L’opzione preferenziale di Gesù per i poveri

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Tu m’hai messo in cuore più gioia di quella che essi provano quando il loro grano e il loro mosto abbondano.

Salmo 4, 7

Ai ricchi in questo mondo ordina di non essere d’animo orgoglioso, di non riporre la loro speranza nell’incertezza delle ricchezze, ma in Dio, che ci fornisce abbondantemente di ogni cosa perché ne godiamo.

I Timoteo 6, 17

La Bibbia non è in generale contraria alle ricchezze materiali, il soddisfacimento dei bisogni materiali appartiene alle cose che Dio sopraggiunge alle innumerevoli benedizioni di cui copre i suoi figli e figlie. Però, il credente è chiamato a vivere nella moderazione e con generosità.

Gesù invece ha effettivamente fatto una opzione preferenziale per i poveri. Nel suo ministero ha mostrato amore, compassione e cura in particolare per coloro che erano in fondo alla scala sociale: poveri, malati, emarginati e peccatori.

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«Per non rischiare, preferirei chiamarmi cantautore». Vent’anni fa moriva Fabrizio De André: una grande eredità musicale e culturale

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Parlare di Fabrizio De André, è raccontare di un compagno di strada, di una voce inconfondibile incontrata nei modi più impensati. Chi ne ha incontrato le canzoni grazie ai dischi di un amico, di una vicina di casa, grazie al passaparola di una classe di liceo, e pure nelle parole appassionate di una professoressa di italiano dalla mente decisamente più aperta dei colleghi.

Tutti ci siamo ritrovati prima o poi a fare i conti con la sua arte. Era un poeta? Probabilmente sì, per chi arrivava da una scuola che con molto impegno e tanta retorica riusciva a fartela odiare sotto ogni forma, quel suo raccontare il mondo senza nasconderne nulla, le sue canzoni erano pura poesia. A dispetto di quel suo realistico umorismo che lo portava a rifiutare l’etichetta e definirsi altrimenti: «Benedetto Croce sosteneva che fino a 18 anni tutti scrivono poesie, poi quelli che continuano a farlo o sono poeti o sono cretini. Per non rischiare, preferirei chiamarmi cantautore».

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La differenza tra giustizia ed iniquità. Commento a Sal 97, 10

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Egli custodisce le anime dei suoi fedeli, li libera dalla mano degli empi.

Salmo 97, 10

Or il Dio di ogni grazia, che vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo, dopo che avrete sofferto per breve tempo, vi perfezionerà egli stesso, vi renderà fermi, vi fortificherà stabilmente.

1 Pietro 5, 10

Custodire e liberare, cosa possono significare per noi questi verbi nelle prime avvisaglie del nuovo anno? In questo versetto proposto oggi dal Lezionario Un giorno una parola abbiamo uno dei casi in cui il termine nephesh è riferito alla vita dei giusti che è preziosa agli occhi di Dio.

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Ambiente. Moltmann: per una nuova teologia della terra

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I partecipanti al convegno ecumenico “Il tuo cuore custodisca i miei precetti (Proverbi 3:1). Un Creato da custodire da cristiani responsabili, in risposta alla Parola di Dio“, Svoltosi nelle settimane scorse a Milano, hanno ricevuto il saluto del teologo protestante tedesco Jürgen Moltmann. L’anziano accademico, oggi novantaduenne, ha infatti inviato un video messaggio sotto forma di intervista realizzata da Marco Davite, capo redattore della rubrica televisiva di RaiDue “Protestantesimo“. Ne riportiamo il testo qui di seguito.

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Barth e il «totalmente altro»

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«Totalmente altro»: l’espressione, riferita a Dio, è diventata famosa anche al di fuori della corporazione dei teologi. Bisogna ammettere che, in parte, tale popolarità è legata anche a una certa banalizzazione: in fondo, che Dio sia «diverso» (dagli essere imani, dagli animali, dal mondo), lo dicono tutti. Nella seconda versione del suo commentario all’Epistola ai Romani (1922), tuttavia, Karl Barth voleva dire qualcosa di più specifico e aggressivo: Dio e la fede cristiana non possono essere considerati il sigillo religioso dell’ordine ideologico e politico borghese. Nemmeno di quello socialista, certo: dal punto di vista di Barth, tuttavia, quest’ultimo è un pericolo secondario, date la storia e la cronaca delle chiese.

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La «Bibbia degli schiavi»

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A un anno e mezzo dall’apertura, il Museo della Bibbia di Washington (ne avevamo parlato qui in un articolo di Paolo Naso) fa nuovamente discutere. Da ieri, 28 novembre, e fino ad aprile, significativamente a cavallo del 400° anniversario dell’arrivo dei primi schiavi africani nel Nuovo Mondo, è esposta una nuova mostra, «La Bibbia degli schiavi. Lasciamo che la storia sia raccontata», contenente tra gli altri un volume (38x28x10cm), prestato dall’Università Fisk di Nashville, Tennessee, intitolato Porzioni della Sacra Bibbia selezionate per l’utilizzo da parte degli schiavi neri nelle isole britanniche delle Indie occidentali.

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Varie traduzioni, una certezza: Dio non ci abbandona

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Nel febbraio dell’anno scorso Riforma aveva chiesto al pastore Eric Noffke, professore di Nuovo Testamento alla Facoltà valdese di Teologia e presidente della Società biblica in Italia, un intervento per chiarire quali elementi di novità fossero stati introdotti da parte della Chiesa cattolica francese nella traduzione del Padre Nostro. Si trattava della richiesta: «et ne nous laisse pas entrer en tentation» che andava a sostituire il precedente testo: «et ne nous soumets pas à la tentation». Ora con lui cerchiamo di capire che cosa succede per il testo in traduzione italiana.

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