Testi di Antonio Doda pubblicati sul gruppo Facebook Kairos – Storia del cristianesimo
Ancora sull’opera di Meier “Un ebreo marginale”. Abbiamo già riassunto molto approssimativamente l’ampia sezione del Volume 2 dedicata al tema enorme del messaggio di Gesù’. Credo possa essere interessante espandere il tema specifico della preghiera del Padre Nostro, per come Meier la situa nella trattazione sul regno di Dio.
Meier inizia con una ricostruzione del testo originale, probabilmente in aramaico, della preghiera, basandosi sui metodi di critica storica e sulle analisi della tradizione e del testo. Depurando il testo da ciò che Matteo e la sua tradizione liturgica ha aggiunto e attenendosi alle espressioni più laconiche e semitiche nelle richieste comuni alle versioni di Matteo e di Luca, Meier ottiene la seguente traduzione dall’aramaico (confesso che quando Meier, o qualunque studioso, riporta come risalenti a Gesù’ gesti o parole, che sia giusto o sbagliato, provo una forte emozione):
Padre,
sia santificato il tuo nome.
Venga il tuo regno.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano.
Perdona a noi i nostri debiti come noi perdoniamo ai nostri debitori.
E non ci indurre in tentazione.
Non riporto qui il testo aramaico perché è una lingua che non conosco.
Diciamo prima di tutto che non è intenzione di Meier eseguire l’esegesi della preghiera, almeno nella sezione dell’opera di cui tratto qui; la sua indagine si limita a ricostruire se e in che termini si possa far risalire al Gesù storico. In questo senso non pongo l’accento sull’annosa questione della traduzione italiana: indurre in, abbandonare a ecc…
Da qui in poi non avrebbe senso che io cerchi di riassumere il bel testo di Meier. Ne riporto solo alcune conclusioni copiandole pari pari.
«La struttura (Meier si riferisce a una ipotetica retroversione in aramaico n.d.r.) e’ equilibrata e laconica, eminentemente adatta per la memorizzazione….
…L’invocazione a Dio, costituita da una sola parola, è seguita da due brevi richieste attentamente disposte in parallelo, che si concentrano direttamente su gli attributi di Dio’ (il tuo nome, il tuo regno)”. Queste, a loro volta, sono seguite da tre richieste un po’ più lunghe che si concentrano sulle necessità dei richiedenti (nostro pane, nostri debiti, non indurci). Si ricava l’impressione di una preghiera così diretta e così focalizzata che quasi offende le sensibilità di coloro che sono abituati alle più lunghe frasi ritmiche della versione matteana. L’ipotetica forma, anche se è non la preghiera di un singolo individuo (come le richieste in prima persona plurale mostrano), non ha subito né le espansioni retoriche dovute all’uso liturgico all’interno di una comunità (la forma matteana, con espressioni parallele a quelle delle preghiere della sinagoga giudaica), né un passaggio da una visione completamente futura ed escatologica alle necessità quotidiane della vita nel mondo presente (la prima e la seconda delle richieste in prima persona plurale in Luca). Essa corrisponde all’ipotesi che tale forma avesse il suo originale “Sitz im Leben” (ambiente in cui si sviluppa, brodo di coltura, traduco io indegnamente..) non nella chiesa primitiva, ma tra i discepoli del Gesù storico, quando essi erano ancora un gruppo non ben definito attorno a lui. Inoltre il fatto che questa forma aramaica esistesse prima di entrambe le forme della preghiera, ormai tradizionale nelle chiese di Matteo e Luca prima della composizione dei loro vangeli – anzi, probabilmente prima che la tradizione Q venisse raccolta -, suffraga una data molto antica per la preghiera. In aggiunta, un’indicazione di un ambiente aramaico-palestinese può essere reperita nell’uso di «debito» e «debitore» per «peccato» e «peccatori». Sia nel greco classico che ellenistico, le parole per «debito» e «debitore» conservavano il loro riferimento secolare e non erano usate metaforicamente, in un contesto religioso, per il peccato. Al contrario, la parola aramaica equivalente veniva spesso usata in tale senso”; siamo dunque alle prese almeno con una creazione molto antica dei cristiani palestinesi di lingua aramaica, se non proprio con un insegnamento di Gesù.
Diverse considerazioni dimostrano che la forma più antica della preghiera proviene da Gesù stesso. Nonostante i dubbi di alcuni studiosi recenti, Jeremias aveva probabilmente ragione nel ritenere che il laconico e quasi sconcertante: «Padre» (il páter di Luca) riflettesse il sorprendente uso di Gesù dell’appellativo ‘abbà’ («il mio caro padre») per Dio. Le richieste sorprendentemente dirette e brevi intendono riprodurre l’atteggiamento fiducioso e disinteressato di un bambino dipendente dall’onnipotente e amoroso padre. Oltre all’uso di ‘abba’, la preghiera contiene un’altra espressione unica che favorisce un’origine dall’insegnamento dello stesso Gesù. Il legame del regno di Dio con il verbo «venire» in una preghiera di richiesta (o perfino in una affermazione diretta) è sconosciuto all’Antico Testamento, al giudaismo antico anteriore a Gesù e al resto del Nuovo Testamento al di fuori dei detti di Gesù nel vangelo”. Tra l’altro, una così singolare ricorrenza corrisponde perfettamente a un Gesù che coscientemente e deliberatamente pose il simbolo della regalità di Dio al centro del suo messaggio, mentre non lo era per l’Antico Testamento o per l’antica letteratura giudaica (né lo sarebbe stato nel Nuovo Testamento, ad eccezione dei vangeli sinottici). Così pure, anche se la ‘consacrazione’ o santificazione del nome di Dio ha radici nell’Antico Testamento (come vedremo), essa non rappresenta affatto un concetto centrale nel Nuovo Testamento e ciò non suffraga una creazione da parte della chiesa antica.
A mio parere, uno degli argomenti più decisivi per far risalire la preghiera a Gesù è il semplice fatto che sia la tradizione matteana che quella lucana, con le loro divergenze, concordano sull’attribuzione della preghiera a Gesù e sullo specifico comando di usarla, rivolto ai discepoli. A prima vista, ciò non sembrerebbe strano o inusuale, eppure lo è all’interno del Nuovo Testamento. Il Nuovo Testamento è costellato di preghiere, inni e professioni di fede e alcune risalgono chiaramente ai primissimi tempi della chiesa. Tuttavia, solo qui nel Nuovo Testamento si sostiene che le parole di una particolare preghiera o inno furono direttamente insegnate ai discepoli da Gesù durante il suo ministero pubblico. Abbiamo qui un esempio curioso del criterio di discontinuità. Non era abitudine della chiesa antica attribuire a Gesù di Nazareth le parole delle sue preghiere o dei suoi inni; il Padre Nostro rappresenta dunque l’unica eccezione. Se aggiungiamo questa alle altre considerazioni sulla lingua e sul contenuto già riportate, penso che abbiamo motivi più che sufficienti per ritenere autentico il nucleo dell’ipotetica forma aramaica».
Lasciando agli studiosi lo sconfinato apparato di note (che io non ho letto) a suffragare ulteriormente la posizione, esprimo una considerazione del tutto personale: quando lo studioso, qui Meier, ma vale per tutti, scrive una tale affermazione sull’autenticità di un fatto o di un discorso di Gesù’, l’atteggiamento – almeno inizialmente- più consono, e’ un religioso silenzio.