da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).
Si fa notare ancora troppo poco il fatto neotestamentario secondo cui, subito dopo l’Ascensione del Gesù Risorto, i primi due atti della comunità messianica siano stati la preghiera comunitaria (At 1,14) e il discernimento comunitario (At 1,23-26). Come se l’assenza corporea di Gesù o la sua presenza nello Spirito richiedesse un di più di meditazione e di riflessione condivisa. In entrambi i casi, soprattutto, è rilevante – e non casuale – il fatto che la comunità orante e discernente non è limitata agli undici (data la morte di Giuda che doveva essere sostituito), ma ricomprende esplicitamente, nel primo caso, «alcune donne e (…) Maria, la madre di Gesù e (…) i fratelli di lui», mentre, nel secondo caso, ben «centoventi (…) persone» (At 1,15).
Se quindi è una comunità molto ampia a proporre i due “candidati” alla sostituzione di Giuda e a pregare affinché Dio, sotto forma di «sorte», designi il nuovo dodicesimo apostolo, come possiamo pensare che le comunità cristiane successive siano da meno? Ecco perché uno dei punti fermi del cammino sinodale è stato, nonostante le «fatiche» e le «resistenze» (DF 6), il rilancio del discernimento comunitario e, al suo interno, dell’ascolto della Voce di Dio mediante la conversazione nello Spirito [1]: «nel corso del processo sinodale, abbiamo cercato di ascoltare questa Voce e di accogliere quanto ci diceva. Nella preghiera e nel dialogo fraterno, abbiamo riconosciuto che il discernimento ecclesiale» è una delle «pratiche con le quali rispondiamo alla Parola che ci indica le vie della missione» (DF 79; cf. anche DFCS 45).
L’importanza e la centralità di tale momento del processo sinodale ha condotto i padri e le madri sinodali ad esplicitarne – oltre il suo «articolarsi in diversi modi, a seconda dei luoghi e delle tradizioni» [2] – «alcuni elementi chiave che non dovrebbero mancare:
a) la presentazione chiara dell’oggetto del discernimento e la messa a disposizione di informazioni e strumenti adeguati per la sua comprensione; [3]
b) un tempo conveniente per prepararsi con la preghiera, l’ascolto della Parola di Dio e la riflessione sul tema; [4]
c) una disposizione interiore di libertà rispetto ai propri interessi, personali e di gruppo, e l’impegno per la ricerca del bene comune; [5]
d) un ascolto attento e rispettoso della parola di ciascuno; [6]
e) la ricerca di un consenso il più ampio possibile, che emergerà attraverso ciò che più “fa ardere i cuori” (cfr. Lc 24,32), senza nascondere i conflitti e senza cercare compromessi al ribasso; [7]
f) la formulazione da parte di chi guida il processo del consenso raggiunto e la sua presentazione a tutti i partecipanti, perché manifestino se vi si riconoscono o meno» (DF 86).
L’ascolto di tutti, l’ampio e riconosciuto consenso fanno comprendere quanto sia fondamentale per i padri e le madri sinodali la questione della corrispondente «ampia partecipazione (…), con una particolare cura per il coinvolgimento di coloro che si trovano ai margini»: «quanto più tutti sono ascoltati, tanto più il discernimento è ricco» (DF 82; cf. anche 87; DFCS 65; 69).
In gioco, infatti, c’è “tutta la verità” (Gv 16,13): da un lato, insegnata dallo Spirito che ci guida verso di essa (Gv 14,26), favorendo e garantendo il progresso della “Tradizione” (cf. DV 8); ma, dall’altro lato, mediata dalla lettura dei segni dei tempi (cf. GS 11) praticata da tutto il popolo di Dio, il quale, nell’esercizio della sua funzione profetica (cf. LG 12), «si avvale di tutti i doni di saggezza che il Signore distribuisce nella Chiesa e si radica nel sensus fidei comunicato dallo Spirito a tutti i Battezzati» (DF 81; cf anche 77, lett.a; DFCS 14; 21; 23; 40).
