Il Codice di Camaldoli. Premessa sul Fondamento Spirituale della vita sociale

Dal 18 al 24 luglio 1943 un gruppo di intellettuali cattolici – laici e religiosi – si riunì, presso il monastero benedettino di Camaldoli, con l’intento di confrontarsi sul magistero sociale della Chiesa sui problemi della società, sui rapporti tra individuo e stato, tra bene comune e libertà individuale.

Il 25 luglio e i successivi avvenimenti modificarono il piano di lavoro impedendo altre sessioni di incontro e una più ampia partecipazione; la stesura definitiva fu pertanto affidata a Sergio Paronetto, Pasquale Saraceno, Ezio Vanoni, Giuseppe Capograssi che la completarono nel 1944; l’opera fu pubblicata nel 1945 con il titolo: “Per la comunità cristiana”, ma è conosciuta come: “Codice di Camaldoli”.

Una delle caratteristiche essenziali del “Codice” consiste nel porre la giustizia sociale tra i fini primari dello Stato, così come la salvaguardia della libertà. Evidente l’influenza che questa elaborazione ha avuto tra gli intellettuali cattolici dell’ala “sociale” della Democrazia Cristiana e nella stessa stesura della Carta Costituzionale.

Ne proponiamo per lo studio e la ricerca suddiviso nelle sue parti il testo.

Per una presentazione equilibrata del documento è utile il contributo di p. Francesco Occhetta «Puntualizzazioni critiche sul Codice di Camaldoli».

Per la comunità cristiana. Principii dell’ordinamento sociale a cura di un gruppo di studiosi amici di Camaldoli

  • Enunciati
  • Presentazione
  • Premessa sul Fondamento Spirituale della vita sociale

  • I – Lo Stato
  • II – La Famiglia
  • III – L’Educazione
  • IV – Il Lavoro
  • V – Produzione e scambio
  • VI – Attività economica
  • VII – Vita Internazionale
PREMESSA SUL FONDAMENTO SPIRITUALE DELLA VITA SOCIALE
  1. La società e il destino dell’uomo. L’uomo è per sua natura un essere socievole: sussiste cioè fra gli uomini una naturale solidarietà, fratellanza e complementarietà per cui le esigenze delle singole personalità non possono essere pienamente soddisfatte che nella società.

I fenomeni sociali non sono pertanto che attività umane. Per conoscerli e per trattarli è necessario conoscere la natura umana, l’origine, il valore, il destino dell’uomo, e i fattori di ordine fisico, psicologico, morale, sociale, che operano su di lui.

Tutte le forme dell’attività umana, quella economica come quella scientifica, come tutte le altre, sono regolate da leggi proprie intrinseche a ciascuna: ma ognuna di esse è ordinata alla vita spirituale dell’uomo e al suo fine ultimo; perciò tutte rientrano nell’ordine morale e sono soggette alle sue leggi.

E tutte debbono operare in modo da non porre ostacolo al compimento del destino soprannaturale dell’uomo e debbono quindi rispettare le esigenze della morale cristiana che a quel compito è ordinata. Perciò ogni ricerca e ogni soluzione dei problemi sociali ed economici deve ispirarsi, soprattutto per i cattolici, in primo luogo ai principi fondamentali della dottrina della Chiesa che è custode della verità e della carità e perenne assertrice nella storia della vocazione soprannaturale dell’uomo e della civiltà.

  1. Dignità dell’uomo. L’uomo creatura intelligente e morale per propria duplice specifica prerogativa ha la capacità di dominare sé stesso e di avere per proprio fine il fine ultimo dell’universo: conoscere ed amare Dio e quindi conoscere ed amare la creazione di Dio e soprattutto gli altri esseri intelligenti e morali, compagni e fratelli nella stessa origine e nello stesso fine.

In questa duplice prerogativa consiste la dignità dell’uomo.

Solo nell’ordine della grazia e sul piano della redenzione questo fine è realizzato oltre la capacità della nostra natura, perché lo stesso Figlio di Dio, amando gli uomini, sino ad incarnarsi, ad assumere la forma di servo, a morire sulla Croce, ha fatto gli uomini partecipi del suo sacrificio con la Chiesa e i sacramenti, ha dato la forza di imitarlo, di essere ognuno “alter Christus” e arrivare quindi per la Sua grazia a partecipare alla natura, santità e beatitudine di Dio e ad essere secondo la promessa divinae consortes naturae.

