Don Lorenzo Milani: elementi per vederlo dentro il contesto ecclesiale. La Chiesa italiana durante il ministero di don Lorenzo Milani (1947-1967)

Per un prete, quale tragedia più grossa di questa potrà mai venire? Esser liberi, avere in mano Sacramenti, Camera, Senato, stampa, radio, campanili, pulpiti, scuola e con tutta questa dovizia di mezzi divini e umani raccogliere il bel frutto d’essere derisi dai poveri, odiati dai più deboli, amati dai più forti. Aver la chiesa vuota. Vedersela vuotare ogni giorno più.

don Lorenzo Milani

Don Lorenzo Milani iniziò il suo ministero di cappellano nella parrocchia di San Donato di Calenzano, grosso paese nei pressi di Prato, all’inizio di ottobre dell’anno 1947. Il panorama ecclesiale è dominato, in questi primi anni del dopoguerra, dalla figura di papa Pio XII, il cui prestigio era stato enormemente accresciuto dalla funzione di supplenza svolto dalla Chiesa e dal Vaticano durante il conflitto e da alcuni fatti bellici (specialmente il bombardamento di san Lorenzo) nei quali, grazie ai suoi gesti e ai suoi interventi in cui esprimeva partecipazione alla sofferenza della popolazione, egli “aveva acquistato un posto preminente e quasi simbolico nell’opinione di massa, inaugurando un intenso rapporto tra papa e folle”1 accresciuto poi dal sapiente uso dei mezzi di comunicazione, amplificatori e diffusori della parola e dell’immagine del pontefice.

Il pontificato pacelliano è stato caratterizzato da alcune linee ben precise: “Pio XII, in sostanza, ha ripreso il disegno di una restaurazione della cristianità che aveva radici in un’antica tradizione culturale e che aveva ispirato anche l’opera del suo predecessore, ma lo ha anche profondamente innovato. Nel magistero di Pio XI quel disegno era stato espresso nella affermazione della regalità di Cristo intesa in senso non solo spirituale ma anche sociale e politico”2, con riferimenti al modello della cristianità medioevale, il cui progetto “implicava l’idea di una cultura cattolica autosufficiente nel definire validi criteri di comportamento in ogni ramo del sapere e in ogni settore operativo”3. “In Pio XII vi sono intuizioni e affermazioni nuove: la forte accentuazione del valore della persona pone le premesse per un superamento della visione puramente strumentale della democrazia; l’intuizione della realtà nuova della società di massa, molto viva in Pio XII, rappresenta il presupposto di nuove forme di mobilitazione e organizzazione cattoliche che si esprimeranno in quello che è stato definito il «monolitismo cattolico» durante il suo pontificato”4.

Proprio l’imponente mobilitazione dei cattolici fu una delle caratteristiche della pastorale italiana dei primi anni dopo la guerra. Di questo appello alla mobilitazione uno dei principali interpreti fu il gesuita p. Lombardi5, scrittore de «La Civiltà Cattolica».

Attorno a questo progetto si possono distinguere due anime: il cosiddetto «partito romano», il cui esponente principale è il card. Ottaviani e la cui principale espressione è il giornale dei gesuiti «La Civiltà Cattolica», che teorizzano “un modello di società cattolica vicino a quello spagnolo e franchista, considerato per alcuni aspetti la realizzazione più prossima alla dottrina cattolica”6 e “il progetto che possiamo definire maritainiano-montiniano” che si presentava “con caratteri di accentuata novità”, anche se rimaneva anch’esso legato all’idea di “una nuova cristianità intesa come un modello realizzabile anche se in maniera più o meno perfetta, e perciò una realtà storica diversa rispetto al comunismo e al capitalismo, una terza via tra i due”7.

