«Coronavirus e i segni dei tempi». Una riflessione di Yusuf Abd al-Hakim Carrara

da Coreis.it, il sito della COREIS (Comunità Religiosa Islamica Italiana), una comunità islamica nel cuore dell’occidente.

La rivista italiana Sacrum et Polis e quella francese Mizane hanno pubblicato una riflessione sul momento di crisi attuale a firma del vice presidente della COREIS Italiana, Yusuf Abd al-Hakim Carrara.

Ci fa piacere segnalarne i due link e, a seguire, alcuni brevi estratti significativi.

“Emergenza Coronavirus: spunti per una riflessione”

Yusuf Abd al-Hakim Carrara : posons-nous les bonnes questions sur le coronavirus!

L’attuale situazione che il mondo si trova ad affrontare, a seguito della pandemica diffusione del coronavirus sta modificando profondamente non solo le condizioni concernenti la nostra salute, ma la vita stessa nella sua totalità.

Non potendo e volendo entrare nel campo più strettamente medico-scientifico, tali condizioni  tuttavia ci potrebbero e dovrebbero portare  anche a considerare altri aspetti che investono l’essere umano nella sua interezza e che non possono non portare ad una riflessione sulla sua natura, il suo destino in una prospettiva che in  questo spazio qualifichiamo come dimensione sacrale e principiale in rapporto alla società e al quotidiano.

Dal rapido evolversi della situazione appare già evidente come la gravità  derivata dall’emergenza sanitaria riverberi e moltiplichi situazioni critiche in ogni ambito; gli effetti e i danni derivanti rischiano ormai di divenire quasi più pericolosi della stessa causa che li ha generati.

Il mondo così concepito e costruito si è accorto di essere debole e attaccabile, perfino da un microscopico organismo, molte certezze vacillano, per molti che riponevano fiducia in un futuro sempre migliore è uno shock e la ricerca di una tranquillità esistenziale, già per altro continuamente intaccata da altri drammatici avvenimenti, entra in crisi.

Gli accadimenti planetari sembrano infatti verificarsi e accumularsi in una accelerazione raramente osservata. Citiamo perciò volentieri le parole di Papa Francesco quando afferma che più che di “un’epoca di cambiamenti” si stia assistendo piuttosto ad “un cambiamento  d’epoca”.

Questa osservazione sembra richiamare per alcuni aspetti le considerazioni sulla “fine di un mondo” presente nell’opera del grande metafisico francese Réne Guénon, sul principio tradizionale dei cicli cosmici che si susseguono nella manifestazione più esteriore del Principio che li crea.

L’umanità nella concezione tradizionale non  si sviluppa in un’evoluzione costante ma attraverso cicli che hanno un loro inizio ed un loro termine, in una Creazione che alcuni maestri islamici direbbero, si rinnova ad ogni istante, per cui più che di fine del mondo è più corretto parlare di fine di un mondo.

Mettiamo infatti subito da parte, e su certi argomenti è importante precisarlo, ipotesi catastrofiste e millenarismi pseudo-apocalittici, ma al tempo stesso non evadiamo la difficile situazione sanitaria creatasi in maniera superficiale, derubricandola come una mera anomalia accidentale e unica nel suo genere.

L’uomo religioso deve sempre  saper cogliere, oltre la superficie direttamente visibile , quei “segni dei tempi” propri di ogni fase della storia comprendendo dunque anche l’aspetto propriamente meta-storico.

Il susseguirsi sempre più veloce di eventi che a poco a poco mutano le nostre condizioni di esistenza non è mai stato così evidente.

Dall’inizio del nuovo millennio, in nemmeno un ventennio abbiamo avuto più shock planetari che in tutto il periodo (55 anni) che va dalla fine della seconda guerra mondiale al duemila.

Nel 2001 con l’attacco alle Twin Towers il terrorismo muove contro la nostra idea di sicurezza e di assoluta libertà di movimento, tramontata ormai definitivamente dopo ulteriori eventi e conseguenti guerre di risposta.

