I miei incontri con Hans-Georg Gadamer. Intervista a Giuseppe Blasotta a cura di Tudor Petcu

Il dottor Tudor Petcu ci invia un’intervista fatta da lui al pittore Giuseppe Blasotta in riferimento al filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer. 

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Innanzitutto Le chiedo di dirmi quando e come ha incontrato il filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer e cosa ha significato per Lei quest’incontro? Quale fu l’impatto che ebbe quest’incontro sulla sua personalità sia artistica, che filosofica?

Prima di tutto La ringrazio, egregio dr. Petcu, per la presente intervista alle cui domande sono molto lieto di rispondere poiché questo spingerà la mia memoria a far riaffiorare ricordi di oltre due decenni addietro, che – pur riferendosi ai miei incontri con Hans-Georg Gadamer – hanno carattere autobiografico e tendono, come tutti i ricordi, ad annebbiarsi con il trascorrere del tempo… Eppure, indagando le tracce di memoria si rammentano particolari rimasti per lungo tempo offuscati.

Quando conobbi personalmente Gadamer a Heidelberg nel 1999 come studente di filosofia e pittore d’arte non fu il primo incontro con il filosofo tedesco: e nemmeno il primo incontro con il suo pensiero, né con la persona stessa. Infatti come studente di filosofia alle scuole superiori – all’avvicinarsi della maggiore età – il pensiero e l’immagine del professore mi erano familiari dall’antologia utilizzata per l’esame di maturità; egli era infatti stato accolto nella celebre opera: Il Pensiero Occidentale dalle origini ad oggi di Giovanni Reale e Dario Antiseri. Precisamente a Hans-Georg Gadamer (titolare dal 1949 al 1968 della cattedra precedentemente ricoperta da Karl Jaspers nell’università di Heidelberg, città in cui visse fino alla sua scomparsa nel 2002) è dedicato un intero capitolo dell’opera enciclopedica di Reale/Antiseri (il ventiduesimo da p. 477 a p. 485 del vol. 2: L’età moderna – NB: ripr. fotog. nr. 1 e 2) con tanto di riproduzione fotografica in bianco e nero, e come mi sembra si possa affermare anche di grande effetto – poiché essa mostra proprio quello sguardo attento del filosofo che sette anni dopo, nel ‘99 a Heidelberg, mi ritrovai davanti di persona cercando rispettosamente di decifrarlo nel timore di non comprendere ogni parola dell’anziano filosofo e di non rispondere con la dovuta accuratezza alle sue sapienti domande.

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Ritorniamo a sette anni prima, quando cioè frequentavo l’Università di Torino (Palazzo Nuovo). Allora potei assistere a una lezione del filosofo tedesco invitato da Gianteresio (Gianni) Vattimo, filosofo italiano e a quel tempo professore ordinario nell’ateneo torinese. Ricordo ancora molto bene che rimasi colpito dall’interesse per il sapere che trapelava dalla sua persona non solo dall’ottimo italiano che Gadamer parlava – un italiano forbito e chiarissimo – ma proprio anche dal suo sguardo rivolto a un punto indeterminato della sala di udienza, che a me parve come rivolto alle idee, appunto osservandole e traducendole per noi studenti in linguaggio, e rendendole così a noi accessibili grazie alla parola che scandiva le sue descrizioni vivide.

Non raccontai mai al professore queste mie impressioni di giovane studente, forse per non essere inappropriato con il mio tedesco ancora incerto e soprattutto nell’insicurezza di un contesto straordinario come quello di ritrovarmi di fronte a un testimone diretto della storia della filosofia del XX. secolo nonché di una figura centrale nello sviluppo della stessa a cavallo tra il XX. e il XXI. Infatti, anni dopo la conferenza di Gadamer a Palazzo Nuovo, e quasi inaspettatamente, ovvero grazie alla mediazione della Prof.ssa Donatella Di Cesare ebbi l’onore e la grande gioia di conoscere personalmente a Heidelberg il filosofo quasi centenario. Quando la Prof.ssa Di Cesare venne a sapere che ero iscritto come studente regolare al Seminario di Filosofia della città e che mi entusiasmavo a dipingere, mi disse: “Vieni, ti porto da Gadamer!”. Era l’agosto del 1999, e Gadamer, nato l’11 febbraio del 1900, aveva oramai compiuto il suo 99° anno.

