«Ogni giorno ci viene offerta una nuova opportunità, una nuova tappa. Non dobbiamo aspettare tutto da chi ci governa, sarebbe infantile. Godiamo di uno spazio di corresponsabilità capace di avviare e generare nuovi processi e trasformazioni. Siamo parte di un’unica umanità: ognuno con la propria voce e la propria storia, ma tutti chiamati a costruire insieme il futuro». Con queste parole del n. 77 di Fratelli tutti Papa Francesco ci introduce al cuore operativo dell’enciclica: l’impegno concreto per un mondo aperto, in cui la fraternità e l’amicizia sociale non restino ideali astratti, ma diventino percorsi quotidiani di umanizzazione.
Nel primo articolo abbiamo percorso la soglia della Fratelli tutti, comprendendone il tono e la collocazione nel magistero sociale della Chiesa. Nel secondo abbiamo messo a fuoco le sue strutture portanti – popolo, dialogo, prossimità, universalità – che sostengono la visione di Francesco. Ora possiamo entrare nel vivo delle sfide che il documento affronta e dei cantieri che apre. L’enciclica, infatti, non si limita a proporre principi, ma scende nella realtà dei problemi globali, chiamando ciascuno, credente o meno, ad assumersi una responsabilità storica e personale.
Una prima grande questione è quella della globalizzazione. Il Papa ne riconosce i frutti positivi, ma denuncia con forza come essa abbia prodotto anche nuove forme di disuguaglianza, di sfruttamento e di esclusione. «Siamo più connessi che mai, ma non più uniti» (n. 12): questa frase sintetizza bene il paradosso della nostra epoca. L’universalismo economico e tecnologico ha reso il mondo un villaggio, ma un villaggio dove spesso ci si ignora.
La Fratelli tutti non propone di respingere la globalizzazione, ma di umanizzarla, orientandola alla comunione e alla giustizia. L’alternativa non è tra globalismo e chiusura, ma tra un mondo che costruisce ponti e uno che innalza muri. I “nuovi muri” non sono solo quelli materiali ai confini degli Stati, ma quelli dell’indifferenza, dell’egoismo sociale, del disinteresse verso le periferie del mondo. Per questo Francesco invita a un “pensare e generare un mondo aperto” (cap. III): l’apertura non come ingenua tolleranza, ma come scelta di solidarietà reale, capace di riconoscere l’altro come parte di sé.
Tra i volti concreti di questa fraternità aperta c’è quello dei migranti. Nel mondo contemporaneo, segnato da crisi economiche, guerre e cambiamenti climatici, milioni di persone sono costrette a lasciare la propria terra. L’enciclica affronta il tema con realismo e compassione: non come problema da gestire, ma come opportunità di incontro e di crescita comune. Il migrante, per Francesco, è il simbolo di un’umanità che cerca casa.
Il Papa invita a un cambio di sguardo: dall’idea del migrante come “altro” o “peso” all’immagine del fratello da accogliere. Non si tratta solo di ospitare, ma di integrare, di riconoscere dignità e diritti. L’enciclica suggerisce quattro verbi che esprimono questa attitudine: accogliere, proteggere, promuovere, integrare (riprendendo quanto già detto nel Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018). Anche qui la fraternità si fa azione, politica, cultura dell’incontro.
Proprio la politica, che spesso è disprezzata o ridotta a gioco di potere, viene nella Fratelli tutti rivalutata nella sua dimensione più alta: quella del servizio. «La politica è una delle forme più preziose di carità» (n. 180). Ma deve essere una politica al servizio del bene comune, capace di visione e di coraggio, lontana dalle logiche del profitto e dell’immediato consenso. Francesco parla della «migliore politica» (cap. V), quella che non si limita a gestire l’esistente ma apre processi, che sa sognare insieme e non governare contro.
In questo senso, la vera politica nasce da una fraternità che si traduce in progettualità sociale: un’azione ispirata alla giustizia e alla prossimità, non alla ricerca di vantaggi personali o di gruppo. L’enciclica richiama anche i cristiani a non disertare l’impegno politico, ma a viverlo come luogo di testimonianza evangelica e di costruzione del Regno di Dio nella storia.
Un altro asse portante del documento è il dialogo. In un mondo di contrapposizioni e scontri, Francesco propone l’amicizia sociale come forma concreta di pace. Il dialogo non è un esercizio di diplomazia o una strategia di mediazione, ma un modo di vivere la verità insieme: riconoscere che nessuno possiede da solo tutta la luce. È una via esigente, che passa dall’ascolto e dall’umiltà, ma che è l’unica capace di disinnescare i conflitti e generare società inclusive.
Questo dialogo va coltivato su tutti i livelli: personale, comunitario, politico e interreligioso. Nel capitolo finale, “Le religioni al servizio della fraternità nel mondo”, il Papa riprende l’esperienza del Documento di Abu Dhabi (2019), frutto del cammino con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb. Le religioni, quando restano fedeli al loro cuore spirituale, sono chiamate a collaborare per la pace, a difendere la dignità umana, a custodire la vita in tutte le sue forme. Non più religioni che si contrappongono, ma che si incontrano nel servizio all’umanità.
Tra le scelte morali più forti dell’enciclica c’è la condanna senza riserve della pena di morte. Papa Francesco la definisce «inammissibile» e chiede che venga abolita ovunque (n. 263). È un segno di civiltà riconoscere che nessuno, neppure lo Stato, può togliere la vita. L’enciclica unisce questa posizione al rifiuto radicale della guerra e delle armi nucleari, denunciando ogni logica di violenza come fallimento della politica e della fraternità.
La Fratelli tutti si chiude con una preghiera e con un sogno. Un sogno che non è evasione ma impegno: «Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi» (n. 8). L’enciclica non offre soluzioni immediate, ma apre processi. È un invito a costruire, pezzo dopo pezzo, una cultura della fraternità. In fondo, ogni gesto di prossimità, ogni parola di pace, ogni decisione orientata al bene comune è già un mattone di questo sogno.
Dopo aver attraversato la soglia e osservato l’architettura dell’enciclica, ci ritroviamo ora dentro la casa di Fratelli tutti: un luogo di ascolto e di responsabilità, dove la fraternità diventa via per l’umanità intera. È una casa aperta — per tutti.
Andrea Del Giorgio