da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).
Nel quadro di una teologia della storia caratterizzata da una nuova lettura degli eventi, decifrati e interpretati con tutte le risorse delle scienze umane, nel Novecento si innestava il progetto di una nuova Teologia politica, che, erigendosi sulla critica alla filosofia esistenziale, ispiratrice della antropologia rahneriana, reagiva alla visione personalistica ed esistenziale per proporre una teologia del mondo e della società.
Una necessità urgente anche oggi – stando alle parole del ricercatore Antonio Albanese – dove il fenomeno religioso e la stessa fede vuole essere relegata sempre più nella sfera del personale e non del pubblico. L’intenzione chiarificatrice del teologo tedesco Johann Babtist Metz (1928-2019), che ne è il fondatore, emerge come una pregiudiziale nel titolo stesso premesso alla nuova elaborazione del progetto di Teologia politica: Glaube in Geschichte und Gesellschaft (La fede nella storia e nella società). Questa rivisitazione, che seguiva la pubblicazione del primo articolo del 1967 che lo stesso autore, incalzato dai critici, aveva indicato come la prima espressione della Teologia politica, rivalutava i rapporti della Chiesa con il mondo, attraverso una rivisitazione della dimensione politica dell’uomo nel senso più rigoroso della parola: un essere storico che realizza la sua essenza soltanto in rapporto con la società.
L’uomo è se stesso solo attraverso la mediazione del politico; se il politico è ciò che meglio definisce la totalità della esistenza umana. In virtù di quanto detto, una separazione totale tra fede e politica, sarebbe possibile soltanto in nome di una concezione astratta dell’amore cristiano o di una deriva individualistica e idealistica del soggetto umano. Si ripropone un dilemma in cui si è dibattuto il cristianesimo contemporaneo: per un verso il rischio della politicizzazione della fede con il suo utilizzo più becero (cfr. Trump che istituisce l’Ufficio della Fede per utilizzare la religione come legittimazione del potere e al contempo trasforma il Ministero della Difesa con quello della Guerra), per l’altro una neutralità sociale e politica tale da relegare la fede, e la sua riflessione teologica, in una sfera privata totalmente indifferente ai condizionamenti socio-politici, con il rischio di non assolvere più alla funzione profetica del cristianesimo. In altri termini e per declinare storicamente la domanda, ciò che ci chiediamo è se è necessario o meno schierarsi dalla parte dei più deboli se questi deboli sono dei popoli annientati ufficialmente e con il consenso politico internazionale. Schierarsi significherebbe prendere posizioni, alzare la voce, denunciare le ingiustizie politiche e non solamente pronunciare frasi che assomigliano molto alle cure palliative di un malato terminale o all’invito alla pace per tutti delle Miss Italia appena incoronate. Si può amare “in modo cristiano” pronunciando frasi disincarnate? Il teologo tedesco Johann Babtist Metz ha magnificamente espresso questo compito critico attraverso un percorso che si ricostruisce su questa opzione di fondo: «lo spunto per una nuova teologia politica è nato dalla questione della possibilità di una “teologia del mondo”, nei rapporti del mondo dell’epoca moderna con i suoi processi ».È in questa tensione che dovrebbe svilupparsi una teologia politica profetica e coraggiosa, che affondi le sue radici nella Tradizione ma che si lasci sporcare e scalfire dalle domande che la storia attuale sta ponendo senza censure: il crollo del diritto internazionale, la voce dei più forti che si impone con arroganza sui più deboli, il rumore delle armi che annulla il grido degli uomini e delle donne annientate nella loro dignità. Non è forse questa l’urgenza della domanda che la teologia dovrebbe almeno assumere come prospettiva di ricerca?
Dopo la morte di Metz, avvenuta il 2 dicembre 2019, il New York Times ha pubblicato un necrologio, in cui il teologo tedesco è stato riconosciuto come «pioniere del dialogo ebraico-cristiano dopo Auschwitz». Durante la sua vita, i giudizi e le valutazioni su di lui sono stati diametralmente opposti: «Alcuni lo considerano la shooting star, la “stella cadente” di una teologia critica e cosmopolita, altri vedono in lui un agitatore marxista, un nemico della Chiesa». L’orizzonte nel quale si muove Metz è proprio quello della secolarizzazione che guarda al mondo come luogo teologico primario per coglierne la dinamica della teologia politica. La secolarizzazione è stata dunque interpretata come movimento che ha provocato una rottura nei confronti della scelta religiosa tradizionale, in una affermazione di progettualità non più legata a delle norme prestabilite. Ecco perché nella concezione del mondo vi è stata una svolta: il passaggio da un mondo divinistico ad un mondo a misura di uomo non più atemporale ma piuttosto un «mondo che sorge dalla storia». Siamo in presenza di una svolta antropocentrica del mondo che non rappresenta affatto una crisi di fede ma una nuova possibilità per una nuova opportunità per parlare di Dio. A noi la creatività e la libertà dell’annuncio!
Luca Crapanzano