth aveva scritto per la rivista americana The Christian Century  rispettivamente nel 1938, nel 1948 e nel 1958. I suoi interventi erano inseriti in una serie in cui anche altri teologi raccontavano di sé; ma colpisce il fatto che già nel 1938 Barth sia stato interpellato come uno dei protagonisti della vicenda teologica di quell’inizio di secolo. Certo, all’epoca si era già distinto per l’approccio innovativo alla teologia e per il sostegno alla lotta della Chiesa confessante in Germania; ma che questo avesse un impatto significativo anche al di là dell’oceano era un fatto tutt’altro che scontato.

Curiosamente, Barth inizia dichiarando ciò in cui il suo pensiero non è cambiato: «Non è cambiato nel fatto che il suo tema non è la cosiddetta “religione”, bensì la Parola di Dio che è il mistero di Dio nella sua relazione con l’essere umano e non, come il termine “religione” sembra suggerire, il mistero dell’essere umano nella sua relazione con Dio» (pp. 51-52). Questa si può dire che sia la costante nel pensiero barthiano: porre al centro Dio e la sua Parola, Gesù Cristo, e non l’essere umano con i suoi bisogni, anche spirituali, e la sua religiosità. Questa concentrazione è stata nel tempo definita in molti modi, in genere negativi, come un essersi rinchiuso in una “muraglia cinese”. Lasciano perplessi questi giudizi, in quanto anche dalle pagine che stiamo presentando emerge una capacità di lettura della storia e un coraggio nell’affrontare questioni non solo ideali ma anche politiche che non molti teologi del tempo hanno avuto. Basti pensare alla lotta contro il nazismo, o al fatto che egli fu tra i protagonisti del Sinodo di Barmen della Chiesa confessante e fu il principale estensore della Dichiarazione teologica approvata in quella sede (1934). Il suo impegno inoltre lo portò a scontrarsi duramente con alcuni colleghi che, almeno in un primo momento, si erano lasciati sedurre dalle idee nazionaliste delle Camicie Brune.

Un tale atteggiamento sarà una costante della vita di Barth, che lo porterà a diventare bersaglio di molte critiche dall’interno e dall’esterno delle chiese. Come avvenne nel secondo dopoguerra, quando rifiutò di accodarsi alla crociata anticomunista di stampo maccartista dilagante in Occidente.

C’è dunque un filo rosso che collega il pensiero barthiano nel corso degli anni; ma ci sono anche elementi di cambiamento, che vogliono essere i temi di questo libretto. Sorprende però il fatto che Barth ponga per primo tra questi il fatto che l’età avanza e che con questo muta la percezione delle cose. Si ha infatti una più chiara percezione dei propri limiti, egli dice: si diventa «più miti» e «dire “si” è diventato più importante che dire “no”» (p. 72). La menzione dell’età è tutt’altro che banale, perché troppo spesso il teologo è tentato di pensare che sta pronunciando parole valide per sempre, che nulla hanno a che fare con la sua autobiografia. Riconoscere invece, con una certa umiltà, che anche i teologi crescono e sono figli del loro tempo, interiore ed esteriore, è segno di maturità spirituale e anche di un certo senso dell’umorismo, che certo a Barth non mancava.

Non ci possiamo dilungare troppo nella descrizione di questo godibilissimo testo. Basti quindi menzionare qualche esempio delle realtà che hanno influito nella vita del professore basilese. Citerò quindi gli incontri con gli studenti, da lui definiti sempre molto interessanti e stimolanti. Oppure il confronto ecumenico, con la nascita del Consiglio ecumenico della Chiese ad Amsterdam (1948), e con il cattolicesimo romano e le sue avanguardie, Hans Küng fra i primi.

Certo, rimangono anche dei problemi aperti, come il confronto con il teologo Rudolf Bultmann e i suoi discepoli, nei confronti dei quali rimase sempre un senso di incomunicabilità. E infine va fatta una menzione per un’esperienza singolare: la predicazione nel carcere di Basilea. Commenta Barth: «Ci sono pochi professori di teologia i cui ascoltatori possono diventare tali solo dopo aver commesso una serie di reati» (p. 101). Dicevamo dello humour …

Ma voglio terminare questa presentazione segnalando la Prefazione e l’Epilogo con cui il prof. Ferrario apre e chiude il volumetto. Con la sua solita chiarezza e profondità dice in poche pagine tutto quanto è necessario al lettore per inquadrare e comprendere più a fondo le parole di Barth.

Paolo Ribet

* Karl Barth, Come sono cambiato. Autobiografia, a cura di Fulvio Ferrario. Torino, Claudiana 2019, pp. 124, euro 12,50.

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