Nel 2008 è lo shock economico-finanziario della più grande crisi di questo tipo dal 1929 a metterci nuovamente all’angolo. Ora, 2020, è attraverso la messa a repentaglio della nostra salute e dei nostri rapporti sociali che si manifesta un nuovo pericolo.

Se inoltre,non dimentichiamo che nel frattempo è in atto un epocale fenomeno di migrazione di intere popolazioni verso “il ricco occidente” e che assistiamo quasi quotidianamente ad uno stravolgimento naturale e climatico, la percezione che qualcosa stia velocemente mutando è più che un’impressione.

Naturalmente la storia ci ha insegnato ed abituato a continui mutamenti  e sconvolgimenti ma essa, lo stesso Guénon ce lo insegna, non si ripete mai uguale a se stessa poiché le possibilità di manifestazione si susseguono in continuazione ed ogni evento o fenomeno ha una precisa e propria corrispondenza temporale collegata al momento ciclico che si sta attraversando.

Una osservazione che si potrebbe fare è che nel passato determinati accadimenti negativi erano vissuti in una prospettiva escatologica e di fede. L’uomo credeva effettivamente in segni ed atti “soprannaturali”, nella corretta accezione del termine , e in ciascun individuo era presente il principio di una sacralità della terra che era percepita in comunione con l’uomo ed il cielo che, come ci insegnano le tradizioni estremo-orientali, realizza  l’unita e il collegamento tra la dimensione inferiore, orizzontale, con quella superiore, verticale. Ora tutto è concepito invece in una dimensione materiale e meccanicistica che ci rende incapaci di una consapevolezza superiore, non vi è luce, prospettiva, la ”Amana”, il deposito sacro della tradizione islamica, il deposito spirituale affidato da Dio all’uomo il quale non ne è che l’amministratore vicario (Khalifa) non appariva in epoche precedenti “ritirato” o addirittura quasi scomparso come in questi tempi, sostituito dagli uomini con un progresso sociale, economico, tecnologico-scientifico innegabile ma che tuttavia non elimina le incertezze, le paure e le domande ultime dell’essere umano ma anzi diviene esso stesso parte del problema.

Non è nostro intento attaccare la scienza, quest’ultima può e deve convivere con la fede poiché i loro domini di appartenenza operano totalmente su livelli differenti.

Quello che invece accade è l’assistere spesso ad una sostituzione pseudo-religiosa del mondo moderno che non potendo ontologicamente fare a meno di un collegamento a qualcosa di superiore “crea” nuovi miti e nuove narrazioni che ci dovrebbero portare verso un più radioso avvenire, questa volta  hic et nunc.

Tuttavia quando accadono eventi come quelli da cui traiamo lo spunto per queste osservazioni, la maschera cade, il sipario si lacera e le pretese certezze crollano perché non abbiamo più quegli anticorpi in grado di comprendere le cose per come sono.

Per primo l’approccio con l’ineluttabilità della morte, che in questa società che pure la mostra in gran quantità anestetizzandola però in una virtualità mediatica, è bandita e rimossa. La vita che viviamo, di conseguenza non è più concepita come da tutte le religioni in un semplice passaggio, una delle possibilità di esistenza dell’essere per il fine di una salvezza ed una conoscenza superiori; essa è divenuta il fine ultimo di ogni cosa. Individualmente l’uomo ha paura, questa è insita in lui naturalmente , in particolare nella sua anima., tuttavia è la prospettiva escatologica a mancare, ci sfugge il suo significato e dunque cadiamo nel panico  e nel terrore che vanno oltre un giustificato senso di preoccupazione. La condizione venutasi a creare, per conseguenza fa apparire ancor di più il distacco dalla dimensione del sacro; emblematica nei fatti è, tra le altre, la pur necessaria regolazione volta ad una sollecita sepoltura dei morti, la gestione delle funzioni rituali nelle chiese e in tutti i luoghi di culto ridotte o totalmente sospese, che accentuano maggiormente il divario tra il mondo materiale a cui ci aggrappiamo e quello spirituale al quale non sembriamo più far riferimento.