  1. Fondamenti della coscienza individuale e sociale dell’uomo. Da questa intrinseca dignità e finalità dell’uomo si deducono alcune conseguenze che costituiscono i principi stessi della coscienza umana e cristiana della società:

1) che l’individuo umano in quanto essenzialmente ordinato a Dio, ha un valore assoluto il quale è la radice e il fondamento di tutti i suoi doveri e diritti e della sua inalienabile libertà;

2) che è dovere fondamentale dell’individuo mantenere illesa in se stesso questa dignità, rispettarla e ricordarsi in ogni azione del suo valore, cioè del suo fine, cioè di Dio;

3) che origine e scopo della società è unicamente la conservazione, lo sviluppo e il perfezionamento dell’uomo e che pertanto fine di ogni sistema educativo e politico è di far conoscere praticamente all’individuo questa dignità e abituarlo a rispettarla in sé e negli altri e a farla rispettare;

4) che rispettare negli altri la eguale dignità dell’uomo significa obbedire alla parola dell’Apostolo “fiat aequalitas”, sentire che tutti gli altri uomini qualunque sia la loro condizione sono eguali, aventi la stessa natura, capaci delle stesse virtù, chiamati allo stesso destino, destinati alla stessa salvezza. Perciò l’unica superiorità che è tra gli uomini singoli è la superiorità nel bene e nella virtù, e le differenze nelle qualità personali di cultura, di condizioni sociali, di ricchezza e simili, non solo non alterano la fondamentale uguaglianza tra gli uomini, ma sono una ragione di maggior responsabilità verso gli altri e verso la società, essendo ogni superiorità in questo senso al servizio degli altri e quindi una vera e propria funzione di carattere sociale.

5) che perciò il “fiat aequalitas” dell’Apostolo non è qualcosa di negativo ma di essenzialmente positivo: significa amare gli altri in modo da fare ognuno di essi uguale a noi, cercando per quanto in noi di procurare agli altri gli aiuti perché le prove della vita possano essere da ognuno affrontate con proporzionalità di mezzi ed eguale possibilità di sviluppo;

6) che il fine di questa volontà piena e cordiale di aiuto fraterno è che l’altro possa realizzare nella sua pienezza la sua inalienabile libertà, cioè che l’altro sia messo in condizione di svolgere la sua natura e compiere con piena responsabilità il suo destino;

7) che tutto questo porta a un concetto preciso e chiaro della vita, che il nostro grande poeta cristiano moderno ha espresso così: “la vita non è destinata a essere un peso per molti e una festa per alcuni, ma per tutti un impiego del quale ognuno renderà conto”.

  1. Natura e fine della società. Tali principi ed il concetto della vita che ne discende si svolgono nel mondo della vita associata, il quale non è altro che questo incrociarsi dei destini degli individui, questa partecipazione e comunione di sforzi e di carità, questo reciproco amore. In questo senso attivo l’individuo deve dirsi essenzialmente socievole, cioè soggetto alla profonda legge etica “dilata cor tuum”.

In questo senso la vita sociale, nella quale si accentra la carità verso il prossimo e verso Dio, fa parte necessaria ed integrale del destino naturale e soprannaturale dell’individuo.

La società è l’insieme o complesso di tutte le libere iniziative degli uomini dirette a realizzare i loro interessi e fini umani e delle istituzioni ed opere a cui queste iniziative danno vita. Come tale la società è molteplicità di forme, di sfere, di esperienze e di fini umani, e perciò è per sua intrinseca sostanza libertà.

Perciò è verità fondamentale che tutta la vita della società è continuamente ed essenzialmente subordinata al supremo fine e destino dell’individuo di cui essa non è in sostanza che la esplicazione, la graduale e ordinata realizzazione e il campo di prova. Come tale la società ha per legge intrinseca e per assoluta esigenza di mantenere illeso e salvaguardare in ogni momento e qualunque sia la combinazione dei suoi interessi l’individuo in questo suo valore supremo e nel suo destino infinito; in questo senso fine della convivenza sociale è la pace, “tranquilla convivenza nell’ordine”.

