Più eguali. Orientamenti per il 26° congresso nazionale delle ACLI – 3) Lo strappo tra pensiero e azione. Strappo #02: Lavoro Vs. Sapere

da Acli.it, Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani.

Pubblichiamo in più puntate (per renderli più agevoli da leggere), gli orientamenti per il 26° congresso nazionale delle ACLI. Il titolo scelto è “ACLI 2020 Più eguali. Viviamo il presente, costruiamo il domani”. Con queste parole s’intende porre particolare attenzione all’uguaglianza e alla giustizia sociale, temi fondamentali nel nostro movimento, per declinare al presente e al futuro quelle politiche sociali che si rivolgono agli ultimi e ai penultimi, ad un ceto popolare sempre più schiacciato verso il basso a causa di anni di crisi e di scarsa attenzione da parte della politica.

2. Lo strappo tra pensiero e azione

Le sempre più accentuate e multiformi disuguaglianze rappresentano lo sfondo sul quale si collocano più specifiche linee di frattura, che rappresentano altrettante prospettive sulle quali intendiamo concentrare la nostra attenzione. In particolare, pensiamo che ci siano almeno quattro strappi da ricucire attraverso la riflessione e l’azione diretta. Si tratta di quattro grandi contraddizioni, quattro ambiti della vita sociale ed economica le cui logiche stridono con l’ecologia integrale, il paradigma che più di altri è in grado di fermare quella che nella Laudato si’ viene definita «la spirale di autodistruzione in cui stiamo sprofondando» (N. 163).

  • Strappo #01: Economia Vs. Ambiente
  • Strappo #02: Lavoro Vs. Sapere
  • Strappo #03: Periferia Vs Comunità
  • Strappo #04: Politica Vs. Democrazia

Strappo #02: Lavoro Vs. Sapere

Ogni lavoro è espressione di un sapere, anzi, come ricorda Richard Sennett, il sapere si esprime nel fare: c’è un rapporto strettissimo tra queste due dimensioni, un legame che stiamo perdendo. Da almeno venti anni sentiamo parlare di economia e lavoratori della conoscenza, come se ci fossero lavori che possono essere svolti senza alcun sapere. La conseguenza principale della messa in questione del legame tra sapere e lavoro è che le occupazioni manuali, i mestieri, le professioni artigianali hanno iniziato a essere considerate inferiori rispetto alle occupazioni intellettuali. Siamo arrivati ad ammettere che alcuni lavori sono così semplici e banali da poter essere svolti senza una formazione o un qualche apprendistato iniziale. A pensarci bene questo ragionamento è alla base della gig economy: basta scaricare una app, rendersi disponibili e ricevere incarichi che chiunque può fare. L’autista, il fattorino, il magazziniere sono diventate occupazioni post-lavoriste, forme di mera sopravvivenza economica, sganciate da qualsiasi idea di lavoro.

Al di sotto di una ristretta fascia di occupazioni ad «alta intensità di conoscenza» c’è dunque un’ampia base di occupazioni svalutate e prive di riconoscimento sociale. Ci sono poi tutta una serie di occupazioni percepite come non lavorative, benché implichino un’ovvia dose di sapere, conoscenze e competenze, una certa «maestria» direbbe sempre Sennett. Il lavoro sociale, culturale e artistico, così come le occupazioni nell’ambito dello sport sono considerati poco più che hobby o, come nel caso del lavoro di cura, incombenze naturali che spettano solo ad alcuni (le donne). Per cui si ammette che possano essere anche svolte in modo gratuito, senza alcun riconoscimento formale. Il problema è che questi lavori – nonostante abbiano un’alta «produttività» sociale, culturale e relazionale – offrono bassi ritorni economici per cui finiscono per essere rubricati sotto la paradossale categoria di lavori improduttivi. Ma chi è a stabilire il valore di un lavoro? Il mercato, ovviamente. È il mercato a indicare quali occupazioni sono in e quali sono out, in tale valutazione non rientra il contributo dato alla coesione delle famiglie e delle comunità sociale: è singolare che nel dibattito su industria 4.0 nessuno abbia proposto di usare i vantaggi dell’automazione per dare riconoscimento sociale – quindi innanzitutto reddito – al lavoro non produttivo, ma socialmente rilevante.

La polarizzazione del mercato del lavoro ha conseguenze che hanno cambiato lo scenario occupazionale italiano: purtroppo anche nel nostro paese la fascia dei lavoratori poveri si amplia sempre di più, soprattutto nel Meridione: la questione dei minimi salariali è urgente poiché troppe persone lavorano per una «paga da fame». In Italia più di una famiglia su dieci può essere definita «a bassa intensità lavorativa», si tratta di nuclei che, possono considerarsi a forte rischio di esclusione sociale, in quanto al loro interno nessuno lavora o chi è occupato è impegnato in attività lavorative discontinue e poco intense. Ciò, nell’immediato, impatta oltre che sulle condizioni di vita delle persone (dei bambini in particolare), anche sulla fiscalità nazionale riducendo il gettito complessivo; mentre, in prospettiva, il sistema pensionistico potrebbe risentirne. I giovani sono il gruppo sociale che soffre maggiormente le trasformazioni del lavoro: in pochi possono dirsi pienamente inseriti nel mercato del lavoro, gli altri o si trovano costretti ad accettare posizioni lavorative penalizzanti o addirittura restano fuori dal mercato formale, impigliati nella rete del lavoro nero o dell’inattività forzata, come ad esempio i Neet.

La visione centrata sul mercato ha, infine, fatto breccia anche nell’istruzione e nella formazione: bisogna produrre, far circolare e valorizzare il «capitale umano», incentivando i percorsi più redditizi premiando i più meritevoli. Purtroppo, anche per coloro che fanno scelte volte a garantirsi un buon livello di capitale umano da vendere sul mercato, il successo non è assicurato: la disoccupazione intellettuale e la sotto-occupazione sono condizioni che interessano un numero sempre maggiore di persone, giovani e donne in particolare. Ciò avviene perché da troppo tempo abbiamo pensato di compensare i malfunzionamenti del mercato del lavoro solo con le politiche passive di sostegno al reddito (la cassaintegrazione, ad esempio) senza predisporre un sistema di politiche attive capace di far incontrare realmente domanda e offerta di lavoro.

Un lavoro purchessia non basta, abbiamo bisogno di creare buon lavoro. Per far ciò è necessario che istruzione, formazione professionale e ricerca siano parte della stessa filiera: l’idraulico e l’analista finanziario; il falegname e l’ingegnere elettronico; il cameriere e il chimico farmaceutico sono lavori che hanno diversi contenuti di conoscenza, ma uguale dignità e importanza. Allo stesso modo, un ragazzo che si iscrive a un corso istruzione e formazione professionale non è uno studente di serie B. Abbiamo bisogno di una filiera formativa capace di valorizzare i «mestieri popolari», così come quelli ad alta intensità di conoscenza. Non dobbiamo dimenticare che le Acli hanno una lunga tradizione in questo campo: i nostri centri di formazione professionale, così come l’integrazione dei servizi attuata dal progetto Missione Lavoro, possono essere dei punti di riferimento per sperimentazioni più ampie e strutturali.

Più eguali. Viviamo il presente, costruiamo il domani

20200304 orientamenti congressuali ACLI

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