Vaccini, le parole che fingiamo di non capire

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

“Nello spirito di un “internazionalismo dei vaccini”, esorto l’intera comunità internazionale a un impegno condiviso per superare i ritardi nella loro distribuzione e favorirne la condivisione, specialmente con i Paesi più poveri” (Papa Francesco, messaggio Urbi et Orbi di Pasqua, 4 aprile 2021)

“Condividiamo il pensiero di Papa Francesco: vaccinarsi è un obbligo morale” (Joe e Jill Biden, auguri di Pasqua agli Stati Uniti, 4 aprile 2021)

A Pasqua – nel messaggio Urbi et Orbi – Papa Francesco è tornato a ribadire quanto ripete da mesi: e cioè che i vaccini contro il Covid-19 sono un bene globale che va condiviso con i Paesi poveri, dove le conseguenze del virus non sono meno gravi che da noi. Nelle stesse ore dall’India arrivava quest’immagine che mi ha lasciato senza parole: due giovani pazienti costretti a condividere un solo letto nel pronto soccorso di un ospedale a Nagpur, nello Stato indiano del  Maharashtra. E’ India, ma potrebbe benissimo essere il Brasile o qualunque altro tra i tanti Paesi dove in questi giorni la nuova ondata del virus sta facendo registrare numeri mai visti prima nei contagi causati dalla pandemia. Per noi, però, la loro resta un’altra malattia, qualcosa di abissalmente diverso rispetto al “nostro” problema.

Papa Francesco ha ragione a ricordare che ci sono anche loro, per carità. Ma “se a noi i vaccini non arrivano” mica possiamo preoccuparci del resto del mondo. Dobbiamo pensare ad accelerare, ad arrivare alle mitiche 500mila somministrazioni al giorno. Agli altri ci pensino Big Pharma e le case farmaceutiche che tengono fermi i vaccini per speculare (come i fornai di manzoniana memoria…). Rispettino loro i contratti.

Già, i contratti. I nostri, però. Basta dare un’occhiata al sito del Covax – il pomposo meccanismo multilaterale che i grandi magnati, le grandi organizzazioni, l’Europa, gli Stati Uniti e altri Paesi hanno messo in piedi insieme per il nobile intento di far arrivare questi vaccini anche ai 64 Paesi più poveri del mondo – per constatare che delle 237 milioni di dosi promesse entro fine maggio (primo quantitativo già di suo ben più limitato rispetto a quelli previsti per noi) ne sono state consegnate appena 33 milioni. E da quando – ormai tre settimane fa – anche la principale fabbrica indiana di vaccini ha iniziato (come noi) a dare priorità alle forniture interne indiane, i Paesi poveri hanno smesso quasi del tutto di ricevere dosi. E probabilmente andrà avanti così per tutto aprile. Del resto, da che mondo è mondo, i contratti dei poveri chi li difende? Oggi l’unica vera possibilità che hanno è prendere i vaccini dalla Cina, firmando una cambiale che vediamo bene in Myanmar che cosa significhi.

Quello che continuiamo a non voler vedere è che il gioco dei vaccini in questo momento è a somma zero. I contratti fin dall’inizio erano stati scritti dalle aziende farmaceutiche presupponendo che i Paesi poveri sarebbero arrivati per ultimi. Quando i miliardi di dosi per ora solo promessi saremo davvero in grado di produrli e non sapremo più che cosa farcene li daremo anche a loro. Oggi invece è inutile tirare in ballo oscuri traffici o il dark web: il punto è che i quantitativi scritti nei contratti molto semplicemente non ci sono. E ogni “accelerazione” di un Paese avviene a scapito di qualcun altro. Per esempio: come hanno fatto gli Stati Uniti di Biden a riuscire addirittura a raddoppiare l’obiettivo di 100 milioni di vaccinazioni nei primi 100 giorni della sua presidenza? Applicando una legge del 1950, pensata per il tempo di guerra, che requisisce per interesse nazionale non solo tutti i vaccini disponibili (compresi quelli che gli Stati Uniti non usano perché non ancora autorizzati dalla Fda), ma anche tutto quanto serve per produrli. E’ un discorso semplice: per poter correre il più veloce possibile io mi tengo a disposizione tutte le risorse che posso; anche a costo di rallentare tutti gli altri.

Proprio per questo è suonata quanto meno amara la citazione che il presidente degli Stati Uniti Joe Biden – nel suo augurio di Pasqua agli americani – ha proposto delle parole di papa Francesco: la vaccinazione contro il Covid-19 – ha detto – è “un obbligo morale”. Si è solo scordato la parte in cui il Papa diceva che anche condividere questa risorsa lo è… Ma si sa, dire: mettiamoci un mese in più, ma aiutiamo anche gli altri ad uscirne oggi è molto meno politicamente corretto.

Lo fa Biden, lo fa la Gran Bretagna di Boris Johnson. Ma è esattamente quanto faremmo molto volentieri anche noi. Ci ripetiamo talmente tante volte il mantra sulle dosi di vaccino che non arrivano nelle nostre Regioni da dimenticarci di abitare nella (piccola) parte del mondo dove i quantitativi delle consegne si misurano in milioni. Tanto per fare un esempio: l’Italia ha ricevuto lo stesso ordine di grandezza di dosi dell’Africa intera (Sudafrica della temibile variante sudafricana compreso). Ci piace talmente tanto pensare che noi europei abbiamo distribuito agli altri più vaccini di quelli che abbiamo utilizzato a casa nostra da crederci sul serio. Senza accorgerci che basterebbero quattro conti per capire che questa che ci hanno raccontato è palesemente una menzogna.

Nell’ormai famoso discorso del 27 marzo 2020 nella piazza San Pietro deserta, Papa Francesco ci aveva scosso dicendoci: “Non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. E adesso diciamo: Signore, salvaci”. Un anno dopo siamo ritornati al punto di partenza: ci stiamo di nuovo illudendo che si possa tornare sani, lasciando intorno a noi un mondo malato.

Allora la domanda diventa: può una comunità cristiana che celebra la Pasqua di Gesù accettarlo come se niente fosse? Possiamo anche noi guardare solamente ai pallottolieri nazionali sempre più sofisticati e all’agognata ripresa (solo nostra)?

Un dramma come la pandemia – che miete vittime dal Perù alle Filippine – doveva essere il momento per tornare ad aprire gli occhi e il cuore al mondo intero. Invece in questi mesi abbiamo continuato a camminare nella direzione opposta. Se c’è un tema su cui oggi il Papa è tremendamente solo è proprio questo. Sarebbe ora per lo meno di accorgersene.

Giorgio Bernardelli

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