La vita sociale è perciò sorretta dalla duplice legge della giustizia e della carità: della giustizia per la quale l’individuo è tenuto a riconoscere, garantire, promuovere il “suum” degli altri individui e dei gruppi e cioè la vita, la dignità, la libertà, la possibilità del compimento del proprio destino di ognuno: e della carità, per la quale

l’individuo è tenuto ad amare Dio negli altri e gli altri in Dio e perciò a mettere in comune con gli altri che ne hanno bisogno tutti i beni, dal bene dell’intelligenza ai beni economici così come sono comuni i beni soprannaturali.

Questa duplice legge è così necessaria nella vita sociale, che senza di essa la società stessa si dissolve nella terribile crisi della questione sociale, la quale è nata perché troppi uomini anche fra i cristiani hanno, malgrado i richiami della Chiesa e il grido e l’esempio dei Santi, dimenticato questi principi.

In particolare la legge della giustizia e della carità deve ispirare la vita economica, cioè tutto quanto si riferisce alla destinazione e all’uso dei beni materiali, che nella attuale fase della civiltà ha assunto una importanza essenziale per l’ordine sociale. Gli atti e i giudizi economici, in sé regolati dalle leggi proprie dell’ordine economico sono atti e giudizi umani e come tali vanno anche essi ordinati al fine spirituale dell’uomo.

  1. Unità e fraternità delle genti. La vita sociale, nel senso qui precisato, esiste anche fra le varie genti e nazioni nelle quali la Provvidenza ha voluto che l’umanità si dividesse nella storia perché fossero esplicate m tutti i modi le immense capacità della natura umana.

Tra queste genti, composte di individui, vale il principio fondamentale della unità di origine e di fine di tutti gli uomini e la legge etica dell’uguaglianza e quindi della giustizia per cui ognuna deve essere rispettata nella sua individualità, cioè nella sua libertà, e delle carità, per cui ognuna deve essere aiutata nella sua povertà e nelle sue deficienze dalle genti più ricche di cultura e di mezzi e quindi più obbligate e più responsabili verso le altre, la Storia e Dio.

E’ esigenza fondamentale della civiltà che tale profonda comunità di origine e di fini entri a far parte della coscienza etica degli Stati e domini la loro politica in modo che sia rigettata e considerata come peccato contro l’umanità la pretesa della disuguaglianza e della superiorità naturali dell’una gente sulle altre e quindi l’ostinata e fatale tendenza a ridurre i rapporti tra le genti o gli Stati a rapporti di violenza e di frode.

È esigenza e principio indeclinabile della civiltà che la coscienza della essenziale comunità e fraternità delle genti diventi sempre più chiara e imperativa, così che sia adombrata anche nel mondo della Storia quella “societas humani generis” che la Chiesa realizza sul piano soprannaturale dell’unum ovile e dell’unus pastor.

  1. Ordine e autorità nella società. L’ordine della società è espresso concretato, fatto valere dall’autorità, la quale è perciò parte necessaria della vita della società e come tale deriva dalla legge divina dell’ordine e della giustizia che regge il mondo della Storia

L autorità è per conseguenza per la società e non la società per l’autorità; la sua essenza è di servire il bene degli individui e della società in conformità al divino precetto, fondamento di ogni politica veramente libera: “quicumque voluerit inter vos maior fieri sit vester minister, et qui voluerit inter vos primus esse, sit vester servus”.

  1. Vita cristiana e civiltà umana. I principi qui sopra esposti costituiscono le uniche e imprescindibili condizioni perché la coscienza pratica degli uomini mantenga la sua umanità, e il mondo della Storia parimenti si mantenga mondo umano cioè degno dell’uomo e non lotta selvaggia. Questi principi sono i “postulati della genuina umanità”: ed è proposizione centrale, che costituisce uno dei maggiori insegnamenti e una delle più alte aspirazioni del presente Pontificato, che “tra le leggi che regolano la vita del fedele cristiano e i postulati di una genuina umanità non c’è contrasto ma comunanza e mutuo appoggio ” il che è conforme alla ragione profonda delle cose perché “l’autore del Vangelo è l’autore dell’uomo”. Ma se le leggi della vita cristiana e i postulati dell’umanità coincidono, solo la vita cristiana può dare all’uomo la forza, la spinta, lo slancio per sopportare i sacrifici che costa la vittoria su se stesso e quindi il realizzare quei postulati. Perciò dalla violazione di quelle leggi nascono come l’esperienza dimostra le peggiori catastrofi e la rovina della civiltà.

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