I pugnali sikh, la Cassazione, i “valori” e la libertà religiosa

da Interris.it, online international newspaper – con i piedi in terra guardando il cielo e da Aggiornamentisociali.it, la rivista dei gesuiti per orientarsi nel mondo che cambia.

Proponiamo due articoli sulla discussa sentenza della corte di Cassazione che condanna un appartenente alla religione Sikh denunciato perché portava alla cintola il Kirpar, un pugnale che è simbolo religioso irrinunciabile. A generare polemica la motivazione che chiama in causa non tanto il rispetto della legge italiana quanto degli imprecisati valori della società occidentale. Il primo articolo, i sikh contro la cassazione: “pugnale vietato: offesa la nostra fede”, contiene una intervista a un ventiseienne indiano residente in Italia; il secondo, I pugnali sikh e il pragmatismo che manca, è il parere di Maurizio Ambrosini, sociologo esperto di migrazioni e direttore della rivista Mondi migranti.I SIKH CONTRO LA CASSAZIONE: “PUGNALE VIETATO? OFFESA LA NOSTRA FEDE”

Nella Roma di un paio di secoli fa, in quella del celebre Rugantino, era comune imbattersi in qualche baldo giovane col coltello in saccoccia. Pronto a usarlo in una delle tante dispute – magari per contendersi una ragazza o per riparare all’umiliazione subita al tavolo da gioco – che animavano la città di quel tempo.

Ma la società è cambiata e insieme a essa anche certi usi e costumi. Progressivamente le metropoli italiane si sono riempite di persone provenienti da terre lontane, portatrici di culture specifiche. Oggi il pugnale, o meglio il Kirpan, lo portano alla cintura gli indiani sikh battezzati (circa il 10% dei 150mila sikh che si trovano in Italia), ma non a scopo offensivo, bensì come precetto religioso

Questa regola si scontra però con la legge italiana, che vieta di girare con addosso armi. Negli ultimi anni la questione, visto il crescente numero di immigrati indiani, è spesso entrata nelle aule di giustizia. La più recente sentenza è arrivata dalla Cassazione qualche giorno fa: confermata la condanna un sikh sorpreso nel 2013 vicino Mantova mentre usciva di casa con questo grosso pugnale. L’uomo aveva sostenuto che portare il Kirpan è adempimento della religione come quello di indossare il turbante, perciò aveva fatto ricorso in Tribunale.

La sentenza ha suscitato disappunto nella comunità sikh. In Terris ne ha parlato con Jaspreet Singh, ventiseienne indiano residente in Italia, vicepresidente della Sikhi Sewa Society.

Come valuta questa sentenza?
“È una sentenza che mi ha amareggiato, si tratta di una limitazione alla libertà di culto”.

Ma in Italia è possibile andare in giro armati soltanto se si possiede una licenza di porto d’armi…
“Per noi il Kirpan non è un’arma bensì un ‘oggetto sacro’, fa parte dei cinque simboli della fede Sikh, le cosiddette ‘5 K’ che un sikh battezzato deve sempre portare con sé perché, una volta ricevuto il rito del battesimo, diventano parte del suo corpo. Il Kirpan è l’equivalente – con tutti i distinguo del caso – del Crocifisso, e viene portato soltanto da sikh che hanno ricevuto il rito del battesimo. E qui vorrei ricordare che un sikh si battezza quando più lo ritiene opportuno e non c’è un’età minima o massima, non gli viene imposto alla nascita, e quindi soltanto quando un sikh è pronto e consapevole di poter rispettare tutti i precetti della religione si battezza”.

Lei porta il Kirpan?
“Io non sono ancora battezzato e quindi non ho la facoltà di portarlo con me, ma sicuramente in un futuro molto prossimo mi battezzerò e quindi porterò anche io il Kirpan. Sottolineo che anche le donne possono battezzarsi e di conseguenza anche loro possono portare con sé il Kirpan”.

