“Iconostasi. La porta ai divini misteri”. Storia e struttura

Il materiale qui presente è una rielaborazione di un file presente sul sito Parrocchiadialbairate.it.

Impariamo a respirare con due polmoni: quello della Chiesa Orientale e quello della Chiesa Occidentale.

Papa Giovanni Paolo II

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Un cristiano occidentale, quando entra in un tempio ortodosso si trova in un mondo sconosciuto. Entra in una chiesa nella quale tutti gli elementi di forma, arredamento e ornamento sottostanno ad una tradizione ed hanno anche un proprio significato. Dopo essere passato per il nartece, lui si trova nella navata, che in genere non ha la forma allungata cui è abituato, bensì quella quadrata, totalmente vuota, se non si tiene conto di alcune sedie, destinate ai malati e ai deboli. Alza la testa, ed ecco il Cristo Pantocratore, che lo guarda con maestà dall’alto della cupola centrale. Attorno al tamburo che sostiene la cupola, ecco i profeti, gli apostoli e i confessori e sulle volte attorno alla cupola, ecco i cherubini e serafini, i quattro evangelisti e alcune scene della vita di Cristo; di solito emergono quelle che si ricordano nei calendari liturgici. Sulle pareti, vediamo le figure dei monaci e degli asceti, dei martiri, dei confessori e dei maestri; la schiera dei santi, cornice a se stessa, è come se racchiudesse tutta l’assemblea orante. Ma ciò che più colpisce è la parete orientale, dove si alza una barriera adornata di icone: l’iconostasi, che separa la navata dal santuario.

Il tempio ortodosso si propone come più di un posto dove si raduna un’assemblea in preghiera: vuole essere l’immagine del cielo sulla terra. Se le parti basse della navata rappresentano il mondo visibile, la cupola e ancora di più la parte dove si trova il santuario – protetta dall’iconostasi – sono simboli del cielo, dove tutte le forze celesti rendono culto al Dio Trino e Uno. L’atmosfera nel tempio ortodosso è di devozione ma nello stesso tempo non è formale, soprattutto grazie al fatto che in queste chiese non ci sono banchi messi a battaglione.

L’iconostasi non è sempre esistita nella chiesa; nei primi secoli il santuario era visibile a tutti coloro che pregavano ed era separato da loro soltanto con una grata. Ancora oggi la porta centrale molte volte è ornata da una grata, e la stessa iconostasi poche volte arriva fino al soffitto, anche per permettere che la voce del prete possa essere ascoltata in tutto il tempio.

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L’iconostasi è un elemento dell’arredo che si colloca tra il santuario (ossia tra il presbiterio dov’è situato l’altare) e la navata. L’iconostasi è sostanzialmente una parete divisoria che, nell’odierna cultura orientale, sorregge un certo numero di icone. Storicamente sia le chiese occidentali che quelle orientali hanno conosciuto, fin dall’antichità cristiana, una divisione tra la zona del presbiterio, in cui venivano celebrati i divini misteri, e quella lungo la quale si collocavano i fedeli.

Tale divisione acquisì rilevanza soprattutto a partire dall’epoca in cui il cristianesimo divenne religione di Stato dell’Impero romano: il passaggio di intere masse dal paganesimo al cristianesimo e la conseguente presenza costante e cospicua dei catecumeni rendeva necessario nascondere allo sguardo dei neofiti i misteri celebrati. Il motivo era insito nel fatto che la verità cristiana, per poter essere assunta e vissuta, doveva essere mostrata in forma graduale e didattica. Non era quindi corretto esporre tutto e subito poiché molte cose non sarebbero state correttamente comprese e vissute. Nascondere il presbiterio agli occhi dei fedeli divenne quindi una necessità. Così sulla balaustra che precedeva il presbiterio si elevarono delle colonne che sorreggevano una pergola, dalla quale pendevano – in oriente – icone e lampade. Contemporaneamente, in occidente, c’era l’usanza di nascondere il presbiterio con delle tende (vela templi) che scomparvero definitivamente solo in epoca barocca (XVII sec.).

Il principio che stava dietro a queste scelte era lo stesso: le cose sante non potevano essere svelate perché esiste una gradualità con la quale l’uomo viene educato e si avvicina alla fede. Lo stesso credente, oramai avanzato negli anni, conosce che non può sapere tutto e subito e che esiste sempre un limite oltre al quale il suo sguardo raziocinante flette le ali e cade al suolo. Tale conoscenza si è mantenuta inalterata in tutto l’Oriente cristiano: nelle chiese l’iconostasi ne rappresenta il simbolo più evidente.