L’atteggiamento di don Lorenzo nei confronti di questa idea è complesso. Da una parte “non solo non è critico di questo progetto complessivo, che possiamo efficacemente riassumere nella formula di una nuova cristianità, ma ad esso partecipa in forme e con motivazioni che, nell’ampio ventaglio di orientamenti sommariamente richiamati, sono fra le più tradizionali e si sarebbe tentati di dire integralistiche. […] Sulle sue motivazioni, per quanto concerne in particolare i problemi politici e sociali, fanno luce i frequenti riferimenti al magistero sociale della Chiesa e in particolare alla Rerum novarum: don Milani, come i cattolici sociali del primo Novecento, è convinto che le indicazioni di quei documenti possano essere prese come programma compiuto e autosufficiente di azione politica e sociale”8. Dall’altra si stacca decisamente dalla pastorale dei grandi numeri a lui contemporanea per quanto riguarda i mezzi usati per evangelizzare (manifestazioni di massa, largo utilizzo della ricreazione, etc.), in particolare nell’ingente spiegamento di forze usato per contrastare la diffusione delle ideologie marxiste, come argomenta efficacemente Scoppola: “nello sforzo di opporsi al comunismo nella società italiana, la Chiesa – che non è e non è mai stata per sua natura una realtà di massa, ma piuttosto una realtà di popolo – ha finito con il porsi sul terreno dell’avversario e con l’assumere, negli anni del pontificato di Pio XII, le strutture, i metodi, e in qualche misura la mentalità dei movimenti di mobilitazione di massa. Paradossalmente il momento dello scontro più aspro con il comunismo è anche quello del massimo di assimilazione di metodi e criteri operativi”9. Si può, in altre parole, evidenziare nel pensiero e nella prassi pastorale di Milani una netta critica agli usuali metodi pastorali, fondati sull’illusione, smentita dai dati statistici10, di un’adesione generalizzata e consapevole al cristianesimo da parte della totalità dei battezzati; di conseguenza, unito in modo solo apparentemente paradossale ad una netta valutazione negativa del comunismo11, emerge il rifiuto da parte del prete toscano, specialmente dopo il decreto di scomunica del 1949, di una logica dello scontro e dell’identità cristiana in senso negativo come anticomunista, ritenendo suo compito quello pastorale. È proprio il ruolo di pastore che gli fa porre “al vertice delle sue preoccupazioni l’attenzione ai poveri”, cioè la maggior parte del popolo a lui affidato, “alla loro realtà sociale e psicologica, che implica il più profondo rispetto delle loro scelte politiche anche in favore del comunismo”12. In una frase del suo primo libro il sacerdote fiorentino interpreta con l’usuale tono paradossale, ma in questo brano venato di sincera preoccupazione, l’uso di mezzi sbagliati, descritto sopra, come la ragione principale della crisi della Chiesa di quegli anni: “Per un prete, quale tragedia più grossa di questa potrà mai venire? Essere liberi, avere in mano sacramenti, Camera, Senato, stampa, radio, campanili, pulpiti, scuola e con tutta questa dovizia di mezzi divini e umani raccogliere di essere derisi dai poveri, odiati dai più deboli, amati dai più forti. Aver la chiesa vuota. Vedersela vuotare ogni giorno di più”13. Gli anni che seguono sono per don Lorenzo Milani quelli dello spostamento nella sperduta parrocchia di Sant’Andrea a Barbiana, sul monte Giovi.

Intanto il 28 ottobre 1958 veniva nominato pontefice il card. Angelo Giuseppe Roncalli. Per non limitarsi a disegnare una immagine semplicistica del periodo e di quello che sarà ricordato come Giovanni XXIII, il papa buono, il papa del Concilio, bisogna andare oltre l’interpretazione storiografica che vede una dicotomia netta tra conservatori e progressisti, tra modello accentratore nonché fautore della mobilitazione cattolica e modello innovatore e insieme aperto contestatore della pastorale pacelliana, in sintesi tra Pio XII (appoggiato dal cosiddetto «partito romano») e Giovanni XXIII (sostenuto dalle correnti riformiste montiniano-maritainiane). Per recuperare la complessità del panorama ecclesiale alla vigilia del papato giovanneo e poi del suo svolgersi, Andrea Riccardi14 esamina gli stili di vari vescovi, mostrando il coesistere di riformismo e convinta adesione alla pastorale di mobilitazione centralizzata (il card. Lercaro), oppure tendenze conservatrici e perplessità riguardo al programma di papa Pacelli. Esempio evidente di quest’ultimo orientamento è, secondo Riccardi, l’arcivescovo di Milano card. Schuster15. In profonda sintonia con questo filone di spiritualità e di sensibilità pastorale viene posto anche il patriarca di Venezia e poi vescovo di Roma Roncalli: “la serena recezione della tradizione tridentina, attraverso Cesare Baronio tra l’altro”, oltre ai suoi studi sulla visita pastorale di s. Carlo Borromeo a Bergamo, “fa maturare in Roncalli un senso forte dell’episcopato, in un’esperienza personale arricchita dal contatto con l’oriente e con la Chiesa francese del secondo dopoguerra”.16 Proprio in conseguenza di queste sue linee pastorali (soprattutto a causa del sostegno all’autonomia dei vescovi), paradossalmente, il «partito romano» e il card. Ottaviani sembrano acquistare la massima influenza. Tuttavia sarà caratteristica di questo papato, inaugurato senza palese rottura con quello precedente ma annunciante una pastoralità diversa, il restituire responsabilità e autonomia agli episcopi assumendo consapevolmente i rischi e i limiti di questa scelta17 che si svilupperà poi nel concilio ecumenico.

