Il Codice di Camaldoli. III – L’educazione

Dal 18 al 24 luglio 1943 un gruppo di intellettuali cattolici – laici e religiosi – si riunì, presso il monastero benedettino di Camaldoli, con l’intento di confrontarsi sul magistero sociale della Chiesa sui problemi della società, sui rapporti tra individuo e stato, tra bene comune e libertà individuale.

Il 25 luglio e i successivi avvenimenti modificarono il piano di lavoro impedendo altre sessioni di incontro e una più ampia partecipazione; la stesura definitiva fu pertanto affidata a Sergio Paronetto, Pasquale Saraceno, Ezio Vanoni, Giuseppe Capograssi che la completarono nel 1944; l’opera fu pubblicata nel 1945 con il titolo: “Per la comunità cristiana”, ma è conosciuta come: “Codice di Camaldoli”.

Una delle caratteristiche essenziali del “Codice” consiste nel porre la giustizia sociale tra i fini primari dello Stato, così come la salvaguardia della libertà. Evidente l’influenza che questa elaborazione ha avuto tra gli intellettuali cattolici dell’ala “sociale” della Democrazia Cristiana e nella stessa stesura della Carta Costituzionale.

Ne proponiamo per lo studio e la ricerca suddiviso nelle sue parti il testo.

Per una presentazione equilibrata del documento è utile il contributo di p. Francesco Occhetta «Puntualizzazioni critiche sul Codice di Camaldoli».

Per la comunità cristiana. Principii dell’ordinamento sociale a cura di un gruppo di studiosi amici di Camaldoli

  • Enunciati
  • Presentazione
  • Premessa sul Fondamento Spirituale della vita sociale
  • I – Lo Stato
  • II – La Famiglia
  • III – L’Educazione

  • IV – Il Lavoro
  • V – Produzione e scambio
  • VI – Attività economica
  • VII – Vita Internazionale
III – L’EDUCAZIONE
  1. Essenza e fine dell’educazione. L’educazione consiste nella formazione dell’uomo, quale egli deve essere e quale deve comportarsi in questa vita terrena per conseguire il fine per il quale fu creato: essa opera su un soggetto che possiede solo in potenza la scienza e la virtù per dirigerlo, condurlo, guidarlo ad attuare in questa vita la sua più alta perfezione.

L’educazione è quindi rivolta a tutte le facoltà umane, considerando l’uomo nello stato presente di provvidenza non dimenticandone il peccato originale, ne la grazia ridonata all’uomo per la redenzione. L’unica educazione perfetta è quella cristiana, perché la sola che si rivolge a tutto l’uomo, quale è nella sua realtà e nella totalità dei suoi doni naturali e soprannaturali.

Fine proprio ed immediato dell’azione dell’educatore cristiano è quello di cooperare con la Grazia di Dio alla formazione del vero e perfetto cristiano. L’educazione cristiana si dirige a tutta la vita umana sensibile e spirituale, intellettuale e morale, individuale, domestica e civile, per elevarla, regolarla e perfezionarla secondo gli esempi e la dottrina di Gesù Cristo.

  1. Necessità della educazione soprannaturale. Essendo l’uomo per sua colpa decaduto dalla primitiva dignità ed integrità ed avendone riportate ferite ed inclinazioni cattive, è errato affermare la sua bontà nativa e naturale.

Ogni forma di naturalismo pedagogico che in qualsiasi modo escluda o menomi la formazione soprannaturale cristiana nella educazione e proponga come fine il benessere temporale della vita presente escludendo il fine oltremondano non può mancare di generare illusioni, sofferenze, malessere e rovine sociali; erroneo ed inefficace è quindi ogni metodo che, negando o dimenticando in tutto o in parte il peccato originale e l’azione della Grazia, poggi sulle sole forze della natura.