Più persone di qualità diverse sono coinvolte nel processo, più probabilità ci sono che il discernimento ecclesiale benefici di «una maggiore apertura, capacità di analisi della realtà e pluralità di prospettive» (DF 106; cf. anche DFCS 6; 22; 40-41; 59; 65; 68), [8] avvicinandosi così al modello di «sapienza evangelica» (DF 81) del cosiddetto concilio di Gerusalemme, al termine del quale si è potuto esclamare: “è parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi…” (At 15,28).
A questo punto (della verifica) non resta che chiedersi, sperando di non essere scortesi, se veramente nella vita delle Chiese locali – e quanto realmente – «sta crescendo la pratica della conversazione nello Spirito, del discernimento comunitario» (DF 7); se e quanto le Chiese locali stiano vivendo, come richiesto dai padri e dalle madri sinodali, «il loro quotidiano cammino con una metodologia sinodale di consultazione e discernimento, individuando modalità concrete e percorsi formativi per realizzare una tangibile conversione sinodale nelle varie realtà ecclesiali» (DF 9).
Della risposta deve aver avuto paura anche l’assemblea sinodale, dato che aveva già messo in guardia tutti affermando che, «senza cambiamenti concreti a breve termine, la visione di una Chiesa sinodale non sarà credibile e questo allontanerà quei membri del Popolo di Dio che dal cammino sinodale hanno tratto forza e speranza» (DF 94).
Sergio Ventura
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[1] Tale «strumento», nell’esperienza dei padri e delle madri sinodali, «risulta fecondo» – «pur con i suoi limiti» – perché «trasforma gli individui, i gruppi, la Chiesa» ed «intreccia in modo armonico pensiero e sentimento e genera un mondo vitale condiviso… Si tratta di un dato antropologico che si ritrova in popoli e culture diversi, accomunate dalla pratica di un radunarsi solidale per trattare e decidere le questioni vitali per la comunità. La grazia porta a compimento questa esperienza umana» (DF 45; cf. anche DFCS 5). D’altronde, senza questo «primato della grazia», senza questa «profondità spirituale», la sinodalità (e «il rinnovamento della comunità cristiana» cui essa vorrebbe contribuire) «si riduce a espediente organizzativo», quand’essa invece dovrebbe essere sempre costituita da «una preghiera aperta alla partecipazione, un discernimento vissuto insieme, un’energia missionaria che nasce dalla condivisione e si irradia come servizio» (DF 44; cf. anche 82; DFCS 59; 69; 73, lett. b).
[2] A tal proposito, l’assemblea sinodale precisa che la «grande varietà di approcci al discernimento e di metodologie consolidate (…) è una ricchezza», ma sempre «con gli opportuni adattamenti ai diversi contesti» e «in un dialogo cordiale, senza disperdere le specificità di ciascuno e senza arroccamenti identitari» (DF 86).
[3] Il discernimento, infatti, si svolge sempre all’interno di un «contesto concreto, di cui occorre conoscere il meglio possibile le complessità e le peculiarità» e per la cui comprensione «seriamente» ed «effettivamente “ecclesiale”» sono necessari «i contributi delle scienze umane, storiche, sociali e amministrative» (DF 85; cf. anche DFCS 66). Inoltre, «spetta in particolare all’autorità: definire con chiarezza l’oggetto della consultazione e della deliberazione (…); identificare coloro che devono essere consultati, anche in ragione di competenze specifiche o del coinvolgimento nella questione; fare in modo che tutti i partecipanti abbiano effettivo accesso alle informazioni rilevanti, in modo da poter formulare il proprio parere a ragion veduta» (DF 93, lett. a).
