Perché la ripresa economica non produce lavoro

da Interris.it, online international newspaper – con i piedi in terra guardando il cielo.

L’economia si sta riprendendo anche più rapidamente del previsto, come testimoniano i dati dell’Istat sul fatturato industriale e la revisione al rialzo delle stime del Pil da parte del Fondo monetario internazionale. Però questa crescita non riesce a tradursi in buona occupazione. Questo per due motivi fondamentali che sono l’automazione e la concorrenza del lavoro a basso costo.

Quello che sta accadendo ce lo dice sempre l’Istat che parla di una “clessidrizzazione” del mercato del lavoro, nel senso che si “assottigliano” quelle che sono professioni per così dire di ceto medio mentre aumentano alcune professioni di livello basso, per esempio i fattorini digitali o il lavoro di cura di badanti e baby sitter, e poi quelle più creative a maggiore qualificazione. La sfida è molto molto seria anche perché l’occupazione non è solo legata al tasso di disoccupazione ma ha dietro un malessere molto più ampio perché ci sono anche gli inattivi, che non cercano lavoro perché scoraggiati, e quelli che vengono definiti “involuntary part timers” cioè coloro che lavorano molto meno di quello che vorrebbero. Poi c’è oggi un’area importante di lavoratori poveri che prima non esistevano, persone che lavorando poco o a salari molto bassi non riescono a superare la soglia di povertà.

Credo quindi che la situazione rimanga complicata soprattutto sul fronte lavoro, non su quello della crescita e se vogliamo neppure su quello del debito, perché la situazione finanziaria è abbastanza tranquilla. Però quella del lavoro è un’emergenza sociale e quindi anche il cammino che stiamo facendo come Settimana sociale dei cattolici è quello di individuare delle vie d’uscita. Pensiamo a una serie di cose che andrebbero fatte in Italia e in Europa. Nel nostro Paese è necessario cercare di creare un sistema molto più favorevole alle piccole e medie imprese, agli artigiani che sono la parte preponderante del nostro sistema produttivo, riducendo lacci e lacciuoli, una serie di ostacoli burocratici e i tempi della giustizia civile, che sono esagerati e comportano un costo enorme. In definitiva occorre migliorare le condizioni del “Sistema Paese”, e penso anche all’accesso alla banda larga e alle infrastrutture. Quanto all’Europa, ha i suoi problemi strutturali ma potrebbe fare passi avanti importanti se ci fosse una politica di investimenti europei più forte, soprattutto in un momento come questo in cui i tassi sono bassissimi e quindi è probabile avere investimenti i cui rendimenti siano superiori ai tassi di interesse. Inoltre bisogna che la Banca Centrale abbia come obiettivo principale l’occupazione, come avviene alla Federal Reserve americana. Infine, serve una vera armonizzazione fiscale perché il grosso problema dell’Europa, che tra l’altro distorce le statistiche, è la presenza di zone di paradiso fiscale e di elusione. Bisogna riuscire a mettere in pratica il famoso motto “pagare meno, pagare tutti” ma questa volta a livello internazionale. E’ una battaglia che magistrati e governi nazionali stanno già facendo perché la lotta alla disoccupazione passa attraverso una redistribuzione delle maggiori ricchezze che l’innovazione tecnologica sta producendo in questo periodo nel mondo.

Infine, un’idea da portare avanti è quella di una capacità da parte di imprese, istituzioni e cittadini, attraverso le proprie scelte di portafoglio, di premiare le imprese a maggiore qualità del lavoro. Questo ha bisogno di una serie di strumenti, anche informativi, più robusti ma sicuramente è una via da perseguire perché, come ha detto recentemente un economista inglese, in futuro saranno i consumatori a dover difendere il lavoro visto che sono loro ad avere il potere maggiore.

Leonardo Becchetti

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