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Crisi iconoclastica dall’Oriente e feudalesimo dall’Occidente sono elementi di rottura culturale culminata con la perdita dell’unità delle chiese. Nella pittura e nell’architettura romanica occidentale rimangono ancora stili iconografici comuni con l’Oriente, in particolare nelle zone che avevano un più intenso contatto con la cultura bizantina. Ma ormai si sono imboccate strade divergenti.

Quello che rimane dell’iconostasi delle chiese occidentali è preservato o perché di elevatissimo valore artistico e/o storico (vedi la basilica di San Marco), o perché si tratta di chiese che hanno perso l’originale rilevanza e non sono state oggetto di profonde trasformazioni nei secoli successivi (vedi la basilica di Torcello).

La via imboccata dall’occidente a partire dal periodo scolastico (XIII sec.) ha insistito su ciò che di Dio si può dire (teologia positiva, catafatica) lasciando in ombra tutto ciò che non si può dire (teologia apofatica). Questo fatto ha introdotto nella liturgia occidentale degli elementi fino ad allora inesistenti attraverso i quali “bisognava vedere” Dio.

Il periodo barocco ha fatto della liturgia cattolico-romana un luogo splendido per stupire e colpire i fedeli. La sontuosa magnificenza della liturgia post-tridentina era finalizzata per affermare trionfalmente la verità cattolica contro l’eresia luterana. Il favoloso spettacolo estetico della liturgia barocca richiedeva il primato della visione.

L’epoca moderna con il suo individualistico bisogno d’una “religione non ufficiale” e con la sua devozione privata ha introdotto nel cristianesimo ulteriori elementi innovatori. Gli altari laterali delle chiese cattoliche (diffusisi dalla fine del medioevo) sono il segno d’un bisogno popolare di sentire “esteriormente” Dio vicino a sè, non lontano o in qualche luogo nascosto.

Questo segno è stato foriero di ulteriori sviluppi moderni che hanno percorso la medesima direzione, sviluppi che non hanno tardato a manifestarsi e a partorire, anche recentemente, i loro frutti. Così, a partire dagli anni ’70 del XX secolo, troviamo chiese che non hanno nemmeno un presbiterio e nelle quali l’altare (talvolta rappresentato da una semplice mensa) si situa al centro dell’assemblea, sotto lo sguardo di tutti.

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Passiamo ora all’analisi della struttura dell’iconostasi e, da questa, all’approfondimento della simbologia delle sue singole componenti per poi chiudere con un approfondimento antropologico e teologico.

Come modello abbiamo quello del massimo livello di sviluppo raggiunto, nella Rus’ antica dei secoli d’oro. L’iconostasi si presenta come una parete più o meno senza interruzioni che unisce la parte settentrionale alla parte meridionale del tempio ortodosso, separando il santuario dalla parte centrale accessibile ai fedeli, nella quale si pongono le icone in un ordine rigidamente prestabilito. Questo schema dell’iconostasi non si trova in tutte le chiese.

Nei tempi della Rus’ antica l’iconostasi di cinque file era la più comune, però a volte la quantità di file poteva essere ridotta fino ad una sola (l’ordine locale), con la necessaria immagine dell’Ultima Cena sopra le porte sante.

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Nell’iconostasi ci sono tre porte: la porta centrale, a doppio battente, è chiamata “porta santa” (o “porta reale”). E’ quella che dà accesso diretto all’altare eucaristico ed è proibito a tutti i fedeli – fuorché ai chierici – entrare nel santuario attraverso di essa. Le altre due porte sono a un singolo battente: alla destra si trova la “porta meridionale”, chiamata anche “porta diaconale”, e a sinistra la “porta settentrionale”.

La “porta santa” è caratterizzata nella parte centrale dalle icone dell’Annunciazione, l’Arcangelo Gabriele nel battente di sinistra e la Madonna in quello di destra. Nella parte inferiore possono essere rappresentati i 4 Evangelisti, uno per ognuna delle specchiature delle ante. L’architrave riporta invece l’immagine dell’ultima cena: il simbolo del sacramento dell’Eucarestia. Da essa si accede all’altare. Quando la “porta santa” è aperta permette la vista dell’altare, riccamente adornato, di forma cubica; sopra di esso si trovano la croce, le lampade e l’arca, molte volte a forma di tempio, in cui si conserva il pane consacrato durante l’eucarestia.