  1. Il soggetto dell’educazione: riconoscimento della sua dignità e responsabilità. Ogni azione educativa che voglia essere ispirata da un pratico riconoscimento della natura, della libertà e dei fini della persona umana dell’educando deve tendere a risvegliare in esso la coscienza della propria dignità, della sua libertà, del suo fine, e delle responsabilità ad essa legate, chiamando a collaborare all’azione educativa il soggetto stesso, onde guidarlo a divenire consapevolmente membro delle società da Dio destinate al suo perfezionamento, e a collaborare alacremente al bene comune.

Ogni dottrina educativa che, ignorando o negando la dignità, il valore ed il fine della persona umana, proponesse come fine della educazione o l’uomo per se stesso o una qualunque collettività – classe, razza, nazione, stato, umanità – sarebbe da rigettarsi come essenzialmente erronea e lesiva della persona, e come negatrice del suo fine trascendente, e gravemente perniciosa per la società.

  1. Il diritto di educare. Essendo l’educazione il doveroso compimento della generazione (v. art. 23) il compito di educare non può spettare, secondo l’ordine naturale delle cose, se non a chi è principio dell’essere e della vita dell’educando e cioè alla paternità, che è naturale nei genitori e soprannaturale nella Chiesa.

Tuttavia, poiché l’uomo nasce in seno a tre società: la famiglia, la Chiesa e lo stato, l’educazione, opera necessariamente sociale, “appartiene a tutte e tre queste società in misura proporzionata e corrispondente – secondo il presente ordine di provvidenza – alla coordinazione dei fini”.

Il diritto della famiglia di educare i figli è anteriore a qualsiasi di ritto della società civile e dello stato, è inviolabile in quanto è naturale, è inalienabile in quanto è inseparabilmente congiunto ad un dovere, è vincolato alle direttive della legge naturale e divina, è sottoposto alla autorità della Chiesa e alla vigilante tutela dello stato per quanto riguarda il bene comune. “Sarebbe andare contro la giustizia naturale se il fanciullo avanti l’uso di ragione fosse sottratto alla cura dei genitori o di lui in qualche modo si disponesse contro la volontà dei genitori”.

  1. L’educazione nella famiglia. Nella famiglia, prima cellula sociale, principale energia educatrice e primo ambiente naturale e necessario, ed a ciò destinata dal Creatore, l’uomo inizia lo sviluppo delle sue capacità e trova i primi fondamentali elementi del suo completamento, “onde di regola l’educazione più efficace è quella che si riceve in una bene ordinata e disciplinata famiglia cristiana”.

I genitori, che sono in vero senso i vicari della autorità loro data da Dio, non per loro proprio comodo, ma per la retta formazione dei figli, sono gravemente obbligati a curare, con ogni potere a loro disposizione, l’educazione sia morale sia religiosa, sia fisica sia civile della prole, oltre che a provvedere anche al bene temporale della

prole stessa (C. J. Can. 1113).

I genitori devono insistentemente sforzarsi per impedire ogni attentato al loro diritto di educare cristianamente i figli e per assicurarsi che rimanga loro questo potere.

  1. Necessità di rinforzare la capacità educativa dei genitori. L’insoddisfacente condizione della odierna educazione giovanile è dovuta in gran parte al “lagrimevole scadimento della educazione familiare”. Per riparare a questo male non solo non si deve agire in modo da sottrarre i figli all’educazione dei genitori, ma si deve mettere in opera ogni espediente per rinforzarne l’autorità e accrescerne la capacità pedagogica.