Provvedimenti a ragione intrapresi di fronte ad una così forte emergenza sembrano però anche in questo caso far cadere emblematicamente gli ultimi veli, quasi che l’uomo non sia più nelle condizioni di guadagnarsi questo collegamento superiore. Vi è nascostamente una dimensione di indifferenza per ritualità e preghiere vissute ormai in genere più come inutili intralci che come autentici momenti di apertura e influenza spirituale di cui poter beneficiare comunitariamente. Privato di questa dimensione, l’affermarsi di un “individualismo assoluto” e autosufficiente può divenire un pericolo evidente.  A dispetto di questo atteggiamento è da sottolineare invece che vi può essere anche una dimensione di “sacrificio” nell’astenersi dai riti collettivi in favore di una preghiera nelle proprie case  che possa mantenere vivo il ”fuoco sacro”. Questo sacrificio si affianca al dovere civico continuamente evocato in questi giorni, in una qualità però ancor più elevata.

Nonostante tutto, si deve sempre saper cogliere una misericordia superiore volta a mantenere ancora un filo di collegamento verso una rinnovata speranza.

Un’altra difficoltà che incontriamo è nel dare un valore e un ordine alle priorità della vita.

Essa è sacra per tutte le tradizioni e dunque deve essere trattata con il riguardo che Dio stesso ci raccomanda. Una vita sempre più vissuta virtualmente o attraverso azioni a volte inutili e superficiali,  adagiata in un falso quieto vivere che aliena volutamente ciò che non ci interessa a discapito di una conoscenza più profonda delle cose in una esaltazione dell’individuo sempre più “liberato” da tutto, viene improvvisamente sconvolta dalla drammatica presa di coscienza di essere in definitiva deboli di fronte ad una realtà sconosciuta, e più profondamente, nulla di fronte alla Realtà, una Realtà che non cogliamo più.

In poche parole si idolatra la vita in quanto tale e non come strumento per crescere spiritualmente come uomini e donne creati a Sua immagine, secondo la Sua forma. La ricerca spasmodica di una vita sempre più lunga privilegia l’opzione del “quanto” piuttosto che del “come” si vive.

Un’illusione davvero spiacevole che si constata in effetti e si basa proprio su di un approccio prettamente quantitativo alla scoperta della realtà. È, questo, il modo caratteristico di interpretare il reale di certa scienza, alla quale sfugge tutto il lato qualitativo, cioè essenziale delle cose. Se si cerca la “spiegazione delle cose” dal solo lato quantitativo-materiale, che è propriamente l’aspetto della potenzialità indistinta e quindi inintelligibile, tipico di un certo approccio riduttivista, inevitabilmente tale ricerca sarà priva di un vero valore esplicativo. Invece, un’indagine che voglia tenere conto del vero valore delle cose deve considerare primariamente il lato essenziale, qualitativo, che è come dire che la comprensione della natura della realtà deve procedere dall’alto verso il basso e non viceversa Con un approccio quantitativo applicato all’ambito più propriamente qualitativo del mondo, cioè l’ambito umano, si producono una serie visioni deformate della realtà, semplicistiche e congetturali, proprio perché considera come assimilabili, se non proprio identici, fatti invece paragonabili solo in misura minima e in certi rapporti. In questo modo si crea la suggestione della statistica, dell’analisi numerica che costantemente martella l’opinione pubblica con un bollettino dietro l’altro, soddisfacendo l’ansia per l’aggiornamento continuo con l’impressione di un presunto “controllo sulle cose” e di una possibilità di previsione di un “futuro probabile”. Incolonnando cifre e calcoli si crea l’illusione di un’esattezza e di una “pseudo-matematicità”, che in realtà sono solamente rappresentazioni prive di scienza e di utilità, che non corrispondono con la realtà esteriore e distraggono dalla sollecitudine all’istante escatologico. Che ciò allontani da una reale comprensione anche della malattia stessa è indirettamente testimoniato proprio dallo scontro quotidiano dei due “partiti” opposti, entrambi riferentesi ai medesimi numeri e statistiche: coloro che giudicano il virus come molto grave e potenzialmente esplosivo per la nostra vita, e coloro che invece minimizzano la sua rilevanza. Guénon infatti spiega come sia possibile che: “di fatto, senza nemmeno accorgersene, grazie alle idee preconcette, si trae indifferentemente da queste cifre quasi tutto quel che si vuole, tanto sono prive di significato in se stesse; lo prova il fatto che le stesse statistiche, fra le mani di scienziati diversi anche se dediti alla stessa «specialità», danno spesso luogo, a seconda delle loro rispettive teorie, a conclusioni del tutto diverse se non addirittura diametralmente opposte”. I dibattiti televisivi, in cui esperti, virologi e scienziati vari sono stati interpellati come una sorta di oracoli, hanno mostrato tutta la confusione e l’ambiguità di posizioni fondate su di un approccio così riduttivo e, in fondo, incapace di restituire il profondo significato spirituale che le cose e gli eventi invece posseggono per lo sguardo umano.

