Ricostruire il mosaico spezzato

dal profilo facebook di fratel Ignazio de Francesco, monaco della Piccola famiglia dell’Annunziata.

Un povero prete nelle mani di un gruppo di guerriglieri dell’Isis? Nient’affatto: il signor parroco tra le pecorelle del suo gregge. Lui è don Giuseppe Manfredi, da Mondovì, che tra il 1891 e il 1904 resse la parrocchia latina di Madaba, nella Giordania centrale. La foto viene dalla ricerca antropologica di Géraldine Chatelard (Briser la mosaique: Les tribus chrétiennes de Madaba, Jordaie, XIX-XXe siecle), che ha svolto un ruolo decisivo nella formazione della mia personale visione delle cose: apparteniamo allo stesso mondo, siamo tessere di un solo mosaico, dove le fedi religiose, i dogmi, i culti sono parti di un tutto che è fatto anche d’altro. Ciò ovviamente non vuole contestare la pretesa di verità che ciascuna religione porta in sé (e io credo fermamente nella mia), ma semplicemente fare i conti con la realtà.

Gli stessi conti che ha dovuto fare don Giuseppe, arrivando in Giordania. Figlio d’industriali piemontesi, nato dunque con la camicia, dotato di una pietà religiosa fontale, carattere pio, dolce, amante della cultura, ma allo stesso tempo preso da ardore missionario, si può appena immaginare l’urto psicologico del contatto con l’universo beduino nel quale è entrato come pastore d’anime.

Un cronista cristiano racconta che al suo arrivo a Madaba, il 17 gennaio 1891, il suo predecessore Don Biever procedette “a presentargli le personalità INQUIETANTI della sua parrocchia”. Lo stesso cronista aggiunge che una di queste pecorelle, certo Jirias, era secondo il nuovo curato un tipo per il quale “la religione passava al quarto posto, dopo il suo giudizio personale, la sua lancia e il suo fucile”. Entrato in lite con un vicino musulmano, Jirias non ci pensò due volte e lo lasciò stecchito a terra. Risultato: Madaba sotto assedio per 35 giorni.

Guerre tra clan, faide, scorribande di cammelli, razzie di bestiame, ma anche senso dell’ospitalità, generosità nell’accogliere l’ospite, dignità nell’estrema povertà. In tutto questo s’infila anche il fattore religioso, l’opposizione cristiani/musulmani, ma è chiaramente un tassello di un mosaico più ampio. Ed è la tesi dell’antropologa francese: il mondo beduino di quelle terre lontane formava un tessuto sociale profondamente unificato. Persino il sentire religioso era largamente condiviso, al di là delle differenze dogmatiche. A conferma dell’idea del mosaico viene anche la notizia degli incontri di don Giuseppe, grande amante di archeologia, con p. Lagrange, il domenicano fondatore dell’Ecole Biblique di Gerusalemme, che con i suoi colleghi trascorreva la pausa accademica estiva in Giordania. Non certo per fare villeggiatura, ma per studiare la Bibbia ebraica. La convinzione di quella generazione di biblisti era infatti che per trovare traccia delle radici più profonde delle tribù dell’Israele biblico bisogna andare a stare sotto le tende dei beduini arabi, come loro semiti.

Ignazio De Francesco

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