In quella primavera del ‘99 vennero allestite delle vetrine di un negozio di abbigliamento del centro di Heidelberg con una serie di miei dipinti (nature morte e paesaggi), quando pochi giorni dopo avere incontrato la Prof.ssa Di Cesare ricevetti da costei la lieta notizia che di prima mattina il Gadamer, nella di lei compagnia, era andato a visitare i miei dipinti nel suddetto negozio e che egli si era fatto mostrare ad uno ad uno tutti i miei lavori dal proprietario della bottega. Questi, un tale Signor Dixius, mi rivelò poi come la visita inaspettata del grande filosofo e cittadino onorario di fama internazionale, del quale aveva solo letto e sentito parlare, dapprima lo meravigliò fino quasi alle vertigini, per poi rivelarsi occasione di un momento di gioia e di subitanea simpatia reciproca. Gadamer, posso aggiungere senza ombra di dubbio che chi lo abbia conosciuto di persona possa sostenere altro, fu un maestro della comunicazione; egli cioè mostrava un interesse sincero e attento per la persona che aveva dinnanzi e che gli si faceva incontro. Ciò produceva naturalmente nel dialogante un’impressione di benevolo interessamento che facilitava enormemente lo scambio di parole e idee. Quel giorno Gadamer mi lasciò un messaggio che la Di Cesare mi riportò insieme alla lieta notizia della loro visita nella boutique del signor Dixius. Il giudizio che mi fu riportato era chiaro: “Lei deve osare di piu”.

A queste parole seguirono mesi di intensa attività con la pittura e con lo studio della forma umana deformata nel movimento o meglio dall’essere nel tempo e poiché in quei mesi ebbi l’occasione di un invito a allestire una mostra personale presso il Museo dell’Università di Heidelberg, mi sembrò subito opportuno scegliere di esporre quei dipinti nati proprio negli ultimi tre mesi, cioè dopo avere ricevuto il messaggio di Gadamer.

Che l’autore di Verità e Metodo mi rendesse degno di insperata attenzione mi pervase immediatamente di convinzione e di sincero entusiasmo per la scelta – in fondo paradossale vista la persona che mi incitava a tanto ardimento – di interrompere gli studi universitari per cimentarmi a tempo pieno con la pittura. Non esitai un istante a decidere di dedicare la mia prima esposizione al filosofo tedesco. Con queste intenzioni, cioè di mostrare in persona il mio lavoro ispirato dalle parole del saggio proprio a costui, cioè a Gadamer, e di invitarlo come ospite d’onore al vernissage dell’esposizione, mi rivolsi alla Di Cesare per confermare l’appuntamento al primo incontro personale con il pensatore tedesco.

Quel giorno ero parecchio “emozionato” all’idea di andare alle 11 di mattina nell’ufficio del professore al Marsiliusplatz con sotto mano alcune riproduzioni fotografiche dei miei dipinti a olio stampate su carta, in modo tale da poter mostrare al professore le opere realizzate negli ultimi tre mesi. Da qui mi accinsi a rivolgere a Gadamer l’invito alla mia mostra, che era fissata per due mesi dopo, proprio con i quadri raffigurati nelle riproduzioni fotografiche che gli stavo mostrando.

Gadamer non solo accettò l’invito, ma propose a sua volta di partecipare attivamente all’apertura della mia mostra con un discorso inaugurale, al quale si aggiunse l’iniziativa della Di Cesare di tenere una conferenza sui dipinti esposti. Nei mesi successivi a quest’incontro e precedenti la mostra al museo lavorai assiduamente così da potere allestire l’esposizione con venti dipinti a olio scelti insieme alla Di Cesare con molta libertà data la sovrabbondanza di produzione degli ultimi mesi. Il giorno del vernissage era fissato all’11 novembre, quando ancora portai di mattina l’ultimo dipinto al museo, terminato la notte precedente e con ancora il colore crudo sulla tela quasi grondante, da appendere in una nicchia mantenuta appositamente libera. Al vernissage andò tutto bene e i due filosofi mi dedicarono due discorsi dei quali conservo il testo scritto e una registrazione audio.

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Si potrebbe dire che il pensiero di Hans-Georg Gadamer ha rappresentato un momento fondamentale per il suo percorso filosofico? In altre parole, sarebbe lecito dire che Hans-Georg Gadamer ha contribuito alla sua formazione filosofica?

In un certo senso, che mi accingo appunto a tracciare in poche righe, posso rispondere di sì, cioè che l’incontro con il pensiero e la persona di Hans-Georg Gadamer ha senz’altro influenzato il mio percorso di formazione, e non solo sul piano filosofico.

