Il Primo Maggio del lavoro sommerso

da Riforma.it, il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia.

La pandemia di coronavirus, unita alle misure adottate per limitarne la diffusione (soprattutto quelle a singhiozzo che hanno caratterizzato, tra gli altri paesi, l’Italia), ha dato un colpo pesantissimo al mercato del lavoro italiano.

Ad inizio aprile Istat ha pubblicato un rapporto che metteva a confronto i numeri del febbraio 2021 con quelli dello stesso mese del 2020, ovvero l’ultimo mese prima che si diffondesse anche in Italia il virus Covid-19. Basta un numero per comprendere la gravità della situazione: la diminuzione degli occupati è di 945mila unità. L’emorragia riguarda tutti i settori, anche se in modo non omogeneo, perciò non è il caso di stilare la classifica delle categorie più in difficoltà. Sono però emerse recentemente alcune nuove istanze sulle quali, in vista del Primo Maggio, ci si può soffermare per provare a tastare il polso complessivo.

Se il periodo della pandemia ha segnato una crescita poderosa degli acquisti online anche nel nostro Paese, i numeri non sono andati di pari passo con un miglioramento delle condizioni lavorative già difficili dei lavoratori della logistica. Il 22 marzo circa 40mila addetti dell’immensa filiera Amazon in Italia hanno preso parte ad uno sciopero nazionale, in quella che sembra la prima mobilitazione del genere al mondo. Al centro della protesta, questioni specifiche legate alla pandemia, come la critica all’azienda per le carenze nel garantire la sicurezza dei lavoratori, ma anche richieste più generali, come la stabilizzazione dei contratti, retribuzioni adeguate, ritmi di lavoro meno spossanti. L’azienda si dichiara pronta al dialogo, ma il modo in cui finora ha gestito i tentativi di protesta, soprattutto negli Stati Uniti, fanno pensare che, nei fatti, il suo approccio sia ben meno collaborativo. Intanto, però, i lavoratori hanno alzato decisamente il livello dello scontro.

Non così lontano il percorso dei rider, i fattorini che si occupano di consegnare il cibo a domicilio per conto di una serie di aziende, per lo più straniere. Anche in questo caso la richiesta di questo servizio si è impennata a partire dalla primavera del 2020 e ha fatto emergere con maggiore alcune problematiche che già erano state sottolineate negli anni precedenti. Il punto focale, in questo caso, è la regolarizzazione: i fattorini sono al momento considerati, salvo alcune eccezioni, dei lavoratori autonomi, che ricevono il pagamento per il proprio lavoro tramite la app dell’azienda e secondo un calcolo a cottimo, senza godere di alcuna tutela relativa a lavori dipendenti. A cambiare le carte potrebbe essere stata un’indagine della Procura di Milano, che a febbraio ha comminato sanzioni per 733 milioni di euro alle aziende del settore operanti in Italia, proprio per la mancata assunzione dei lavoratori. I quali hanno poi organizzato uno sciopero nazionale il 26 marzo, per spingere ulteriormente nella direzione dei loro diritti. Al momento, il contesto è ancora disomogeneo: a fine marzo i sindacati hanno siglato un accordo con Just Eat Italia per l’assunzione di 4000 persone entro l’anno, ma al contempo Glovo a Milano ha rivisto al ribasso i guadagni già minimi dei suoi rider.

A proposito di situazioni già problematiche che sono ulteriormente peggiorate, è inevitabile raccontare dei lavoratori stranieri nel loro complesso. L’estate scorsa era stato lanciato il piano di regolarizzazione degli stranieri privi di permesso di soggiorno, un’iniziativa già di per sé discussa, visto che legava questo processo all’emergenza sanitaria in corso e non ad istanze più ampie e generali. Non solo: il piano si è arenato ben presto, e a mesi di distanza sono ben poche le persone che hanno ottenuto in questo modo il permesso di soggiorno, come sottolinea Ero Straniero. Anche in questo caso, sono previste mobilitazioni, come il presidio a Roma organizzato il 18 maggio da Lega Braccianti, per chiedere con forza risposte concrete. Il settore agricolo è solo uno dei settori cruciali che sono tenuti in piedi soprattutto da forza lavoro straniera, come anche il campo della cura degli anziani e degli stessi rider. L’emergenza sanitaria ha messo in luce il paradosso della loro condizione: da un lato sono lavoratori indispensabili per interi settori, dall’altro vengono costantemente dimenticati, se non apertamente ostacolati, dalle istituzioni, come facevano notare pochi giorni fa i Medici per i Diritti Umani denunciando una nuova circolare che rallenterebbe ulteriormente il processo di emersione del lavoro irregolare.

Come si diceva all’inizio, non sono questi gli unici campi messi in seria difficoltà dalla pandemia, ma sono alcuni dei fronti sui quali si sta rafforzando lo scontro tra lavoratori, aziende e Stato, ponendo nuove questioni urgenti sul piatto della discussione sul lavoro.

Alessio Lerda

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