È mai capitato a membri battezzati della comunità sikh, che lei sappia, di avere problemi con italiani per via del Kirpan?
“Non mi risulta che ci siano mai stati problemi. Dirò di più, non mi risulta ce ne siano mai stati non solo in Italia, ma anche nel resto del mondo: non si è mai registrato un caso in cui un sikh battezzato abbia utilizzato il Kirpan a scopo offensivo o come un’arma”.

All’estero cosa dice la legge su questo tema? Ad esempio quella del Regno Unito, dove è molto numerosa la comunità sikh.
“Nel Regno Unito, e in tutti i Paesi del Commonwealth, è possibile portare il Kirpan senza alcun tipo di problema. In Paesi come il Canada, la legge comprende a pieno il significato simbolico del Kirpan come emblema di dignità e autorità. Addirittura ci sono deputati canadesi che sono sikh battezzati e quindi portano il Kirpan anche all’interno del Parlamento. E senza andare troppo lontano, il diritto di indossare il Kirpan viene tutelato dall’articolo 9 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, secondo il quale ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione, e fondamentale è il diritto che ha l’uomo di manifestare pubblicamente e privatamente la propria religione”.

La Suprema Corte ha motivato la sentenza sottolineando “l’obbligo per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale”. Siete d’accordo con questa omologazione culturale?
“Personalmente sono in disaccordo con l’omologazione e spiego anche il motivo: se noi immigrati abbiamo l’obbligo di conformarci ai valori del mondo occidentale, vuol dire che una persona del mondo occidentale non ha tale obbligo, e di conseguenza i tanti italiani che sono divenuti sikh possono portare il Kirpan, così come i tanti tedeschi, britannici, spagnoli e via dicendo che si sono convertiti al Sikhismo. In più, aggiungerei che l’Italia da sola non forma il ‘mondo occidentale’, quindi visto che in altri Paesi del cosiddetto ‘mondo occidentale’ abbiamo il diritto di mantenere i nostri valori, siamo già conformi a certi valori”.

Quali sono secondo lei i “valori del mondo occidentale” a cui la sentenza fa riferimento?
“Penso ce lo possa dire soltanto chi ha pronunciato quella sentenza, visto che per quel che ne so io, uno dei valori principali del mondo occidentale è la libertà di manifestazione del pensiero”.

Federico Cenci

I PUGNALI SIKH E IL PRAGMATISMO CHE MANCA

È appena rientrata la polemica sulle ONG impegnate nei salvataggi in mare, con una sostanziale smentita delle improvvide accuse del procuratore Zuccaro, e un nuovo fronte si è aperto: quello della regolamentazione del pluralismo culturale e religioso nelle sue manifestazioni pubbliche.

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un immigrato di religione sikh sulla facoltà di portare in pubblico il pugnale rituale, ma è andata oltre il merito della questione, scegliendo di impartire una lezione sul rispetto dei “valori” della società di accoglienza.

La sentenza infatti non si è limitata ad affermare che circolare con un pugnale di 18 centimetri può essere pericoloso e infrange le norme sull’ordine pubblico. Ha voluto farne una questione di valori culturali da affermare, contro le rivendicazioni di minoranze che si rifanno a valori diversi e vorrebbero portarli con sé nella nuova società. Un allargamento inopportuno, che apre la porta a imposizioni in materia di abbigliamento o di pratiche religiose.

Come spesso accade nel dibattito su questi argomenti, le reazioni si sono schierate come le tifoserie su spalti contrapposti: la maggioranza a sostegno della sentenza, una minoranza invece su posizioni critiche, in difesa del relativismo culturale. Un’ennesima partita tra guelfi e ghibellini.

Eppure in altre società, segnatamente quelle anglosassoni, le istituzioni hanno trovato soluzioni pragmatiche di compromesso in grado di disinnescare il conflitto: pugnali saldati al fodero e non estraibili, impugnature elaborate ma con lame di due centimetri, oppure smussate.

In materia di immigrazione e dintorni, i conflitti assumono troppo spesso valenze simboliche e ideologiche che li rendono insuperabili. Moderazione, pragmatismo, ricerca di compromessi equilibrati sembrano merce rara, ma tanto più preziosa in questi tempi travagliati.

Maurizio Ambrosini

 

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