La “porta meridionale” (“diaconale”) riporta l’immagine dell’Arcangelo Gabriele e conduce alla sacrestia; la “porta settentrionale” riporta l’immagine dell’Arcangelo Michele e dà accesso all’altare sul quale si preparano il pane e il vino eucaristici. A questa porta i fedeli possono portare un piccolo pane di forma rotonda, chiamato “prosfora” (offerta) e darla al diacono o al ministrante insieme con un elenco dove si ricordano i vivi e i morti. Sulle due porte ad un battente in alternativa agli Arcangeli possono essere rappresentati i santi diaconi.

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Il primo ordine – denominato anche ordine locale od ordine inferiore.

La fila più bassa ci fa conoscere i momenti più importanti dell’insegnamento ortodosso – Cristo Salvatore e la Madre di Dio – e le caratteristiche della venerazione dei Santi del luogo, ponendole nel luogo più direttamente accessibile ai fedeli. In genere sono le icone di maggiori dimensioni dell’intera Iconostasi.

Partendo dalla destra della sequenza troviamo quindi le icone: della festa o del santo (dei santi) cui è dedicata la chiesa. E’ l’icona propria del tempio (quella della dedicazione), di Cristo Salvatore, rappresentato come Pantocratore (alla destra delle “porte sante”), della Madre di Dio con il Bambino in braccio (alla destra delle “porte sante”), “dell’ordine locale”, che rappresenta il santo più venerato in tale posto.

Alla base di ogni icona di quest’ordine può essere presente una copia della stessa, più piccola, per la devozione dei fedeli che omaggiano l’immagine baciandola.

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Il secondo ordine.

Quest’ordine è chiamato anche “fila storica”, in quanto ci fa conoscere gli avvenimenti della storia evangelica, tra i quali spiccano le azioni salvifiche di Cristo nella sua vita terrestre. E’ posto immediatamente al di sopra dell’ordine locale perché i fedeli possano apprezzare i dettagli della storia rappresentata da ogni singola icona.

La sequenza completa (che può essere eventualmente ridotta in funzione delle dimensioni dell’Iconostasi) prevede le seguenti icone:

  • Natività della Vergine Maria,
  • Presentazione della Vergine al Tempio,
  • Annunciazione,
  • Nascita di Cristo,
  • Presentazione di Gesù al Tempio,
  • Battesimo di Gesù,
  • Trasfigurazione,
  • Ingresso a Gerusalemme,
  • Crocifissione,
  • Resurrezione,
  • Ascensione,
  • Discesa dello Spirito Santo,
  • Assunzione.

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Il terzo ordine.

Chiamato l’ordine della Deesis, è il più complesso, non solo per il numero delle icone ma per la simbologia che sottende.

Nel centro di questa fila, direttamente sopra le porte sante e sopra l’icona dell’Ultima Cena, si trova lo “Spas (Cristo Salvatore) tra le potenze angeliche”. Si tratta dell’icona di Cristo, seduto in trono con il libro, è raffigurato sullo sfondo di un quadrato rosso con gli angoli prolungati (rappresentazione della terra), di un cerchio azzurro (rappresentazione del mondo spirituale) e di un rombo rosso (rappresentazione del mondo invisibile). E’ l’immagine che presenta Cristo come il giudice  severo di tutta la creazione.

A destra si trova l’immagine di Giovanni il Battista, denominato Giovanni il Precursore, considerato insieme alla Vergine Maria il principale intercessore per l’umanità con Dio.

A sinistra un’icona della Madre di Dio che viene rappresentata, non per caso, come la “Vergine che intercede”. La Vergine è rappresentata a statura intera, guarda verso sinistra e porta un rotolo nella mano.

A destra e a sinistra di queste icone ci sono le immagini degli angeli, dei profeti e dei santi più conosciuti, che mostrano con la loro vita la santa Chiesa di Cristo. In alternativa possono essere rappresentati gli Apostoli.

