“In entrambe le direzioni”. Le ACLI di Como e la Chiesa locale comense

L’articolo è la rielaborazione di un intervento al Consiglio provinciale di ACLI Como del 13 ottobre 2017.

La diocesi di Como, vale la pena ricordarlo, è una diocesi territorialmente vasta (a seconda delle fonti, ambrosiane o comensi, qualche km quadrato in meno o in più rispetto all’arcidiocesi di Milano), sparsa su quattro province (Como, Lecco e Varese – condivise con Milano – e Sondrio, unica provincia interamente appartenente alla diocesi lariana). Sul suo territorio vivono più di mezzo milione di abitanti, in gran parte battezzati (una diocesi non grandissima per numero di abitanti, ma neppure piccolina, pur sempre la quarta in Lombardia). Rispetto a Milano, che ha ca. 5.000.000 di ab. e poco più di 1.100 parrocchie, le parrocchie della diocesi comense sono 338, quindi (balza all’occhio), si tratta di parrocchie mediamente più piccole, non essendoci agglomerati urbani vasti; la diocesi conta poi distanze da percorrere notevoli (Cittiglio-Livigno, 4-5 h), in un contesto infrastrutturale complicato dato anche dalla natura morfologica complessa (Alpi, lago, ecc.).

La diocesi di Como da poco meno di un anno è retta dal vescovo mons. Oscar Cantoni, il quale ha dato continuità ad alcune istanze già presenti nei circa dieci anni di episcopato Coletti e, per la verità, già affrontate, discusse, avviate con mons. Alessandro Maggiolini. La riorganizzazione del clero, la trasmissione della fede alle nuove generazioni, con la conseguente disciplina dei sacramenti, le forme di collaborazione territoriale tra parrocchie.

Gli orientamenti pastorali che il vescovo Oscar ci ha recentemente proposto continuano in questo solco, e cercano di rendere concreti nella nostra realtà i richiami della Evangelii Gaudium di papa Francesco. Si avvertono poi anche fermenti e possibili nuovi orizzonti di riflessione, di lavoro e di crescita da parte della diocesi che si condensano nell’annunciato sinodo diocesano, di cui al momento non si sanno né tempi né obiettivi né modalità (tutti in fase di studio).

Dopo anni in cui l’attenzione alle esigenze del territorio aveva messo parzialmente in ombra i rapporti con le associazioni laicali, questi sembrano essere tornati in agenda, sebbene sia importante intendere la portata del fenomeno (ma su questo tornerò in conclusione).

In quest’orizzonte di impegno dei cristiani dentro la società vale la pena di dire due parole sulla Pastorale Sociale e del Lavoro. Essa ha sempre costituito un fenomeno non ben inserito nel tessuto territoriale diocesano. Non ben inserito significa che non ha un reale radicamento nelle parrocchie e che le sue iniziative hanno una ricaduta diocesana, ma molto difficilmente vengono avvertite come significative a livello locale. Il carico di preoccupazioni di un prete all’interno delle sue comunità pone spesso in secondo piano aspetti avvertiti come importanti, ma che vengono posposti ad altre urgenze; laici che vogliono impegnarsi a fondo in queste realtà ce ne sono (alcuni tra voi ne sono un esempio), ma spesso sono impegnati su molteplici fronti. Diverse competenze proprie dell’ufficio (quelle di più spiccata indole sociale, inerenti ad esempio la giustizia, la pace, i fenomeni migratori) sono assunte poi da altri (Caritas, Migrantes) e questo è spesso un bene, non avendo l’ufficio risorse per affrontarle seriamente in proprio. La recente scelta di identificare i responsabili della Pastorale del Lavoro con gli assistenti ecclesiastici delle Acli è sicuramente molto positiva, perché consente di vivere percorsi più razionali e condivisi, ma non ci si illuda pensando che la scelta sfugga a esigenze di semplice distribuzione del clero o che nasconda chissà quale progetto di valorizzazione dell’associazione o dell’ufficio pastorale.

E qui arrivo al punto, unico peraltro, che mi preme affrontare, facendomi aiutare dai materiali dell’incontro delle ACLI provinciali di Como e Sondrio tenuto ad Assisi nell’ottobre scorso. In quell’occasione, nel suo decalogo circa l’essere cristiani, Chiesa e Acli secondo uno stile di misericordia, don Andrea Del Giorgio, presente nella duplice veste di assistente uscente a Como ed entrante a Sondrio, diceva:

Molte altre sono le frontiere esplorate e da esplorare: quella tra impresa e solidarietà, tra professionalità e volontariato, mondo ecclesiale e società, politica e associazionismo, gerarchia e laici …

In particolare, personalmente, credo che questo ultimo ponte sia da far funzionare anche in modalità poco frequentate … Le Acli nascono, nell’idea di Pio XII, come “cellule dell’apostolato cristiano moderno”, come ponte che portasse la Chiesa nella società e nel mondo del lavoro … oggi è forse importante il movimento inverso: per sfuggire la tentazione dell’autoreferenzialità le Acli possono essere un prezioso stimolo che porta le realtà sociali dentro la Chiesa. Appartenendo pienamente ad entrambi i mondi il sistema delle Acli può svolgere l’ingrato ma indispensabile compito di mediatore, costruttore di ponti, saltatore di muri, esploratore di frontiera.