Un approccio invece interessante anche sul pericolo di questa malattia, sarebbe quello autenticamente escatologico, che tratta e comprende la “crisi” come “rivelazione”, cioè come possibilità rinnovata di conoscenza e svelamento. È questo, tra l’altro, il significato del termine “apocalissi”, il quale rimanda proprio al gettare via ciò che copre, al togliere il velo. E in effetti si potrebbe forse utilmente cercare di scoprire che la malattia odierna, come la peste stessa del passato, non sia da interpretare come la catastrofe che annichilisce la realtà delle cose, la loro verità e stabilità; all’opposto essa sarebbe l’evento che svela le falsità, le illusioni agenti fino a quel momento nell’umanità, nei rapporti sociali, nella gestione della vita e del mondo, velate allo sguardo disattento dell’uomo stesso, indaffarato e preso dalle mille questioni dell’ordinario. Così anche la malattia, come lo squilibrio, l’insicurezza di qualsiasi crisi, potrebbe essere interpretata, secondo una visione più elevata, come quel “niente” apparente e non-ordinario che però può essere in grado di svelare alla nostra consapevolezza interiore quell’altrettanta pochezza che rende arido, anonimo e sterile, a causa della sua “caduta”, l’animo umano, i suoi rapporti, il suo modo di abitare il reale.

Un’altra caratteristica che emerge in questi momenti è la suggestione e la reazione irrazionale che si manifesta sotto la forma di vere e proprie onde psichiche collettive, facile preda di manipolazioni di ogni livello.

Questa reazione si può verificare  di fronte all’imponderabile, ma quello che colpisce è spesso la difficoltà che non si manifesta solo nell’opinione pubblica ma a volte anche in chi dovrebbe amministrare ed informare sugli avvenimenti con una azione il più possibile lucida e saggia.

L’informazione mediatica e la condotta politica a volte rischiano di veicolare impulsi ed influenza poi difficilmente controllabili,  sia per mancanza di sensibilità che per una eccessiva ricerca empatica di una condivisione “popolare” delle sofferenze e delle difficoltà.

Da uomini di fede, denunciando questi errori che possono manifestarsi nell’anima di ogni uomo o donna non possiamo però non indicare gli antidoti che si dovrebbero porre in atto per il nostro stesso bene.

La domanda che ci dovremmo porre è: cosa dobbiamo e possiamo imparare da momenti come questo?

Le risposte di ordine antropologico  e sociologico sono già iniziate a farsi sentire nei vari dibattiti mediatici.

