Il terzo necessario per un sano equilibrio tra testa e cuore (credenti)

dal profilo facebook di fratel Ignazio de Francesco, monaco della Piccola famiglia dell’Annunziata.

Da Istanbul ricevo una email dove lei mi informa di avere brillantemente superato l’esame di religioni comparate. Le rispondo “alf mabruk ala najahiki”, complimenti! È la giovane musulmana sunnita che qualche settimana fa mi aveva chiesto aiuto per prepararsi a quell’esame: dovevo rispondere a una lista di 22 densissime domande sulla mia fede. Una cosa quasi unica in tanti anni di rapporto con i musulmani, che so più inclini a informare i cristiani sul cristianesimo, piuttosto che esporsi alla loro narrazione. Lei dunque ha compiuto un atto coraggioso, con metodo rigoroso.

Dando seguito alla sua richiesta, ho esposto senza giri di parole la mia fede in Gesù, vero Dio e vero uomo, morto in croce e risorto per la salvezza del mondo. Concludevo rilanciando la palla: ora rispondi tu alle domande che mi hai posto. L’ha fatto. Insieme alla notizia del suo successo ricevo due paginette di testa e di cuore. Da una parte organizza, con razionalità scrupolosa, le citazioni coraniche utili a presentarmi le ragioni della sua fede, le somiglianze che vede con la mia ma anche le differenze insormontabili. Dall’altra rivela il suo lato mistico, quando mi racconta “di avere momenti nella preghiera nei quali giungo a un grande livello di comunicazione con Dio, di compunzione e di tranquillità spirituale”. È la storia di un’anima, come ignorarne il valore? Tuttavia, il doppio coinvolgimento della testa e del cuore nelle cose di fede mi spinge a una riflessione a monte (o a valle).

Razionalità e mistica, testa e cuore, è il connubio che conferisce alle religioni (nessuna esclusa) la propria forza, ma che è al tempo stesso fonte di rischi per la vita in una comunità composta da tanti “diversi”. Da una parte, le ragioni della fede strutturano il pensiero, la visione del mondo, il modo di rapportarsi agli altri. Dall’altra, il fuoco mistico percepito nel cuore opera come conferma soggettiva delle verità di fede, un’esperienza sovrarazionale che conferma la ragione. È normale che sia così. Ma bisogna vigilare, perché il rischio è quello di una perdita di equilibrio, sotto la spinta potente e congiunta della testa e del cuore. Quando sono in due a spingerti è quasi impossibile non cadere.

Di questo squilibrio trovo traccia nel manuale di dogmatica islamica di un grande teologo sunnita contemporaneo ‘Abd al-Rahman al-Maydani: «La prova dell’evidenza e la prova dell’intelletto sostengono l’esistenza di Dio, perciò credere è cosa obbligatoria a chiunque sia in possesso di un intelletto orientato a ciò dalle regole dell’osservazione. Chi ancora nega l’esistenza di Dio e ne dubita dopo avervi riflettuto e osservato, è una di queste due persone: un malfattore, ostinato, superbo, oppure un demente, privo della capacità di riflettere» (al-‘Aqida al-islamiyya wa-asasu-ha, Dar al-Qalam, Damasco 2004, p. 138.). Questa è precisamente la radice del fondamentalismo religioso, islamico e non. Tutto il resto non è altro che dettagli e ricadute secondarie del principio qui enunciato.

Come dunque si tiene in equilibrio la mente e il cuore nelle cose di fede? Rispondo con la celebre frase con cui Carlo Maria Martini, grande biblista e compianto vescovo di Milano, aprì i lavori della “Cattedra dei non credenti”, da lui istituita nel 1987: «Io ritengo che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente, che si parlano dentro, si interrogano a vicenda, si rimandano continuamente interrogazioni pungenti e inquietanti l’uno all’altro. Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa».

Ignazio De Francesco

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