Don Andrea parla di un movimento inverso … Credo che sia vero. Noi stiamo pensando molto al rapporto tra la Chiesa e le Acli, ma forse dobbiamo pensare ancora più a fondo al rapporto tra le Acli e la Chiesa. La preoccupazione principale non credo possa essere quale posto la Chiesa locale dà alle Acli, quale considerazione i responsabili della diocesi (in primis il vescovo) accordano loro, ma la preoccupazione principale, dal mio punto di vista, è che le Acli continuino a fare le Acli. Il che non vuole assolutamente dire essere autoreferenziali, ma continuare a costruire ponti in entrambe le direzioni, stimolare la Chiesa locale su ciò che davvero conta ed è importante, magari anche pungolarla, senza attendere che sia essa a fare il primo passo o a dimostrare chissà quale attenzione per l’associazione.

Portare nella Chiesa locale le realtà sociali, si diceva. Ci lamentiamo spesso e forse a ragione che nelle parrocchie e nelle comunità locali manca un’attenzione al mondo del lavoro e anche a quello sociale se non in chiave puramente emergenziale. Le Acli hanno la competenza, la passione, l’autorevolezza non per colmare un vuoto, ma per aiutare a farlo, con semplicità, dando il buon esempio. Continuare ad avere uno sguardo largo, quello di chi sa dialogare con AC e con ARCI, con parrocchie e con sindacati, è saggezza e risposta alla propria specifica vocazione, che è proprio questa, parlare, dialogare, tessere la trama del bene comune con tutti.

Non è, ve ne siete accorti, il mio un pensiero compiuto e strutturato, ma solo una intuizione, un’impressione e, come tale, può ovviamente risultare anche lontana da altre.

Concludo con alcune parole di Giovanni Bianchi, tratte da un e-book per i Circoli Dossetti dal titolo “Storia e attualità delle Acli”, di qualche anno fa (credo del 2005):

Il recente “Compendio della Dottrina sociale della Chiesa” dedica un’ ampia sezione al ruolo dei fedeli laici nel praticare nella realtà quotidiana i principi della DSC: se la definizione di tali principi spetta, ovviamente, al Magistero e ai pastori della Chiesa, è evidente che i fedeli laici non possono essere ristretti alla semplice funzione di esecutori, giacché l’appello del “Compendio” ad “agire secondo le esigenze dettate dalla prudenza” che permette di applicare “correttamente i principi morali ai casi particolari” e la successiva definizione della prudenza come virtù che “chiarifica la situazione e la valuta, ispira la decisione e dà impulso all’ azione” (in fondo l’ antico trinomio “vedere – giudicare- agire” ), di fatto implica una responsabilità specifica dei laici in ordine ad un’interpretazione creativa della DSC, ed in particolare per quelle realtà associative laicali che “costituiscono un punto di riferimento privilegiato in quanto operano nella vita sociale in conformità alla loro fisionomia ecclesiale”. Le ACLI, per la loro tradizione e per la loro summenzionata capillare presenza all’ interno della comunità ecclesiale possono ben candidarsi, e di fatto già sono, uno dei soggetti principalmente chiamati a questa interpretazione a livello popolare, di base, per così dire, dei valori e dei principi della DSC e della loro traduzione in atto. In questo senso si colloca il “Progetto parrocchie” che il XXII Congresso nazionale, svoltosi a Torino lo scorso anno, ha definito come una delle priorità programmatiche del Movimento: infatti, se si prende atto che la parrocchia è ancora oggi nella Chiesa italiana il nucleo principale della vita del popolo di Dio, ed insieme il terminale che riceve e dà impulso a molte suggestioni circa il rapporto fra la Chiesa e l’ attualità storica a livello di base, è evidente la necessità di presenze organizzate che, senza sovrapporsi al ruolo pastorale specifico delle parrocchie, si assumano un compito di mediazione rispetto al territorio derivante dalla loro particolare e complessa natura, nonché dall’ esercizio quotidiano della democrazia che rende più facile la capacità di ascolto delle diverse istanze.

Parlare del rapporto tra Chiesa e Acli, come tra preti e laici, tra gerarchia e fedeli, e così via, ha senso, certo, ma solo se teniamo ben salde sullo sfondo le parole di San Paolo sulla Chiesa corpo di Cristo (1Cor 12), riprese poi anche dal documento del Concilio Vaticano II Lumen gentium, al n. 7. In realtà tutti siamo corpo, abbiamo lo stesso onore e la stessa importanza, seppure con ruoli diversi. Come ci ricorda il papa, l’unità è superiore ai conflitti, sempre.

Che i molteplici carismi delle Acli possano aiutarci tutti a crescere. Concludo con un brano tratto da una preghiera eucaristica della Messa, che mi pare faccia al caso nostro. 

Tutti i membri della Chiesa sappiano riconoscere i segni dei tempi e si impegnino con coerenza al servizio del Vangelo.

Rendici aperti e disponibili verso i fratelli che incontriamo nel nostro cammino, perché possiamo condividere i dolori e le angosce, le gioie e le speranze e progredire insieme sulla via della salvezza.

don Gianpaolo Romano

 

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