Approfondiamo un attimo la simbologia dell’icona di Cristo presente al centro: in tunica e manto, seduto in trono con il libro, è raffigurato sullo sfondo di un quadrato rosso con gli angoli allungati. Il quadrato è il simbolo della terra. Ai quattro angoli di questo quadrato si possono trovare le immagini dell’angelo (dell’uomo), del leone, del toro e dell’aquila. Sono i simboli degli evangelisti (rispettivamente Matteo, Marco, Luca e Giovanni), che portano la parola della salvezza in tutte le parti del mondo. Sotto il quadrato rosso è dipinto un cerchio azzurro, è il mondo spirituale. In questo cerchio sono rappresentati gli angeli, le potenze celesti (da cui il nome dell’immagine). Sotto il cerchio azzurro c’è ancora un rombo rosso (simbolo del mondo invisibile). Quest’icona del Salvatore è un vero trattato teologico a colori, con un’iconografia che si appoggia soprattutto sull’Apocalisse di S. Giovanni Apostolo, e mostra il Cristo come apparirà alla fine dei tempi.

Nota: l’ordine della Deesis e quello delle feste possono essere invertiti nella costruzione dell’iconostasi

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Il quarto ordine.

Se le icone della terza fila sono illustrazioni del Nuovo Testamento, quelle della quarta ci portano ai tempi della Chiesa veterotestamentaria.

Qui sono rappresentati i profeti che annunciarono quello che sarebbe avvenuto, parlando del Messia e della Vergine, dalla quale sarebbe nato Cristo. Non per caso, quindi, al centro di questa fila si trova l’icona della Madre di Dio”Orante”, che mostra la Vergine (in genere a mezzo busto) con le mani alzate verso il cielo in atteggiamento di preghiera e con il Bambino nel grembo al centro di un disco. E’ detta anche “Panaghia”, dal greco “la tutta santa“ (grande Panaghia se con la Vergine a figura intera) e, nella Rus’, “il Segno”, da quando durante l’assedio di Novgorod del 1169 una sua icona portata sulle mura fu trafitta da una freccia e l’immagine pianse, dando il segno che stava intercedendo per la città.

Tale immagine della Madonna risale ai primi tempi del cristianesimo ed è finita anche sul medaglione portato al petto dai vescovi ortodossi: ricorda loro che il vescovo deve sempre avere nel suo cuore, centro di ogni percorso spirituale, il Signore e la Madre divina che intercede presso Dio.

Si tratta di una variante della Vergine di Blacherne (*), ed è la formula più completa della medesima idea: la mediazione della Vergine ha per oggetto il Figlio suo Gesù, risplendente sul suo cuore, in un medaglione di gloria, simbolo della divinità. L’Unigenito, nato prima dei secoli, ha abitato nel seno verginale di Maria.

La tradizione ha visto in questa icona un’immagine della profezia di Isaia al tempo del re Achaz: “Il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele” (Is 7,13-14). “Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: «Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace»; grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e sempre; questo farà lo zelo del Signore degli eserciti” (Is 9,5-6).

In questo «segno» san Matteo (Mt 1,23; 4,15-16) e tutta la tradizione cristiana hanno riconosciuto l’annuncio velato della nascita del Figlio di Dio.Così l’icona è rappresentazione di una visione profetica della Vergine e del suo Figlio divino: a questo titolo è posta nel centro dell’ordine dei Profeti. Il Bambino ha le braccia stese e con le mani fa un gesto di benedizione, che esprime tutto il suo essere, perché egli è l’Emmanuele, «Dio con noi» ed è lui «il segno» per eccellenza dato da Dio.

(*) Il modello iconografico della Madonna dalle braccia alzate in preghiera trova la sua origine nelle catacombe a Roma. Rappresenta l’anima del defunto in preghiera. Il simbolismo delle braccia alzate esprime, inoltre, il desiderio del distacco, dell’elevazione a ciò che è “altro”. Distacco da ciò che è terreno per innalzarsi con tutto l’essere verso il celeste.

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L’ordine superiore.

Questa fila si chiama “l’ordine dei patriarchi”. Le icone ci rimandano agli avvenimenti più antichi in ordine di tempo. Qui si trovano le immagini dei padri antichi, da Adamo fino a Mosè.

Nel centro della fila è posta l’icona della “Santissima Trinità veterotestamentaria”, simbolo dell’eterno disegno della Trinità riguardo al sacrificio del Dio-Verbo per la Redenzione dell’uomo dalla sua caduta.

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La croce è il simbolo a cui tutto tende.

Essa è posta al vertice dell’iconostasi in quanto il culmine della storia del mondo e la cima dell’universo è il Golgotha, il posto dove fu crocifisso Gesù Cristo, dove si è compiuto il sacrificio della croce e dove si è realizzata la vittoria di Cristo sulla morte nella Risurrezione.

