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Quando la vita diventa precaria
Alla fine del 1942, nella Germania nazista, Dietrich Bonhoeffer scrisse un saggio breve destinato a una cerchia ristretta di amici. Si intitolava “Dopo dieci anni” (“Nach zehn Jahren”) — un bilancio privato, filosofico e teologico, composto da capitoli brevissimi: “Senza terra sotto i piedi”, “Che cosa resiste?”, “Coraggio civile”, e poi quello che ci riguarda qui: “Della stupidità”.
Bonhoeffer considera quindi quanto il nemico più pericoloso del bene non è il male ma la stupidità.
Non si tratta un esercizio accademico. Era il tentativo di un pastore luterano, già coinvolto nella resistenza contro Hitler, di capire come il suo paese — la terra dei poeti e dei pensatori (“das Land der Dichter und Denker”) — si fosse trasformato in qualcosa di irriconoscibile. Meno di due anni dopo sarebbe stato arrestato e impiccato.
In un articolo recente si esplorano le ricadute concrete della stupidità.
Un nemico peggiore del male
La tesi di Bonhoeffer è semplice e diretta: la stupidità è un nemico del bene più pericoloso della malvagità (“Dummheit ist ein gefährlicherer Feind des Guten als Bosheit”).
Contro il male si può protestare, lo si può smascherare, in ultima istanza lo si può fermare con la forza.
Il male, scrive, porta sempre in sé il germe della propria distruzione, perché lascia almeno un disagio nella coscienza.
Contro la stupidità, invece, siamo disarmati (“Gegen die Dummheit sind wir wehrlos”). Gli argomenti non fanno presa. I fatti che contraddicono i pregiudizi vengono semplicemente ignorati — o, se sono innegabili, liquidati come eccezioni irrilevanti. E lo stupido, a differenza del malvagio, è perfettamente soddisfatto di sé.
Non una questione di intelligenza
Il punto decisivo — quello che rende il testo di Bonhoeffer qualcosa di più di una provocazione — è la distinzione tra stupidità e scarsa intelligenza.
La Dummheit di cui parla non è un deficit cognitivo. È un difetto umano, non intellettuale (“nicht wesentlich ein intellektueller, sondern ein menschlicher Defekt”).
Esistono persone intellettualmente brillanti che sono stupide, e persone intellettualmente limitate che non lo sono affatto. La stupidità, per Bonhoeffer, è un fenomeno sociologico prima che psicologico: si manifesta dove il potere si espande, dove la propaganda sostituisce il pensiero, dove l’individuo rinuncia — più o meno consapevolmente — a formulare un giudizio proprio. La persona stupida non è autonoma: quando le parli, avverti che non stai parlando con lei, ma con slogan e parole d’ordine che si sono impossessati di lei (“über ihn mächtig gewordenen Schlagworten, Parolen”).

Una legge del potere
Bonhoeffer intravede qualcosa che somiglia a una legge: ogni forte dispiegamento di potere, politico o religioso, colpisce una parte significativa delle persone con la stupidità.
Il potere degli uni ha bisogno della stupidità degli altri (“Die Macht der einen braucht die Dummheit der anderen”). Non si tratta di facoltà che si atrofizzano, ma di un’indipendenza interiore che viene sottratta — sotto la pressione schiacciante di forze esterne, l’individuo smette di cercare una propria posizione rispetto a ciò che accade. Diventa strumento. E lo strumento, avverte Bonhoeffer, è capace di qualunque male senza neppure riconoscerlo come tale.
Liberazione, non istruzione
Ecco, la conclusione più dura e più lucida del saggio è quindi che la stupidità non si vince con la pedagogia.
Non si può convincere lo stupido con i ragionamenti — è inutile e pericoloso. Solo un atto di liberazione, non di istruzione, può superarla (“Nur ein Akt der Befreiung, nicht der Belehrung, kann die Dummheit überwinden”), e nella maggior parte dei casi la liberazione interiore diventa possibile soltanto dopo che una liberazione esteriore l’ha preceduta.
Bonhoeffer scrive dalla cella di un carcere nazista: sa di cosa parla. Ma chiude con una nota che non è disperazione. Queste riflessioni, dice, hanno qualcosa di consolante: non autorizzano a considerare la maggioranza delle persone come irrimediabilmente stupida. La partita resta aperta. Dipenderà da ciò che i detentori del potere si aspettano: se la docilità della stupidità o l’indipendenza interiore e la saggezza delle persone (“ob Machthaber sich mehr von der Dummheit oder von der inneren Selbständigkeit und Klugheit der Menschen versprechen”).
Perché ci riguarda
Il testo di Bonhoeffer non è un documento d’archivio. È uno specchio.
Ha molto da dire proprio oggi e proprio a noi che oggi viviamo.
La nostra epoca, intessuta di slogan virali e indignazione algoritmica, di leader che semplificano il mondo riducendolo a nemici e capri espiatori, può essere letta proprio alla luce dell’analisi di Bonhoeffer.
Un approccio che colpisce con una precisione che non ha bisogno di aggiornamenti. La stupidità di cui parla il pastore e teologo luterano non abita solo nei regimi totalitari.
Abita ovunque si smetta di pensare in proprio, ovunque il conformismo diventi più comodo della responsabilità, ovunque si preferisca la sicurezza del gregge al rischio della coscienza.
Ma vale anche come ammonimento per chi ritiene il proprio pensiero critico quindi automaticamente vero, inattaccabile, espressione di libertà
Per la tradizione luterana, che sulla libertà della coscienza fonda la propria identità, rileggere Bonhoeffer non è perciò un omaggio al passato. È un esame del presente.
Il saggio “Della stupidità” è contenuto in Resistenza e resa. Lettere e appunti dal carcere (“Widerstand und Ergebung. Briefe und Aufzeichnungen aus der Haft”), a cura di Eberhard Bethge, pubblicato per la prima volta nel 1951.