Milani affiancherà a questo rinnovato mandato di responsabilità ai vescovi l’esigenza di dialogo, di rapporto e informazione reciproca tra questi, i preti e i fedeli; in una occasione, durante il pontificato di Paolo VI, scriverà ai suoi confratelli: “Siamo stati abituati a considerare il silenzio in casi simili come un segno di rispettosa sottomissione all’autorità. Ma sotto sotto sappiamo che è un sistema per scaricare sul Vescovo il barile della nostra responsabilità”18; e più avanti, in uno dei suoi rari riferimenti al Concilio Vaticano II: “Il Papa ha chiamato i Vescovi a dialogo, perché il Vescovo chiamasse a dialogo i parroci, il parroco i parrocchiani lontani e vicini. Se manca un solo anello di questa catena il messaggio di Giovanni XXIII e il Concilio non raggiungono il loro scopo”19.

La vita del priore di Barbiana si conclude quando ormai da tempo è stato eletto Paolo VI, ma considerato che, negli ultimi quattro anni, i suoi interessi erano rivolti più alla scuola e a temi utili per educare i suoi parrocchiani montanari ad essere cittadini sovrani e la sua osservazione e i suoi interventi sulla realtà ecclesiale e sociale saranno strumenti didattici orientati a tal fine, evito di soffermarmi sull’inizio del pontificato montiniano.

Mi pare interessante, invece, abbozzare qualche rapidissimo cenno alla pastorale educativa della Chiesa20 nel ventennio preso in esame, per meglio contestualizzare in seguito l’esperienza pedagogico-pastorale milaniana. Il pensiero di papa Pacelli riguardo alle tematiche educative e ai loro risvolti sulla pastorale si collega ed è parte di quel grande progetto di ricostruzione di un mondo e di una società usciti in macerie dalla guerra; di tale rinnovata società la Chiesa e il cristianesimo sarebbero stati le fondamenta e l’armatura21. “In quest’opera di ricostruzione ci sarebbe stato posto per le diverse categorie del popolo cristiano: clero, religiosi, laici; intellettuali, professionisti, operai; adulti, giovani, ragazzi; sani, malati, handicappati”22 e sarebbe stata orientata soprattutto in direzione della cosiddetta «pastorale di massa» (il cui punto di forza era l’Azione Cattolica), senza disdegnare però la «pastorale d’elite» (FUCI e Movimento dei Laureati). Il principale riferimento dottrinale del magistero pacelliano in ambito educativo si può identificare nell’enciclica di Pio XI Divini illius Magisteri del 1929, considerata allora il documento base della pedagogia cattolica; in essa il papa polemizzava con il moderno «naturalismo» pedagogico e il monopolio statale delle scuole e affidava la formazione cristiana, ognuno nei propri ambiti, a Chiesa, famiglia e stato. Pio XII, seguendo il realismo antropologico e pedagogico adottato dall’enciclica di papa Ratti, ebbe come idea centrale il “principio, tipicamente cattolico, dell’educazione integrale, con cui si allude alla necessità d’una promozione equilibrata di tutta la personalità del soggetto nelle varie fasi della crescita fisio-psichica e spirituale”23 e quindi “l’educazione cristiana esige organica saldatura e costante equilibrio tra i fattori naturali e soprannaturali”24. Il che presuppone il modello odierno di itinerario di iniziazione cristiana.

