La mezuzà sulle soglie di una casa ebraica

da Joimag.it, il sito dell’associazione JOI, Jewish Open Inclusive.

L’essere forzatamente confinati in casa, in questi giorni di crisi sanitaria (ed economica, e finanziaria), è occasione per pensare al senso di un oggetto rituale che, sulla soglia di ogni abitazione ebraica, è tanto familiare quanto poco pensato: la mezuzà.

Per chi lo ignorasse, il termine ebraico significa ‘stipite’ di una porta di casa, da cui si entra e si esce; comunemente però, pars pro toto, indica un astuccio di materiale variabile (dal metallo alla pietra, dalla plastica al vetro) nel quale è contenuta una piccola pergamena su cui un sofer, uno scriba, ha vergato in ebraico alcuni versetti della Torà, più precisamente Devarim/Dt 6,4-9 e 11,13-21, le due occorrenze bibliche nelle quali ai figli di Israele è comandato di affiggere [liqboa‘] ovvero di fissare sugli stipiti delle porte della propria casa – e delle entrate (portoni o cancelli) della propria città – tali insegnamenti divini.

L’halakhà nel corso dei secoli ha fissato con precisione le regole di questa mitzwà, il cui significato basilare è quello di mai dimenticarsi di essere in alleanza con Dio e dunque di ricordarsi continuamente degli obblighi che quell’alleanza comporta. Come la circoncisione, le preghiere e le frange rituali (tzitzit), si tratta di un segno di natura psico-pedagogica, un segno che rimanda a tutti gli altri segni: i precetti che ritmano la vita quotidiana dell’ebreo osservante e gli danno consapevolezza della sovranità divina sul mondo (malkhut shammayim).

Il filosofo e halakhista Maimonide ha scritto un breve trattato sulla mezuzà nel secondo ‘libro’ del suo Mishnè Torà, che porta il nome di Sefer ahavà, libro dell’amore, nel quale sono esposte le norme rituali che permettono di vivere l’amore di/per Dio. Nel sesto capitolo di quel trattato si elencano dieci condizioni per definire ‘casa’ una casa, una delle quali è l’avere quattro pareti e un tetto, un’altra è che l’occupante deve avere lo status di ‘residente permanente’. Non si pone di conseguenza una mezuzà sulla sukkà. Va invece posta là dove abitiamo regolarmente: i maestri, precisi come sempre, specificano che bisogna abitarci per non meno di trenta giorni; e va affissa su ogni porta della casa, non solo la porta dell’ingresso principale (tranne la porta del bagno o ritirata, per ovvio rispetto), non importa quante porte abbia la casa, sì da essere memento ogni volta che passiamo attraverso la soglia che conduce da un ambiente a un altro, quasi a marcare il passaggio da un’attività a un’altra. Ogni entrata e ogni uscita, le mille soglie e i mille confini della vita quotidiana, devono essere memento di Torà.

Il rabbino tedesco del XIX secolo Samson Raphael Hirsch, nel suo commento alle leggi ebraiche Chorev, dice che la mezuzà “ci insegna il significato della nostra vita domestica e fa della nostra casa una specie di tempio di Dio, dove l’intera nostra esistenza è posta al Suo servizio”.

L’halakhà si occupa solitamente di come si applicano le norme, non spiega la loro origine. Proprio tale origine – da dove venga questa mitzwà – ha intrigato non poco gli studiosi nonché gli storici, per molti dei quali si tratta di un oggetto dal chiaro significato apotropaico: esprimerebbe cioè il bisogno di proteggere la casa e i suoi abitanti dagli spiriti malvagi, bisogno diffusissimo nell’antichità mediorientale e per lo più soddisfatto da oggetti rituali che oggi chiameremmo semplicemente amuleti. L’arte di scrivere (non scolpire!) amuleti è ben attestata e conosciuta nella storia ebraica fino a pochi decenni fa.

Quando nacque mia figlia Naomi, il mio maestro Paolo De Benedetti me ne regalò uno, un amuleto molto popolare nella comunità ebraica astigiana dell’Ottocento, una specie di rosetta in metallo sulla quale sta scritto un nome divino. Era appartenuto alle sorelle Jona, mi disse, e in antico veniva posto sulla culla dei neonati, per proteggerli. I grandi qabbalisti del passato erano spesso ricercati come esperti scrittori di amuleti, che appesi nelle case tenevano lontano il malocchio (il karma negativo?) e gli shedim, i demonietti invidiosi… E’ solo un caso che sulla maggior parte delle nostre mezuzot si apposti il nome Shaddai? Per alcuni maestri questo nome/attributo divino sarebbe un acrostico per shomer daltot Isreal ossia “il guardiano delle porte di Israele”.

Usanza tradizionale è che, quando si entra in casa, si allunghi la mano destra – la mezuzà è sullo stipite destro, nella terza parte superiore dello stipite – e la si tocchi portando poi le dita alle labbra per un simbolico bacio. Raccomanda ancora il rabbino Hirsch: “Quando entri nella tua casa, poni la tua mano sulla mezuzà e ricorda che stai calpestando un suolo sacro. Quando esci dalla tua casa, poni la tua mano sulla mezuzà e affida la tua casa alla protezione di Colui al Quale essa è dedicata”.

Il riferimento alle daltot Israel, le porte di Israele, ci rimanda al precetto completo: oltre al privato della propria casa il precetto ha un’esplicita estensione anche alla sfera pubblica, alle ‘città murate’ dove l’entrare e l’uscire avvengono attraverso le soglie di portoni o di cancelli: anche su questi dev’essere affissa una mezuzà per sottolineare che la sovranità divina è un obbligo non solo individuale ma anche collettivo, è – in ambito ebraico – un’istanza pubblica, con pretese politiche. Tutto Israele, nei suoi continui spostamenti globali e qualunque soglia oltrepassi, passa in continuazione dinanzi a un’ideale mezuzà che gli ricorda i doveri, gli onori e gli oneri, dell’alleanza. E dove danno queste ‘porte’ e questi ‘cancelli’ se non sul vasto mondo? La mezuzà sta sulla soglia di ogni nostro passaggio, quasi a far eco al salmo 121: “Il Signore ti guarderà [ti proteggerà] da ogni male e custodirà la tua persona, il Signore custodirà il tuo uscire e il tuo entrare”.

Ora che la questione delle soglie e dei confini torna ad essere cruciale – i confini tra gli stati per proteggersi dalla diffusione del virus, il confine delle zone a rischio, gli auto-confinamenti volontari in nome della solidarietà o più semplicemente della paura (che il più elementare dei sentimenti umani), i ‘limina’ delle nostre abitazioni e delle nostre comunità – l’alzare la mano per toccare la mezuzà di casa torna ad essere un segno di accettazione della nostra vulnerabilità, della strutturale limitatezza e della cosciente precarietà delle nostre esistenze. Gesto superstizioso? La superstizione (e magia) c’è quando il segno diventa pretesa di certezza e se con esso vogliamo determinare quel che succederà. Non c’è superstizione (né gesto magico) se il segno resta segno, simbolo e strumento per accogliere ciò che deborda, ci sorpassa e ci trascende, ciò che non siamo noi a determinare.

Le tende di Abramo forse non avevano una mezuzà perché non ne avevano bisogno: esse erano sempre aperte sui quattro punti cardinali e offrivano acqua e pane a chiunque si affacciasse sulla soglia; e quando nessuno si affacciava, era il nostro patriarca che correva fuori, oltre la soglia, in cerca di ospiti. Era lui stesso la mezuzà della sua casa.

Massimo Giuliani

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