C’è qualcosa di nuovo, in Italia, tra cattolici e musulmani?

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

l termine dell’analisi delle indicazioni magisteriali relative al dialogo ecumenico e interreligioso, provenienti dall’Assemblea sinodale del 2024, mi chiedevo quanto si tentasse di metterle effettivamente in pratica a livello di Cei e di singole diocesi e parrocchie.

Non limitandosi, però, ad incontri o momenti liturgici, sempre a rischio di ridursi a meri atti di “cortesia istituzionale”, ma andando a toccare, a smuovere, se non a sciogliere, alcuni dei nodi teologici che bloccano o rallentano tale dialogo, impedendone la maturazione dei frutti sperati. In tal senso, molto significativo mi è apparso il messaggio che la CEI ha elaborato per la (37^) Giornata del dialogo tra cattolici ed ebrei (17 gennaio). Anche perché esso, come esempio della «via italiana al dialogo interreligioso», sembra compiere un passo in avanti, nel dialogo con il mondo islamico, rispetto al magistero stesso della Chiesa universale. Dopo aver approfondito (qui) la parte cattolico-ebraica del dialogo in questione, è giunto il momento di fare lo stesso per la parte cattolico-islamica, anche per onorare al meglio il recente anniversario (4 febbraio) del Documento sulla Fratellanza umana firmato da Papa Francesco e l’Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb nel 2019.

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Nel messaggio dei vescovi italiani, in effetti, il riferimento alla «stessa benedizione» di Abramo da parte di Dio – e alla «medesima Alleanza» con Lui – non riguarda solo gli ebrei e i cristiani, ma anche i musulmani, «l’altra voce della fede abramitica», della «comune tradizione dei figli di Abramo». Esattamente questo, però, è un nodo teologico il cui scioglimento va certamente in una direzione condivisibile e auspicabile, ma che mi sembra non sia stato ancora ben definito a livello di magistero cattolico universale.

Nei documenti conciliari, infatti, la relazione con i musulmani viene certamente ricompresa all’interno della figliolanza da parte di un unico Dio creatore, ma non mi sembra che si arrivi in modo così esplicito – come nel messaggio della CEI – a fondare tale rapporto sulla comune benedizione da parte dello stesso Dio. Anzi, a proposito dello stesso Dio, non si può non notare uno slittamento (nel quale “sguazzano” i tradizionalisti) tra Lumen gentium (16) e Nostra aetate (3): se nella prima (del novembre 1964) si afferma che i musulmani «adorano con noi un Dio unico», nella seconda (ottobre 1965) ci si limita a dire che essi «adorano l’unico Dio» [1].

A tal proposito, gli stessi pontefici hanno tenuto un atteggiamento oscillante. Giovanni Paolo II, che citava (qui) sia la Nostra aetate (3) che la Lumen gentium (16), afferma che cristiani e musulmani adorano lo «stesso» Dio (Udienza generale, 5/5/1999; Incontro coi giovani musulmani, 19/8/1985), in quanto – insieme agli ebrei – «appartengono a quella che tutti sono d’accordo nel chiamare “la tradizione abramitica”» (Discorso ai capi religiosi musulmani, 22/2/1992; ma similmente già in Discorso alla comunità cattolica di Ankara, 29/11/1979). Addirittura, egli si spinge a sostenere che «in ciò vi è un mistero sul quale Dio ci illuminerà un giorno», sempre che riusciamo ad essere anche «ricercatori» di Dio (Incontro, cit.). Da qui, infine, la convinzione che le religioni monoteiste, sulla scia conciliare dello scambio dei doni, possano «trarre profitto dallo sguardo critico dell’altro sul modo di formulare e di vivere la propria fede» (Discorso ai rappresentanti del mondo culturale, politico e religioso nel Palazzo Presidenziale di Cartagine, 14/4/1996).

Francesco, invece, che non ha mai espressamente parlato di uno stesso Dio, nella sua enciclica programmatica Evangelii gaudium (252) cita però Lumen gentium 16 (e mai Nostra aetate). Non possiamo poi dimenticare che, frutto del succitato Documento sulla fratellanza umana, è la costruzione ad Abu Dhabi della Casa della Famiglia di Abramo (una sinagoga, una moschea e una chiesa unite da uno spazio comune). Infine, quando nel 2014 visitò la Moschea Blu di Istanbul, l’allora vescovo di Roma avrebbe compiuto secondo la spiegazione di padre Lombardi «un’adorazione silenziosa» – esattamente come Benedetto XVI, nel 2008, nel medesimo luogo. A proposito di quest’ultimo, però, non si può non notare come nei suo interventi, a fronte di un sincero e sostenuto invito al dialogo interreligioso, sia presente una maggiore prudenza nel parlare di uno stesso Dio e di una comune famiglia abramitica, privilegiando i riferimenti alla sola Nostra aetate (3) ed una declinazione più culturale e valoriale (che teologica) del dialogo interreligioso [2].