Agli anni in cui Milani è priore a Barbiana risale il magistero di papa Roncalli (che nei due documenti Mater et Magistra e Pacem in terris incluse alcune indicazioni pedagogiche all’insegna della sensibilizzazione della gioventù alla problematica sociale e del senso di responsabilità personale e comunitario oltre all’apertura ecumenica ed interculturale e alla distinzione tra «errore» ed «errante») e quello conciliare (in cui non tutte le grandi coordinate teologiche e pastorali25 trovarono l’adeguata mediazione pedagogica nell’apposita dichiarazione Gravissimum educationis).

L’esperienza educativa del prete-maestro don Lorenzo Milani ebbe in comune con la pedagogia pacelliana il principio generale dell’educazione integrale (nelle scuole di S. Donato e Barbiana orientate decisamente verso l’ambito intellettivo e linguistico). Non è facilmente omologabile con la più diffusa prassi educativa parrocchiale per quanto riguarda il progetto di cammino di fede.

1A. Riccardi, La Chiesa italiana fra Pio XII e Paolo VI, in Don Milani tra Chiesa, cultura e scuola, Atti del convegno di Milano, Università Cattolica, 9-10 marzo 1983, Milano, Vita e Pensiero, 1984, pp. 21-60, 23.

2P. Scoppola, Vicende politiche e mutamenti economico-sociali dagli anni di De Gasperi alla esperienza del centro-sinistra, in Don Milani tra Chiesa, cultura e scuola, pp. 3-20, 8.

3Ibi, p. 9.

4Ibidem.

5“La mobilitazione di Lombardi si svolge in un quadro apocalittico, tra una «generazione umiliata», «fra le più sventurate della storia», mentre si esaurisce una «storia puramente umanistica»: si dipana organicamente dal centro, il papa e la sua parola, a tutti i livelli, nazionale, diocesano, parrocchiale, personale”. A. Riccardi, La Chiesa italiana fra Pio XII e Paolo VI, in Don Milani tra Chiesa, cultura e scuola, pp. 21-60, p. 24.

6Ibi, p. 25. Don Milani polemizzerà violentemente con tale corrente ed in particolare con il card. Ruffini di Palermo: “La via che conduce alla Verità è stretta e ha da ambo i lati precipizi. Esistono eresie di sinistra ed eresie di destra. Il fatto che qualche importante cardinale penda verso le eresie di destra non dà ad esse patente di ortodossia. Siamo nella Chiesa apposta per sentirci serrare dalle sue rotaie che ci impediscano di deviare tanto in fuori che in dentro. Queste rotaie non sono costituite dalle interviste del cardinale Ruffini sul giornale della Fiat. Sono invece nel Catechismo Diocesano e per portarsele in casa bastano 75 lire. […] Siete figlioli devoti della Chiesa perché l’Infallibilità non è uscita dai precisi termini del Concilio Vaticano, quelli stessi che impara il mio Pierino sulla Dottrina Diocesana classe V cap. X domandina 17. L’infallibilità dunque per ora non copre del suo manto tutti e singoli i 75 cardinali, i 281 vescovi d’Italia, i 5 padri del consiglio di redazione della «Civiltà Cattolica» ecc. Via, prendiamola in ridere, se no ci si amareggia inutilmente. L’austerità del dogma in cui crediamo, per il quale siamo pronti, se Dio ci dà grazia, anche al martirio, la vorrebbero stirare come la trippa a coprire tutto quel che fa comodo a loro e poi buttarcela in faccia col sospetto di eretici. […] Quando si sente il cardinal Ruffini lodare il regime spagnolo, verrebbe voglia di dirgli che un dittatore sanguinario o un governante incapace fa più male alla Chiesa quando la protegge che quando la combatte”. A Nicola Pistelli direttore di «Politica» – Firenze (Un muro di foglio e incenso), Barbiana, 8.8.1959, in L. Milani, Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana, , a cura di M. Gesualdi, Milano, Mondadori, 1970, pp. 122-137, 122.123-124.131.

7P. Scoppola, Vicende politiche e mutamenti economico-sociali, p. 9.

