Sacrosante risate

dal profilo facebook di fratel Ignazio de Francesco, monaco della Piccola famiglia dell’Annunziata.

Ma le religioni sanno ridere? Il dubbio mi assale incrociando dopo tanti anni “Il nome della Rosa” di Umberto Eco che, come si sa, è costruito intorno a un complotto omicida contro il buon umore. E il fattaccio ha per scenario un monastero.

A un futuro ultramondano di gioie smisurate, le religioni possono facilmente opporre una cupa visione del presente, dove la descrizione tende a farsi prescrizione: siate tristi! In effetti la regola di san Benedetto sconsiglia il riso, e quella dell’egiziano Pacomio lo punisce addirittura (anche se il riferimento al rapporto dei monaci con i più giovani può far pensare a una prevenzione della pedofilia). In precedenza, la regola della setta giudaica di Qumran aveva stabilito una sanzione di 30 giorni per chi “ride stupidamente”, e malgrado il calendario ebraico includa una cosa pazza come la festa di Purim, i sapienti della Bibbia fanno notare che “la nostra bocca si è riempita di risate” del salmo 126 vale solo per il giorno della Redenzione: prima di allora, dunque, non si può ridere a crepapelle. Si narra così che due famose autorità del Talmud abbiano interrotto con un plateale gesto di stizza la festa di nozze dei rispettivi figli, nella quale si faceva troppa baldoria. Sembra sia nata lì la tradizione ebraica di scagliare a terra un bicchiere alla fine del rito nuziale.

Il posticipo escatologico della risatona vale, mi pare, anche nell’islam, che custodisce nella sura La stella (53,43) una bella idea: è Dio il creatore del riso (come del pianto). Ma i commentatori condizionano di preferenza questo riso all’ingresso in paradiso, mentre nel tempo attuale è meglio indulgere alle lacrime, allineandosi a quanto attribuito al Profeta dell’islam nell’incontro con un gruppo di scanzonati: “Se sapeste quello che io so, ridereste di meno e piangereste di più”. Ci sono sì delle descrizioni di Muhammad che ride fino a mostrare i molari, ma anche qui la tendenza dei commentatori, mi sembra, è dire che la parola chiave dahaka va intesa non alla lettera, ridere, ma come tabassama=sorridere. La risatona non si addice ai profeti, ne compromette la gravità, indica una perdita di controllo inaccettabile. Cose da bambini.

Seri e piangenti i pii dell’islam: nei primi secoli c’erano addirittura congregazioni di bakka’un, alla lettera “piagnoni”, che amavano riunirsi e gemere sul Giorno del Giudizio sino a perdere i sensi. È la continuazione di una tradizione cristiana, forse intrisa di neoplatonismo e gnosticismo, propagata anche attraverso le immagini: i santi delle icone sono volentieri arcigni, tetri, lacrimosi, Madonna compresa. Riguardo a lei la cosa mi sorprende particolarmente, se penso a quale debba essere stato l’umore di una madre che ha ritrovato il figlio vivo dopo averlo visto morto ammazzato. Proviamo per pura ipotesi a metterci nei panni di una mamma alla quale sia accaduta una cosa del genere: non riderebbe, canterebbe e ballerebbe da mattina a sera? Eppure i miei amici iconografi mi assicurano che tra miriadi di icone della “Madonna che piange” non c’è una della “Madonna che ride”. Perché non provarci?

Si dice che il movimento francescano abbia rappresentato una certa novità: Francesco è “giullare di Dio” e vuole che i suoi frati siano altrettanti giullari, titolo dei buffoni professionali. Si racconta così che i primi frati di Oxford non potevano incontrarsi senza scoppiare a ridere, e che uno di loro dovette fare penitenza perché in coro e a mensa aveva riso di cuore ben undici volte in un giorno solo. E tuttavia nelle medesime fonti ricorrono ammonimenti trancianti come quello di un Enrico da Burford: “Tu che sei frate minore, non ridere mai, perché a te convengono solo le lacrime”.

Penso che si tratti di trovare un equilibrio, e anche in questo aspetto così cruciale della vita umana (gli psicologi sono concordi nel dire che ridere fa bene, e che è una cosa talmente umana che con esitazione se ne intravede traccia in altre razze animali) mi sembra decisiva la frequentazione tra credenti e non credenti. In attesa dell’apertura di un tavolo interreligioso-civico (teorico e pratico) sulla risata, io incornicio e appendo al muro questo passaggio del Siracide, libro che la tradizione cattolica e ortodossa ritiene divinamente ispirato, quindi per chi ci crede Parola di Dio che comanda quanto segue: “Non abbandonarti alla tristezza, non tormentarti con i tuoi pensieri. La gioia del cuore è vita per l’uomo, l’allegria di un uomo è lunga vita. Distrai la tua anima, consola il tuo cuore, tieni lontana la malinconia. La malinconia ha rovinato molti, da essa non si ricava nulla di buono. Gelosia e ira accorciano i giorni, la preoccupazione anticipa la vecchiaia. Un cuore sereno è anche felice davanti ai cibi, quello che mangia egli gusta”. Cose da bambini, appunto.

Ignazio De Francesco

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