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È chiaro, invece, come i vescovi italiani si riferiscano alla benedizione che in Genesi (16; 17; 21; 25) il Dio degli ebrei e dei cristiani pronunzia a favore di Agar e del figlio, avuto con Abramo, Ismaele [3]. Noi sappiamo che la religione islamica, a partire da Muḥammad, si considera discendente di questa benedizione, ma è proprio tale convinzione a costituire il nodo teologico dei rapporti tra l’Islam e le altre due grandi religioni monoteiste, poiché quest’ultime non sembrano avere ancora riconosciuto del tutto – o almeno in parte – tale comunanza di benedizione e promessa da parte dello stesso Dio. Anzi, ad essere precisi, dal punto di vista biblico (ebraico e cristiano) quella promessa di benedizione diventa – per Abramo e Isacco – addirittura una alleanza, che invece non viene offerta in quanto tale ad Agar, Ismaele e ai suoi discendenti.

Di conseguenza, qualcuno potrebbe sostenere che anche dal punto di vista biblico resta una differenza teologica fondamentale tra ebraismo e cristianesimo, da un lato, e Islam, dall’altro lato. D’altra parte, sarebbe invece un guadagno straordinario poter immaginare di inserire nella catechesi, nell’omiletica e nella vita ordinaria della Chiesa cattolica, come già succede spesso a livello di insegnamento e di dialogo teologico, il punto fermo della benedizione rivolta ad Agar, Ismaele e ai suoi discendenti. Eventualmente, poi, qualcuno potrebbe comunque sostenere che Muḥammad e la religione islamica non siano da pensare come discendenti di quella benedizione. E questo, forse, è il motivo per cui sin dall’inizio i cristiani (pensiamo a Damasceno, Dante, ecc) hanno inteso l’Islam innanzitutto come un’eresia. Ma almeno gli ebrei e i cristiani attuali diventerebbero consapevoli di una verità presente nella loro religione, il cui senso a livello di dottrina della fede è ancora tutto da scoprire.

Infatti, per lo stesso motivo per cui gli ebrei aspettano ancora oggi il Messia e, legittimamente, ritengono che Gesù non lo sia stato (al massimo riconoscendolo come un maestro o addirittura un profeta); per lo stesso motivo per cui i cristiani ritengono che, nonostante una parte degli ebrei non abbia riconosciuto in Gesù il messia, l’alleanza di Dio con gli ebrei dovuta a quella benedizione (e a quella promessa) non è venuta meno; così, per lo stesso motivo, sia ebrei che cristiani dovrebbero vivere la loro fede sapendo che c’è una misteriosa discendenza diretta di Abramo che, se non si è manifestata in Muḥammad, deve ancora manifestarsi.

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A seconda di come verrà sciolto questo nodo teologico, il dialogo con l’Islam o ritornerà all’interno del dialogo ecumenico (esito poco probabile) o dovrà compiere un salto di qualità a livello di dialogo interreligioso. Di certo, non potrà ancora a lungo restare in una sorta di “zona paludosa”, di “terra di nessuno”, posta tra le altre religioni e quelle monoteiste. Altrimenti, sarà molto difficile, se non impossibile, che il dialogo riavviato con il Concilio Vaticano II possa essere realizzato, con le parole dei vescovi italiani, da «identità generative» anche a livello sociale e politico.

Sergio Ventura

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[1] Nella nota 5 della 11^ Scheda per conoscere l’Islam (a cura di CEI-PISAI), si fa notare che «in NA è scomparso il “con noi” di LG 16, suggerendo in qualche modo la diversità del culto nella medesima adorazione». Interessante è la scelta del CCC che, nel paragrafo 841 (sulle «relazioni della Chiesa con i musulmani»), cita proprio Lumen gentium (16).
[2] Cf. Benedetto XVI, Incontro con i rappresentanti di alcune comunità musulmane, 20/8/2005; Incontro con il Presidente del Direttorato degli affari religiosi, 28/11/2006; Ecclesia in medio oriente (22-23; 28), 14/9/2012.
[3] Nella 4^ Scheda per conoscere l’Ebraismo (a cura di CEI-UCEI), si afferma che «se si esaminano le relazioni (…) tra Isacco e Ismaele (…) si nota come un’attenzione più corretta ai testi può portare a vedere possibilità di riconciliazione tra ebraismo, cristianesimo e islamismo, anche là dove apparentemente vi sono conflitti insanabili. L’elezione degli uni non è in contrasto con l’elezione degli altri».

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