A un ragazzo chiamato a votare

da Settimananews.it, la storica rivista di attualità, pastorale, teologia dei dehoniani.

«Almanacchi, almanacchi nuovi, lunari…», scrive Leopardi nel suo noto Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere. E il passeggere sei tu, ragazzo che ti accingi a votare per la prima volta o quasi, esposto alle promesse dei candidati alle elezioni che, come l’imbonitore di Leopardi, ti diranno che il futuro sarà felice.

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Libertà e destino. Un saggio di Tudor Petcu

Il pensare stesso è come un universo fatto di un’infinità di misteri in virtù dei quali l’Essere si unisce al Mistero. Tra questi misteri vi sono soprattutto la libertà e il destino, le coordinate secondo le quali la natura umana acquisisce la propria unicità o autenticità, come diceva Martin Heidegger. La domanda è se siamo veramente liberi e come possiamo essere gli artefici del nostro destino.

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Il giorno delle rinunce

da Moked.it, il portale dell’ebraismo italiano.

L’ultima passeggiata fuori città, l’ultima pizza, l’ultimo caffè al bar: un po’ come nelle settimane e nei giorni che precedono Pesach in cui si deve dire addio ai cibi lievitati e ai pasti fuori casa; con la differenza che Pesach è una festa gioiosa e dura solo otto giorni mentre nella nostra situazione si passa da una preoccupazione all’altra e non se ne vede la fine. Quanto sono buone e belle le cose che si gustano senza sapere quando si potranno gustare di nuovo! Leopardi avrebbe dovuto scrivere qualcosa in proposito oltre a parlare del piacere dell’attesa e di quello derivante da uno scampato pericolo.

E intanto lunghe discussioni su come organizzare una didattica che nel giro di pochi giorni è passata attraverso lezioni in presenza, in presenza ma con allievi assenti, in quarantena, rientrate dalla quarantena solo in parte, lontane da scuola il 50% del tempo, poi il 75%, poi il 100%.

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«Per non rischiare, preferirei chiamarmi cantautore». Vent’anni fa moriva Fabrizio De André: una grande eredità musicale e culturale

da Riforma.it, il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia.

Parlare di Fabrizio De André, è raccontare di un compagno di strada, di una voce inconfondibile incontrata nei modi più impensati. Chi ne ha incontrato le canzoni grazie ai dischi di un amico, di una vicina di casa, grazie al passaparola di una classe di liceo, e pure nelle parole appassionate di una professoressa di italiano dalla mente decisamente più aperta dei colleghi.

Tutti ci siamo ritrovati prima o poi a fare i conti con la sua arte. Era un poeta? Probabilmente sì, per chi arrivava da una scuola che con molto impegno e tanta retorica riusciva a fartela odiare sotto ogni forma, quel suo raccontare il mondo senza nasconderne nulla, le sue canzoni erano pura poesia. A dispetto di quel suo realistico umorismo che lo portava a rifiutare l’etichetta e definirsi altrimenti: «Benedetto Croce sosteneva che fino a 18 anni tutti scrivono poesie, poi quelli che continuano a farlo o sono poeti o sono cretini. Per non rischiare, preferirei chiamarmi cantautore».

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