8Ibi, pp. 9-10. Un esempio di come Milani interpretasse alla lettera la dottrina sociale della Chiesa al di fuori di considerazioni di mercato si ha nelle considerazioni sulla politica del lavoro o, come nella citazione successiva, degli alloggi: “Ho elencato dunque i grandi diritti dell’uomo (vita, casa, lavoro…). Della proprietà invece ho detto che è diritto solo quando è garanzia di quei diritti, è delitto, quando li viola. Ho citato Leone XIII e Pio X. Ho letto le cifre della tragedia degli alloggi. […] Così ho potuto dimostrare che per le case in Italia già da molti anni (ma ogni giorno di più) siamo a quella famosa «estrema necessità» che fa «tutto comune»”. Natale 1950. Per loro non c’era posto, in L. Milani, L’obbedienza non è più una virtù e gli altri scritti pubblici, a cura di C. Galeotti, Viterbo, Stampa alternativa, pp. 63-70, 68.

9P. Scoppola, Vicende politiche e mutamenti economico-sociali, p. 11.

10A proposito della necessità di una conoscenza sociologica e demografica alla base delle scelte pastorali ritengo che più indicative di qualunque dichiarazione esplicita da parte di don Milani siano le abbondanti parti statistiche riportate in Esperienze pastorali.

11L. Milani, Esperienze pastorali, Firenze, LEF, 1958., p. 458.

12P. Scoppola, Vicende politiche e mutamenti economico-sociali, p. 11.

13L. Milani, Esperienze pastorali, pp. 464-465.

14“E qui non si può operare una divisione tra i conservatori, fautori della mobilitazione e della pastorale pacelliana, ed i progressisti, una minoranza innovatrice”. A. Riccardi, La Chiesa italiana fra Pio XII e Paolo VI, p. 33.

15Dopo aver riferito alcuni episodi di tensione tra il vaticano, in particolare il card. Siri, e Schuster, Riccardi afferma: “Ma i dissapori dell’arcivescovo di Milano con Roma non possono ridursi a problemi politici (su cui peraltro egli non era certo un progressista), bensì ad una disaffezione dal messaggio pastorale e dallo stile di Roma: l’anziano cardinale benedettino, in parte fedele alla tradizione di s. Carlo Borromeo, incarna un modello pastorale ed episcopale che tanto spazio dà alla vita parrocchiale, al corretto insegnamento del catechismo, che considera la Visita pastorale del vescovo il momento centrale di propulsione e mobilitazione della diocesi”. Ibi, p. 34.

16Ibi, p. 35.

17“I Vescovi si trovano più esposti alla tentazione di intromettersi al di là di ogni buona misura. […] Sempre, ma soprattutto in questi tempi, il Vescovo è indicato per spargere un olio balsamico di dolcezze sopra le piaghe dell’umanità”. Giovanni XXIII, Il giornale dell’anima e altri scritti di pietà, Cinisello Balsamo (MI), Edizioni Paoline, 1989, p. 573.

18A tutti i sacerdoti della diocesi fiorentina e per conoscenza all’arcivescovo mons. Florit, 1.10.1964, in L. Milani, Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana, pp. 214-218, 215.

19Ibi, p. 216.

20L’ambito della «pastorale educativa della Chiesa» “interessa, da una parte, gli insegnamenti del magistero, considerato nei suoi vari livelli, circa l’ampia problematica dell’educazione cristiana, dall’altra le scelte operate dalla Chiesa (nel nostro caso quella italiana) per assolvere alla missione salvifico-educatrice degli uomini in genere e delle nuove generazioni in special modo”. Luciano Caimi, La pastorale educativa della Chiesa nel secondo dopoguerra, in Don Milani tra Chiesa, cultura e scuola, pp. 146-168, 146. Qui la tematica è circoscritta al magistero pontificio.

21“È tutto un mondo che occorre rifare dalle fondamenta, che bisogna trasformare da selvatico in umano, da umano in divino, vale a dire secondo il cuore di Dio”. L’esortazione ai fedeli di Roma, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, Milano, Vita e Pensiero, 1952, vol. XIII, p. 471, citazione in Luciano Caimi, La pastorale educativa della Chiesa, p. 147.

22Luciano Caimi, La pastorale educativa della Chiesa, p. 147.

23Ibi, p. 150.

24Ibi, p. 151.

25“Tra esse vorremmo almeno citare: il rinnovamento del concetto di Rivelazione; la presentazione della Chiesa come popolo di Dio, posta profeticamente nel mondo e per il mondo; la ridefinizione della figura e dei compiti del laico cristiano; il riconoscimento della giusta autonomia delle realtà terrene; l’affermazione della libertà religiosa; la sensibilità per i temi del dialogo, dei diritti umani, dell’ecumenismo”. Ibi, p. 161.

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