Pesach e la primavera

da Moked.it, il portale dell’ebraismo italiano.

“Simchà rabbà, simchà rabbà aviv higghi’a pesach bah – Una grande gioia, una grande gioia arriva la primavera sta arrivando Pesach”
È questo l’inizio di una canzoncina per bambini che ricorda il collegamento fra la stagione primaverile – e la gioia che essa porta con sé – e la festa di Pesach, chiamata dalla Torà “chag aviv – festa della primavera”.

Nella Torà troviamo scritto: “Shamor et chodesh ha aviv ve ‘asita pesach lA’ Elo-hekha ki be chodesh ha aviv iatzata mi mitraim – Osserva il mese della primavera e farai Pesach al Signore D-o tuo, poiché nel mese della primavera uscisti dall’Egitto”.

C’è un forte legame tra la festa di Pesach e la stagione primaverile; quasi che la Torà voglia obbligarci a tenere sempre in mente quella stagione dell’anno così importante per l’uomo.

La primavera è il momento in cui, dopo il freddo e il buio invernale, si riaprono le finestre delle nostre abitazioni e il cielo limpido, con i primi raggi di sole, sembrano scaldare le mura delle nostre case e allontanare i nostri malanni.
Come l’anno è diviso in quattro stagioni, così la vita dell’uomo è divisa in quattro stagioni.

La primavera simboleggia la fanciullezza; l’età della purezza e della speranza. Quel periodo in cui, avendo tutta una vita dinnanzi, si fanno progetti e proposte per il futuro.

L’estate simboleggia l’adolescenza; il momento in cui il forte calore della nostra vitalità, ci rende tenaci, forti e pronti a combattere come leoni, per dimostrare la nostra volontà di fare e di essere.

L’autunno rappresenta l’età della maturità, in cui dentro di noi è ancora calda la voglia di fare, ma la saggezza e l’esperienza acquisita nel corso della nostra vita ci fanno ponderare le azioni da commettere agendo con pacatezza.

L’inverno infine, rappresenta l’età senile; quel periodo della nostra vita; dove tutto ciò che abbiamo fatto è stato tramandato alle nuove generazioni, e a noi resta la forza di gioire nel vedere i giovani atti a mantenere i nostri insegnamenti.

È per questo che la Torà ci raccomanda di tener cara la primavera! Quella stagione piena di speranze e di promesse, tenendola sempre presente come punto di riferimento nel condurre la nostra esistenza.

Pesach, che ricorda la primavera del nostro popolo, il momento in cui esso è nato dopo quattrocento anni di infamità e ingiustizie contro l’essere umano in genere, simboleggia la rinascita di quei principi a cui nessun Uomo al mondo, oggi rinuncerebbe più; anzi in alcune parti del Pianeta sta ancora combattendo per raggiungere ed ottenere.

Il nostro popolo ha subìto persecuzioni infami nel corso della sua lunga vita; ma altrettante ne abbiamo sconfitte con la forza e la volontà di tornare a vivere liberi e a testa alta. Sono ormai due anni che viviamo la festa di pesach con ansia e con l’angoscia di trascorrere la più bella solennità dell’anno, soli e lontani dai nostri cari, a causa di un’altra e “nuova” schiavitù che tiene, non soltanto il nostro popolo ma tutta l’umanità, prigioniera, rinchiusa nelle proprie abitazioni, togliendoci la gioia e la libertà di vivere insieme ai nostri cari i momenti più salienti e belli del nostro calendario: mi riferisco alla pandemia in atto.

Quest’anno però abbiamo un elemento in più che ci permette di vedere un leggero bagliore di luce in fondo ad un lungo tunnel buio: grazie alla ricerca scientifica si è riusciti in meno di un anno a sperimentare, testare e mettere in atto l’antidoto per sconfiggere questo “nuovo” nemico della libertà.

Il popolo ebraico, anche nei periodi di peggior sofferenza, non ha mai abbandonato di sperare in un futuro migliore, combattendo con tutte le armi possibili, per uscir fuori dal buio verso la luce.

La speranza si riaccende e soprattutto un sentimento di gioia ci avvolge nel sapere che nella nostra cara Terra di Israele si è riusciti a sconfiggere – almeno in gran parte – il virus nemico. Lentamente ma con costanza si sta tornando alla vita e tutti possono riprendere liberamente le loro consuetudini.

Non poteva essere che così.

David Ben Gurion, primo Presidente dell’allora neonato Stato di Israele, profetizzò dicendo che Israele sarà il faro del mondo; in questo periodo si sta avverando la sua profezia e da lì sta rinascendo la vita, si sta riaffacciando la primavera dell’umanità.

L’alta considerazione della libertà da parte del popolo ebraico, concetto allora sconosciuto da tutti gli altri popoli del passato, viene ribadito dalla Torà come conditio sine qua non , per poter vivere a lungo, sia come entità di popolo, sia come esempio da trasmettere alle generazioni future ed agli altri popoli: Non ci si può considerare liberi se non si conosce l’oppressione, come non si può apprezzare la ricchezza se non si è conosciuta la povertà e la sofferenza.

La schiavitù secondo la concezione ebraica non è tanto l’oppressione fisica, quanto la negazione al diritto di esprimere le proprie usanze e le proprie tradizioni.

Gli egiziani per primi, i nazisti nell’era moderna e tutti gli altri nostri persecutori avevano l’ambizione di sterminare il popolo ebraico togliendo loro l’identità di individuo, l’identità di popolo che è caratterizzata dalla manifestazione dei propri usi e costumi. Noi ebrei abbiamo sempre combattuto in prima linea in seno ai popoli che nel corso dei millenni ci hanno ospitati, per il diritto all’uguaglianza, alla democrazia, alla libertà, pronti ad offrire la propria vita per questi sacri ideali.

“Ve zakhartà ki ‘eved haiita be eretz Mitzraim – E ti ricorderai che schiavo fosti nella terra d’Egitto” per questo motivo dovrai comportarti di conseguenza nei confronti di chi si trova nelle stesse condizioni in cui ti trovavi in Egitto, di chi è oppresso, di chi soffre: “be chol dor va dor – di generazione in generazione”.

Per questo motivo, tenendo conto delle moderne sofferenze di schiavitù, dateci dalla pandemia, dobbiamo combattere per ribadire fortemente quello che i Maestri della tradizione ebraica ci hanno trasmesso: ricorda e non dimenticare!
Ricorda ciò che hai trascorso e non dimenticare mai ciò che fu, per fare testimoni le generazioni future.

Voglio concludere con lo stesso augurio della haggadà:

“hashatà hakhà ‘avdé leshannà ha baha birushalaim bené chorin _ quest’anno qui schiavi, l’anno prossimo liberi a Gerusalemme!

Rav Alberto Sermoneta, rabbino capo di Bologna

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