Libertà e destino. Un saggio di Tudor Petcu

Il pensare stesso è come un universo fatto di un’infinità di misteri in virtù dei quali l’Essere si unisce al Mistero. Tra questi misteri vi sono soprattutto la libertà e il destino, le coordinate secondo le quali la natura umana acquisisce la propria unicità o autenticità, come diceva Martin Heidegger. La domanda è se siamo veramente liberi e come possiamo essere gli artefici del nostro destino.

Non è necessario fare riferimento agli esercizi di chiarificazione delle reazioni teologiche sul senso dell’esistenza umana o alle visioni fatalistiche che imprigionano l’uomo in una libertà di disperazione per trovare una risposta. In definitiva, tutto è un’interpretazione e l’interpretazione in quanto tale è una possibilità. Ma la possibilità non è prerogativa del pensiero concreto assetato di accuratezza della conoscenza e della comprensione.

Partendo da tali premesse, tutto sembra estremamente relativo, compresa la nostra stessa esistenza, che, a quanto pare, non possiamo in alcun modo determinare.

La libertà dovrebbe essere ancora una promessa del destino? In questo caso, il destino sarebbe Dio stesso che ha creato il cielo e la terra, includendo l’uomo a sua immagine e somiglianza. Così, l’uomo, essendo una conseguenza della creazione divina, si identifica in qualche modo con il mistero dell’Assoluto il cui disegno nella propria libertà era di dare all’Essere caduto la libertà di scelta.

Ma se siamo destinati a scegliere per libero arbitrio, non è quest’ultimo il fardello più pesante dell’esistenza, secondo le meditazioni di Erasmo da Rotterdam?

O forse ha ragione Giacomo Leopardi nel dire che «sebbene la libertà sia solo un’illusione, questa stessa illusione ci offre la possibilità di ritrovare la libertà perduta».

Ovviamente per libertà dovremmo intendere anche l’amore per la verità al di fuori della quale il destino diventerà la scommessa fallita dell’esistenza.

Possiamo dire che la verità ci libera, almeno in senso cristico, ma fino a che punto l’io è così capace di ripensare il proprio pensiero per non tardare a incontrare la Verità?

D’altra parte, quando ci imbarchiamo nella corsa per la Verità, siamo come Ponzio Pilato davanti a Gesù prima della condanna che chiede: “Cos’è la verità?”.

Probabilmente, e se ci venisse data quella risposta concreta che l’orgoglio della nostra stessa ragione esige, non saremmo in grado di accettarla, preferendo il più delle volte situare la nostra esistenza tra “non so cosa” e “nient’altro”.

Non a caso, la nostra libertà diventa una piccola sonata di una tragedia sinfonica rappresentata da un destino ottuso che, uscendo dalla nostra stessa coscienza, abbracciamo con forza.

In altre parole, non è la comprensione della libertà e del destino che dovrebbe essere la nostra pretesa razionale, ma l’assunzione consapevole dell’emozione di fronte alla nostra stessa esistenza. Fatto questo passo, diventeremo espressione di meraviglia ininterrotta come forma di ammirazione, e saremo liberati di fronte al destino. Così, la libertà potrebbe diventare la promessa del nostro destino.

Tudor Petcu

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