[4] A tal proposito, anche qui, affinché essi costituiscano un discernimento «effettivamente “ecclesiale”» occorrono «un’adeguata esegesi dei testi biblici, tale da aiutare a interpretarli e a comprenderli evitando approcci parziali o fondamentalistici; una conoscenza dei Padri della Chiesa, della Tradizione e degli insegnamenti magisteriali, secondo il loro diverso grado di autorità; gli apporti delle diverse discipline teologiche» (DF 85; cf. anche DFCS 59; 53). Nel primo caso, perché tale ascolto «è il punto di partenza e il criterio di ogni discernimento ecclesiale» (cf. DV 2), sia quando avviene nella «liturgia» (cf. SC 7) che nella «meditazione personale e comunitaria»; nel secondo caso, perché la voce di Dio sussurra (cf. 1Re 19,13) anche nella «Tradizione vivente della Chiesa», nel «magistero», nella «pietà popolare», nel «grido dei poveri e [ne]gli eventi della storia», negli «elementi della creazione» e «nella coscienza personale» (DF 83; cf. GS 16).
[5] Più precisamente, «coloro che esprimono il proprio parere in una consultazione (…) si assumono la responsabilità di: offrire un parere sincero e onesto, in scienza e coscienza; rispettare la confidenzialità delle informazioni ricevute; offrire una formulazione chiara del proprio avviso, identificandone i punti principali, in modo che l’autorità, qualora dovesse decidere in modo difforme dal parere ricevuto, possa spiegare come ne ha tenuto conto nella sua deliberazione» (DF 93, lett. b). Il discernimento, infatti, «richiede libertà interiore, umiltà, preghiera, fiducia reciproca, apertura alla novità e abbandono alla volontà di Dio» (DF 82). Nello specifico, il «clima di fiducia (…) reciproca» è tra il «popolo di Dio» e «chi esercita l’autorità» (DF 80): «occorre per questo promuovere procedure che rendano effettiva la reciprocità tra l’assemblea e chi la presiede, in un clima di apertura allo Spirito e vicendevole fiducia, alla ricerca di un consenso possibilmente unanime» (DF 90).
[6] Il discernimento, precisano i padri e le madri sinodali, «non è mai l’affermazione di un punto di vista personale o di gruppo, né si risolve nella semplice somma di pareri individuali; ciascuno, parlando secondo coscienza, si apre all’ascolto di ciò che altri in coscienza condividono, così da cercare insieme di riconoscere “ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2,7)» (DF 82): «sulla base di una corresponsabilità differenziata (…) ogni membro della comunità va rispettato, valorizzandone le capacità e i doni in vista della decisione condivisa» (DF 89; cf. anche DFCS 16; 44; 72).
[7] I padri e le madri sinodali ricordano che già i Padri della Chiesa parlavano di un «un triplice “niente senza” (nihil sine): «niente senza il Vescovo» (S. Ignazio di Antiochia, Lettera ai Tralliani, 2,2), «niente senza il vostro consiglio [dei Presbiteri e Diaconi] e senza il consenso del Popolo» (S. Cipriano di Cartagine, Lettera ai Fratelli Presbiteri e Diaconi, 14,4). Dove s’infrange questa logica del nihil sine si oscura l’identità della Chiesa e se ne inibisce la missione» (DF 88; cf. DFCS 7; 18; 30). Riguardo l’approccio ai conflitti interni ed esterni alla Chiesa cf. DFCS 16; 24, lett. d; 61, lett. a.
[8] Per questo l’assemblea sinodale ha ritenuto fondamentale una «formazione adeguata» (tecnica, teologici, biblica e spirituale – DF 80) di tutto il «Popolo di Dio» (DF 83) alla «cultura» (DF 86) del discernimento comunitario (cf. anche DFCS 60). Ed è per questo che viene raccomandata la partecipazione al discernimento comunitario da parte dei rappresentanti delle altre comunità cristiane e delle altre religioni (soprattutto ebraica e islamica).