Infatti se da una parte mi sembrava inizialmente azzardato affermare che Gadamer avesse in qualche modo influenzato il mio pensiero – poiché non intrapresi la carriera accademica, ma quella di pittore – è altrettanto vero però che sia quegli incontri con il pensiero e la persona del filosofo a Torino sia gli incontri a Heidelberg hanno rafforzato la mia decisione sia di trasferirmi che di vivere stabilmente in Germania così come anche di continuare a investire tempo con la pittura a olio su tela. Sebbene avessi già deciso di intraprendere gli studi filosofici, l’esperienza di assistere, allora appena ventenne, alla lezione torinese di Gadamer nel 1992 mi convinse a proseguire gli studi in Germania e come prima cosa a imparare la lingua tedesca, che già allora consideravo la lingua fondamentale per lo studio della filosofia degli ultimi tre secoli. Per questo motivo scelsi la città di Heidelberg, feci domanda e vinsi la borsa di studio Erasmus grazie alla quale progettavo di restare un anno nella città sul Neckar per poi ritornare a Torino e terminare gli studi conseguendo una laurea. In quegli anni però non avrei creduto possibile né che un giorno avrei incontrato in un’udienza privata all’università il celebre filosofo, né tantomeno che il tema del nostro incontro potesse mai essere il mio lavoro di autore e di dipinti a olio su tela.

All’apertura della mia mostra personale al Museo dell’Università di Heidelberg nel ‘99 la filosofa Donatella Di Cesare che dopo il discorso inaugurale di Gadamer aprì l’esposizione con una conferenza sulla mia pittura a fianco di colui che già da Giovanni Reale fu detto il padre dell’Ermeneutica moderna – delineando il passaggio dallo studio della filosofia alla pittura, ovvero a un’attività produttiva e non puramente contemplativa, aggiungendo in tedesco la “battuta” con cui si auguravano un mio ritorno allo studio della filosofia (“von der Hermeutik zu einer produktiven Tätigkeit – aber wir hoffen auch wieder zurück”) visto che, come già detto nella risposta precedente, a quel tempo decisi di abbandonare gli studi universitari al fine di dedicarmi a tempo pieno alla pittura.

Mi permetto una breve digressione in questa risposta, quella intorno a una Scuola dell’Istituto per gli studi filosofici con sede a Napoli, sostenuta a Heidelberg dalla sede partenopea diretto da Gerardo Marotta – chiamato dai collaboratori e in fondo da tutti con amichevole rispetto: l’Avvocato. La scuola di Heidelberg – nella Apothekergasse 3 – fu inaugurata da cinque conferenze tenute da Gadamer sull’Europa e sul “ripristino della retorica”. Per quanto mi era stato detto esistevano riprese video di tutte quelle conferenze, nonché i miei appunti sporadici – sporadici proprio perché vedevo la presenza delle telecamere, convinto che ci avrebbero fornito il materiale audio da trascrivere. Tempo addietro, tuttavia, venni a sapere che le registrazioni erano andate misteriosamente perdute…

Qual’è la più importante lezione filosofica che ha imparato da parte di Hans-Georg Gadamer? Il più importante consiglio?

Leggere Platone e studiare i classici della filosofia. Gadamer stesso mi rivelò che egli considerava i propri studi sulle opere di Platone il contributo più ricco e felice della sua personale produzione filosofica, ancor più importante quindi della celeberrima opera teorica, Verità e metodo, apparsa nel 1960 – fra l’altro, per via indiretta tramite una persona amica, ho saputo che alla fine degli anni cinquanta alcuni degli allievi di Gadamer chiesero al Maestro, per piacere, di pubblicare un libro, in modo da non ostacolare le loro carriere accademiche, ovvero per toglierli dall’imbarazzo di presentarsi come allievi di un professore di cui per molti anni non appariva alcuna opera monografica. Tale aneddoto, che riporto di seconda, se non di terza mano, ma da fonte fidata e attendibile, rende plausibile una delle mie intuizioni rispetto a Gadamer, e cioè il grande valore comunicativo della sua presenza, anche da maestro. Egli, evidentemente, già nei suoi anni migliori trasmetteva agli allievi molto condividendo il tempo dei seminari e delle lezioni, discutendo, anche privatamente con loro, mentre solo su richiesta fece lo sforzo, in qualche modo secondario, di pubblicare la parte teorica del proprio pensiero e del proprio agire di esegeta in forma di un libro.

Si sa molto bene che Martin Heidegger ebbe un ruolo importantissimo sugli approcci filosofici di Hans-Georg Gadamer e da questo punto di vista mi piacerebbe che Lei mi dicesse cosa Le ha detto durante gli anni in riferimento al più importante rappresentate della fenomenologia del XX secolo?

In tutti gli incontri con Hans-Georg Gadamer Martin Heidegger non venne mai nominato, né dal professore né tanto meno da me, e per chiare ragioni: l’attenzione che egli portava alla mia opera di pittore era un riconoscimento e un gesto estremamente generoso nei miei confronti, anche di “uscire” dall’ambiente accademico filosofico – per modo di dire, di abbandonare il proprio terreno – per venirmi incontro. In secondo luogo il contesto dei nostri primi incontri era la pittura e non la storia della filosofia; in questo senso, se avessi posto domande sul rapporto con Heidegger avrei lasciato il contesto della mia pittura come non mostrando di apprezzare abbastanza la disponibilità del Professore, ancor più preziosa se si considerano i tanti impegni e la veneranda età che tuttavia non gli impedirono di dedicare del tempo appositamente alla mia pittura.

