Lin Jaldati

da Moked.it, il portale dell’ebraismo italiano.

Berlino, 9 novembre 1952. In Potsdamer Platz è previsto un concerto di canzoni in yiddish. Coraggioso, provocatorio o semplicemente giusto? A quattordici anni esatti dalla Kristallnacht, due giovani artisti decidono di eseguire melodie che rendano onore alla memoria della vita ebraica in est Europa. Pianoforte e voce, ovvero il musicologo ebreo tedesco Eberhard Rebling e la cantante e ballerina ebrea olandese Lin Jaldati, nome d’arte per Rebekka Brilleslijper.
Questo concerto costituisce il trampolino di lancio della lunga carriera di Lin, che alle spalle ha l’esperienza della resistenza in Olanda insieme alla sorella e la deportazione ad Auschwitz.

Lo Yiddish non è mame loshen per Lin Jaldati, che si avvicina a questo mondo, tra gli anni ’20 e ’30, frequentando ebrei immigrati ad Amsterdam dall’est Europa e poco alla volta lo fa proprio, imparando la lingua e le vecchie canzoni, cercando in quello spazio la presunta “autenticità dell’ebraismo”, secondo quel processo di studio e di scoperta di sé che negli stessi anni compiono intellettuali come Franz Kafka, Max Brod e Martin Buber.
Quando Lin Jaldati arriva a Berlino Est nel 1952, propone al suo nuovo pubblico il repertorio in yiddish, presentandolo come strumento “antifascista”, attribuendo alle canzoni un significato che possa essere accettato e condiviso da quella specifica realtà politica, peraltro chiaramente antisemita.

Cantare in yiddish diventa un’arma, come racconta il recente documentario a lei dedicato, un’arma che negli anni ‘60 verrà utilizzata da altri cantanti, come Peter Rohland, il primo tedesco non ebreo a eseguire quelle vecchie canzoni che raccontano di un mondo ebraico il cui vuoto pesa come un macigno.

Cantare in yiddish diventa un modo per protestare, quale che sia la situazione storico-sociale in oggetto, in Germania o altrove nel mondo e non a caso negli stessi anni attingono al repertorio i grandi cantanti simbolo dell’America che marcia per i diritti civili, come Joan Baez, Paul Robeson e Pete Seeger.

Maria Teresa Milano

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