La croce più diffusa nell’Ortodossia è a otto bracci, sempre dipinta e senza alcuna componente del Cristo in rilievo, in coerenza col fatto che nel tempio ortodosso non ci sono immagini sacre tridimensionali. Presenta tre traverse orizzontali sull’asse verticale:

  • La superiore ricorda la tavola con la scritta: “Gesù Nazareno, Re dei Giudei”. La scritta in greco, latino ed ebraico che fu messa sulla croce di Cristo per ordine di Pilato, secondo l’usanza romana scrivere la colpa del reo su delle tavolette. Nelle croci più complesse la tabella è affiancata da due angeli e sovrastata dal Padre e dallo Spirito Santo in forma di colomba, oppure dal telo della Veronica, la “Vera Icona”.
  • Quella mediana è la maggiore, per le braccia del Cristo crocifisso.
  • L’inferiore è per i piedi del Cristo. Nella tradizione ortodossa i piedi di Cristo non sono trafitti con un solo chiodo, come in quella cattolica, bensì con due chiodi, uno per ciascun piede. Un capo di essa, quello alla destra di Cristo, è un po’ rialzato e indica il cielo, verso cui è diretto il Buon Ladrone, crocifisso assieme a Cristo. L’altro capo invece è diretto verso il basso, verso l’inferno, il posto per l’altro ladrone, quello che non si è pentito. Sullo sfondo presenta le mura di Gerusalemme.

Alla struttura base della croce vengono spesso aggiunte una o più delle seguenti immagini:

  • al di sotto della croce si può vedere l’immagine di un teschio: è la testa di Adamo, che secondo la tradizione fu sepolto sul Golgotha, sotto il luogo dove è stato crocifisso Cristo. Dalla fenditura della roccia sotto la Croce cadde sulla testa di Adamo una goccia del sangue di Cristo in segno di redenzione del primo uomo e, tramite lui, di tutta l’umanità.
  • All’estremità dei bracci mediani o ai lati del corpo di Cristo può presentare le immagini di Maria, alla destra di Cristo, e del discepolo prediletto, l’Apostolo Giovanni. A fianco della Madonna può quindi esserci la Maddalena ed a fianco dell’Apostolo Giovanni il centurione Longino;
  • ai due lati del corpo di Cristo vengono rappresentati gli strumenti di morte di Cristo: la lancia con la quale hanno trafitto il suo fianco, e la canna con la spugna imbevuta d’aceto, che fu porta dal soldato romano; alla base della croce può apparire la mezzaluna. Non è, come si potrebbe immaginare, il simbolo della vittoria dell’Ortodossia sull’Islamismo. La croce con la mezzaluna fu in uso molto prima del conflitto tra cristiani e musulmani, già dai tempi della Chiesa primitiva: la forma della croce e quella della luna unite insieme formano un’ancora, simbolo della speranza. La mezzaluna simboleggia anche il calice eucaristico con il sangue di Cristo che redime i peccati dell’uomo. Questi tipi di croce sono più frequenti nei templi dedicati alla Vergine Maria, della quale la mezzaluna è il simbolo, in abbinamento al sole che è simbolo di Cristo.

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Adesso che abbiamo analizzato nel dettaglio i singoli elementi che costituiscono l’iconostasi siamo pronti ad approfondire la conoscenza del suo significato di ordine più elevato, quello “antropologico”.

La chiesa – nella sua struttura orientale – rappresenta simbolicamente la vita dell’uomo e i suoi stadi di crescita.

  • L’ingresso simboleggia l’aprirsi dell’uomo al cristianesimo, il suo rinascere come nuova creatura, proveniendo dalla direzione del tramonto del sole, ovvero dalle tenebre (per questo l’atrio è anche la parte del tempio dedicata ai non battezzati e ai penitenti),
  • la navata simboleggia il cammino cristiano, dalle tenebre alla luce di Cristo,
  • l’iconostasi rappresenta il luogo della visione, della trasfigurazione. E’ l’ultimo stadio dietro al quale c’è l’Ineffabile, Colui che non può essere racchiuso dai Cieli e la cui essenza (secondo il pensiero patristico orientale) non può essere partecipata neppure in Paradiso,
  • il santuario rappresenta, altresì, il cuore dell’uomo, luogo nel quale si manifesta la presenza di Dio. Si trova nella parte orientale del tempio, direzione da dove sorge il sole, perché Cristo è la luce del mondo. La parte orientale del tempio simbolizza anche la Terra Santa dove è nato, vissuto, morto e risorto Cristo. La forma dell’abside del santuario è semicircolare, questo fa ricordare una grotta, a ricordo di quelle venerate dalla tradizione cristiana: la grotta di Betlemme, dove è nato Cristo, e il Sepolcro in cui è stato messo il corpo di Cristo deposto dalla Croce (luogo dal quale è risorto, distruggendo i ceppi della morte).