Anche la mia successiva collaborazione con Gadamer e la Di Cesare per la Scuola dell’Istituto di Filosofia di Heidelberg era improntata sul pensiero del maestro intorno al futuro dell’Europa. Per queste ragioni non mi permisi di porre domande sul rapporto tra Gadamer e Heidegger poiché sarebbero state fuori contesto – non necessitando la ricerca per fini universitari – e in realtà ancora oggi mi sembra un’attenzione che ripeterei proprio per rispetto e gratitudine all’attenzione dedicatami da parte del filosofo tedesco. Insomma, davvero non mi sembrava il caso indagare sulla vita del mio venerando interlocutore con domande soprattutto personali e di stampo biografico, seppure impostate su un legame di natura filosofico, come per analizzarlo, ma piuttosto rispettai il suo non parlare di Heidegger.

Sul loro rapporto, l’epistolario e loro incontri a Todtnauberg, ebbi modo di parlare con Donatella Di Cesare e per questo rimando al libro da lei stessa curato e commentato: Hans-Georg Gadamer, Caro Professor Heidegger. Lettere da Marburgo 1922-1929, edito da Il Melangolo e apparso nel 2000.

Sebbene la personalità filosofica di Hans-Georg Gadamer sia un argomento che richiede ancora qualche chiarimento, avrei un’ultima domanda molto semplice: qual è per Lei il più importante oppure il più bel ricordo che serba in riferimento a Hans-Georg Gadamer, così come l’ha conosciuto?

A questa ultima domanda anche di natura personale mi accingo a rispondere in maniera altrettanto confidenziale e senza la mediazione di analisi dei fatti. Il più bel ricordo che serbo degli incontri con Gadamer è proprio la prima visita nel suo ufficio sopra più volte menzionato al Seminario di Filosofia dell’università. Era l’agosto del 1999 quando fui invitato nell’ufficio dal professore alle 11 del mattino, dove vi era anche Donatella Di Cesare ad attendermi. Era anche, fra l’altro, la prima volta che incontravo una persona di quasi cento anni e devo confessare che ero turbato dal dubbio che potessimo bene comprenderci e con le mie piccole riproduzioni fotografiche potessi riuscire a mostrare chiaramente qualche esempio dei miei lavori pittorici. Insomma, quando presi posto di fronte al professore e dopo i convenevoli e ringraziamenti per avere visitato i miei dipinti già nel negozio del signor Dixius e invitatomi adesso al ricevimento, cominciai a distendere le fotografie dei quadri dipinti nei tre mesi dopo avere ricevuto il suo “consiglio” o meglio il suo messaggio esortativo, rimasi silenziosamente sbalordito dalla lucidità con la quale il filosofo cominciò a descrivere e commentare i miei ultimi lavori. Mi parve che li leggesse come si legge un testo scritto o meglio che li traducesse da un linguaggio ermetico in uno accessibile a entrambi cioè in tedesco redendoli così a me stesso, cioè all’autore stesso dei quadri più chiari. Quando per prima cosa sottolineò che gli elementi scultorei dei miei dipinti capii essere di fronte a una persona non solo brillante ma soprattutto attenta al suo interlocutore non solo accolto benevolmente ma anche compreso e rispettato – nonostante fossi un giovane autore sconosciuto.

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Ma ecco, per concludere questa breve intervista con le parole del filosofo, un estratto del discorso inaugurativo di Hans-Georg Gadamer in lingua originale alla vernice della mostra l’11 novembre 1999 trascritte dalla registrazione audio:

Meine Damen und Herren, 

wir sagen gar, dass Museen so sehr heutzutage wieder zu ihrer Geltung gekommen sind und, anders als Walter Benjamin in seinem Aufsatz seinerzeit geschildert hat, dass ein zunehmendes Interesse an bildender Kunst in der Bevölkerung nicht nur unseres Landes, sondern in der ganzen Welt eingetreten ist. Noch wichtiger aber ist, dass man nicht in eine Sammlung von den verschiedensten Autoren geht: Das muss man erst lernen, in ein Museum zu gehen, um überhaupt etwas sehen zu können! Man muss lernen, dass man Bestimmtes sehen will und anderes nicht aufnehmen kann. Das ist doch, meine ich, ein Ehrenrecht aller Kunst, dass sie den Betrachter in ihren Zauber führt, in ihren Bann nimmt und, dass man darin aufgeht.

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