da Parrocchiechiurocastionetto.it, il sito della Comunità pastorale di Chiuro e Castionetto.
Essere nel mondo ma portando un sale e una luce che non provengono dal mondo
Dal vangelo secondo Matteo (Mt 5, 13-16)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
Nel vangelo di oggi Gesù affida ai suoi discepoli due immagini semplici e potentissime: il sale e la luce. Non sono imperativi (“dovete diventare”), ma affermazioni: «Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo». È un’identità ricevuta, prima ancora che una missione da conquistare.
Il sale, anzitutto. Nel mondo antico il sale non serviva a rendere il cibo più saporito, ma soprattutto a conservare dalla corruzione. Il suo valore sta nello scomparire: se resta visibile, se si accumula, diventa immangiabile. Gesù avverte: se il sale perde il sapore, non serve più a nulla. Il rischio non è l’irrilevanza esterna, ma l’aver perso ciò che rende cristiani.
Qui risuona con forza il celebre capitolo V della Lettera a Diogneto: «I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per costumi… abitano ciascuno la propria patria, ma come forestieri… ogni patria è per loro straniera e ogni terra straniera è patria». Il cristiano, come il sale, non si distingue per separazione, ma per una presenza discreta che impedisce al mondo di marcire. È dentro la storia, condivide le stesse strutture, le stesse fatiche, ma vive secondo una logica altra. Non domina, non si impone, non si isola: custodisce dall’interno.
Accanto al sale, Gesù pone la luce. Qui l’immagine cambia radicalmente. La luce non può restare nascosta. Non serve se è sotto il moggio. Serve se è posta in alto, perché illumini tutti. La luce non conserva: rivela, orienta, rende visibile. Se il sale agisce nel silenzio, la luce parla con la sua evidenza.
È la prospettiva che il capitolo 1 della Lumen gentium affida alla Chiesa: «La Chiesa è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano». La Chiesa non è la luce in sé: la luce è Cristo. Sant’Ambrogio lo esprime con un’immagine folgorante: Cristo è il sole, la Chiesa è la luna. La luna non ha luce propria, ma la riflette; e proprio così illumina la notte. Quando la Chiesa dimentica di riflettere Cristo, diventa opaca; quando pretende di essere sole, acceca. Prima se stessa e poi gli altri.
Sale e luce, allora, non si contraddicono, ma si interpretano a vicenda. Il sale senza luce rischia l’invisibilità sterile; la luce senza sale rischia l’esibizione vuota. Gesù li tiene insieme per descrivere una presenza cristiana insieme discreta e riconoscibile, nascosta e manifesta.
Dentro questo schema possiamo riconoscere anche le due modalità principali con cui i cristiani hanno cercato di stare nel mondo, in particolare nella storia italiana dell’ultimo secolo. Da una parte, il modello del “lievito nella pasta”, dell’animazione dall’interno: presenza diffusa, capillare, spesso silenziosa, che trasforma le realtà sociali, culturali, politiche dall’interno. È la logica del sale: esserci senza occupare la scena, incidere senza apparire. Dall’altra, il modello della presenza visibile: opere, istituzioni, segni riconoscibili, parola pubblica, capacità di proporre una visione esplicita dell’uomo e della società. È la logica della luce: non per affermare un potere, ma per offrire un orientamento.
Il vangelo di oggi non ci chiede di scegliere uno contro l’altro, ma di discernere come vivere entrambi, secondo i tempi, i luoghi, le vocazioni. Una Chiesa solo “sale” rischia di diventare muta; una Chiesa solo “luce” rischia di diventare autoreferenziale. Ma quando il sale conserva e la luce illumina, il mondo può riconoscere le opere buone e rendere gloria al Padre. E questo è il fine ultimo: non la visibilità dei cristiani, ma la gloria di Dio. Non che si dica “guardate come sono bravi”, ma «rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli». È la logica evangelica: una presenza che non si ritrae per paura, ma neppure si espone per vanità; che vive nel mondo senza appartenere al mondo, e proprio così lo ama fino in fondo.
Voi siete il sale, voi siete la luce. Siete come un istinto di vita che penetra nelle cose, come il sale, si oppone al loro degrado e le fa durare. Siete un istinto di bellezza, che si posa sulla superficie delle cose, le accarezza, come la luce, e non fa violenza mai, ne rivela invece forme, colori, armonie e legami.
p. Ermes Ronchi