Ora il cuore dell’uomo (ossia la sua interiorità) è molte volte sconosciuto pure a lui stesso. I pensieri che si aggirano nel cuore non devono e non possono essere condivisi con tutti: uno sguardo esterno non può entrare nel cuore d’un uomo senza violarne l’intimità e la sacralità.

La chiesa, simbolo umano, ha anche per questo il santuario nascosto.

Concepire una chiesa con un santuario inesistente o aperto ad ogni sguardo significa, per la cultura d’oriente, aver un concetto inesistente del mistero di Dio, quindi un concetto secolarizzato su Dio, oltre che sull’uomo, dal momento che la chiesa si pone come un simbolo, un ponte tra l’interiorità dell’uomo e la realtà ineffabile di Dio.

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Oggi la presenza dell’iconostasi spesso non è capita dai cristiani non ortodossi, in quanto ritenuta un elemento accessorio, forse inutile, che impedisce ai fedeli di osservare cosa succede al di là di essa nel corso della Santa Messa. Questa mentalità è attecchita in qualche frangia ortodossa della diaspora tanto che in qualche nuova chiesa ortodossa l’iconostasi si riduce al minimo indispensabile, con una porta centrale così ampia da consentire ai fedeli una comoda visione della celebrazione all’altare, o dove le icone sono disposte in modo da lasciare il più possibile il campo aperto alla visuale.

Ma dal punto di vita teologico una spiegazione per la sua permanenza rimane. Laddove, nell’Occidente cristiano, per incontrare Dio è necessario “vedere” (l’elevazione dell’Ostia dopo la sua consacrazione inizia grosso modo nel XIII secolo, cioè in piena cultura teologica scolastica), per l’Oriente è indispensabile nascondere. Quest’ultimo atteggiamento è in linea perfetta con il pensiero patristico e, in particolar modo, con quello di San Gregorio di Nissa per il quale “Mosé vide Dio nella tenebra”.

L’occidente ha evoluto la sua liturgia arrivando all’ostentata introduzione dell’elevazione pubblica dell’Ostia nella Messa. E’ il frutto di una mentalità in base alla quale bisogna cercare Dio al di fuori di se stessi. Questo portò la liturgia a decadere fino al punto che “si prendeva Messa” solo se si osservava l’elevazione dell’Ostia. In qualche città italiana la Messa veniva così celebrata sul balcone della facciata della chiesa o a porte della chiesa spalancate quando la prospiciente piazza ospitava il mercato. Al momento dell’elevazione, segnata come oggi dal suono d’un campanello, i traffici del mercato si fermavano. Lo sguardo di chi comperava e di chi vendeva si volgeva all’ostia elevata: in tal modo le persone “prendevano Messa” senza dover sacrificare troppo dai propri affari personali.

Per il cristiano ortodosso non c’è nulla da osservare, dal momento che la Grazia è invisibile ed opera nel cuore dell’uomo e che Dio, pur essendo in tutto, è al di là di tutto. Per gli ortodossi è rimasta dominante la mentalità patristica secondo la quale Dio abita in una luce che – per l’uomo – ètenebra ed è solo in essa che è possibile contemplarLo.

La paradossalità per l’Ortodossia è l’unico modo per poter esprimere la realtà divina senza racchiuderla (e quindi finire per negarla) in lineari schemi mentali. In un tempio concepito come immagine del cielo sulla terra: dalle parti basse della navata che rappresentano il mondo visibile, alla cupola e ancora di più alla parte dove si trova il santuario sono simboli del cielo, dove gli angeli, gli arcangeli e tutte le forze celesti rendono culto al Dio Trino e Uno.

Questo è il motivo “teologico” che porta l’Oriente cristiano a continuare a costruire una parete divisoria tra il santuario e la navata della chiesa.

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