Non crediamo vi sia una risolutiva risposta razionale da contrapporre ad ansie irrazionali e che questa non debba nemmeno necessariamente trovarsi per tutti. Realisticamente pensiamo che, passata grazie a Dio questa prova per molti tutto “apparentemente” tornerà come prima, ma non crediamo sarà veramente così. Eventi di questa portata lasciano segni visibili e invisibili e, lentamente, ma nemmeno poi così tanto lentamente, modificheranno la nostra esistenza come già accaduto a proposito degli shock precedenti.

Noi tutti che crediamo di avere risposte per quasi tutto dovremmo iniziare nuovamente ad imparare e questi ritiri e riposi forzati dalle contingenze potrebbero essere vissuti anche  come occasione di una quarantena oltre che fisica anche interiore, volta ad un recupero di una dimensione più essenziale non solo come distanza  dagli eccessi della vita mondana ma come occasione per una rielaborazione, un ripensamento sulla nostra libertà individuale messa al di sopra ogni cosa, come valore assoluto e non negoziabile con nient’altro. Dovremmo imparare nuovamente a subordinare le nostre scelte individuali a vantaggio di un bene e un interesse comune, che ora più che mai ha bisogno di essere privilegiato. Dunque una “quarantena dal nostro ego”, nella rivalutazione più autentica di questa parola che in tutte le tradizioni era sinonimo di purificazione e reintegrazione di una intimità con il divino nel suo timore e nella sua protezione dall’invisibiltà del “mondo sottile”  piuttosto che nel solo senso che se ne da ora di una sterilizzazione ed un allontanamento da un male invisibile solo perché tale ai nostri occhi. Un momento che  prepari anche un rinnovato spazio ad una dimensione comunitaria nel segno di una più condivisa fraternità.

A margine di ciò vorremmo inoltre far notare che stiamo realizzando una situazione di difficoltà e pericolo anche perché ora tutto questo è arrivato qui nel nostro mondo occidentale moderno, siamo noi ad essere direttamente sotto attacco, ma vi sono intere aree del mondo dove emergenze di questo tipo sono delle drammatiche realtà da decenni e che la nostra miopia euro-centrica non coglie che marginalmente. Pare proprio che l’uomo cosiddetto evoluto, per imparare debba per forza sempre vivere direttamente le cose attraverso segni che si manifestano in tutta la loro potente realtà.

Si tratta forse non solo di saper cogliere questi  segni dei tempi, ma anche di prepararsi ad essi e  se possibile saperli anticipare nei nostri cuori, centro spirituale dell’uomo, ma anche attraverso l’opera di un necessario cambiamento di mentalità che rimetta le cose nel suo ordine originario, anche quando queste mostrino, sul loro piano macrocosmico, di andare verso direzioni più comunemente accettate. Non si tratta di voler cambiare il mondo ma piuttosto cambiare, ri-orientare ciascuno di noi, prendere atto dei suoi accadimenti, considerandoli come nuove possibilità di conoscenza e di apprendimento per il nostro beneficio spirituale.

Questa risposta non può che essere ricercata, da parte di uomini e donne di buona volontà, ancora una volta nell’adesione ai principi della propria fede ed alla messa in pratica di questi nella vita di ogni giorno. Nella tradizione islamica  è citata frequentemente l’espressione “tenersi attaccati alla corda di Dio” che sembra ricordarci quell’ Asse verticale che unisce la Terra al Cielo, il raggio che ci unisce al Centro rivelando il vero senso di questa esistenza anzi, per meglio dire, rendendo possibile l’esistenza stessa di questa vita.

Nell’affrontare la realtà nella sua autentica verità, crediamo vi sia l’unica prospettiva davvero utile per superare le prove che ci sono date in questa vita, in questo mondo  e per l’altro.

Yusuf Abd al-Hakim Carrara, vicepresidente COREIS italiana

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