A tale scopo è necessario – assicurati i mezzi adeguati ad un soddisfacente livello di vita – promuovere nei genitori:

  • una più chiara consapevolezza del dovere, del compito, e dei problemi relativi alla educazione dei figli ed un più vivo senso di responsabilità di fronte a Dio, ai figli, a se stessi e alla società;

  • un meglio ordinato amore per i figli, che di essi veda soprattutto gli interessi spirituali e non solo materiali e sia illuminato dalle verità soprannaturali;

  • una più profonda conoscenza dei figli stessi in tutti i loro aspetti fisici, psicologici, spirituali e religiosi;

  • una maggiore capacità di esercitare l’autorità con fermezza amorosa e con risultati di persuasione perché essa sia davvero liberatrice;

  • una vita esemplare nei pensieri, negli affetti, nella condotta esteriore da tutti i punti di vista: personale, familiare, professionale, sociale, morale e religiosa;

  •   una più ampia conoscenza di una elementare tecnica educativa volta a promuovere lo sviluppo di tutte le facoltà del fanciullo e ispirata dall’amore.

  1. L’avviamento e l’orientamento professionale dei figli. Nel quadro degli obblighi religiosi e civici della famiglia le appartiene l’avviamento scolastico e professionale dei figli. Essa ha il diritto di scegliere in proposito quella istituzione scolastica che le da maggior fiducia; ha il diritto di tutelare di fronte alla scuola e alla comunità le giuste esigenze della personalità individuale dei figli.

L’orientamento professionale appartiene alla famiglia con la cooperazione della scuola e della comunità per lo studio e la valutazione delle capacità effettive e delle reali inclinazioni del giovane cui è giusto consentire, e per la conciliazione del rispetto alla sua volontà ed alle sue attitudini con le esigenze del bene comune, che richiedono un armonico ed ordinato afflusso alle varie professioni e mestieri in relazione ai bisogni della società, salvo sempre il diritto del giovane a seguire la vocazione alla quale si senta chiamato da Dio.

Ogni azione della scuola ed ogni intervento della comunità miranti all’orientamento e alla selezione professionale debbono limitarsi ad illuminare il giovane e la famiglia sulle attitudini e sulle condizioni generali e specifiche di accesso alle varie professioni e mestieri, senza vincolare la libera scelta degli interessati.

  1. Scuola e famiglia. Non avendo la famiglia i mezzi per realizzare integralmente l’istruzione e l’educazione dei figli essa fa ricorso alla scuola, la quale, da chiunque sia istituita, resta sempre un’ausiliare della famiglia e non ha un potere originario, ma delegato dalla famiglia stessa, che aiuta, integra e supplisce.

L’insegnante è un mandatario e un collaboratore del padre di famiglia il quale da parte sua deve secondare, nelle finalità sue proprie e nella disciplina, l’opera della scuola. La famiglia è quindi a sua volta chiamata a dare alla scuola apporti preziosi in ordine alla educazione fisica, intellettuale, morale e religiosa.

Complementarità della scuola non equivale a servitù o a subordinazione: anzi non contrasta con la dottrina cristiana la posizione di superiorità di competenza che la scuola ha assunto nei riguardi della famiglia quanto alla disciplina del contenuto, del tempo e della successione degli insegnamenti.

Essendo la famiglia direttamente responsabile della educazione dei figli, essa può e deve sorvegliare e controllare la scuola sia quella privata sia quella pubblica.

  1. Missione educativa della Chiesa e insegnamento della religione. La perfezione è l’ideale dell’educazione, e nessuno è perfetto senza Dio. Gesù Cristo, venuto nel mondo per salvare gli uomini, è insieme la sorgente ed il modello esemplare di ogni umana perfezione. Per insegnare agli uomini la via della loro perfezione ed aiutarli a raggiungerla Egli stabilì la sua Chiesa, col compito di modellare in tutto il mondo, fino alla fine dei secoli, uomini completi e perfetti, secondo l’esemplare venuto dal cielo.

La Chiesa è pertanto l’ambiente educativo più strettamente e più armoniosamente congiunto con quello della famiglia cristiana, alla quale la sua opera reca immenso giovamento.

Alla Chiesa, per la missione contentale dal suo divin Fondatore e per la sua maternità soprannaturale, si deve riconoscere il diritto di vigilare su l’educazione religiosa e morale e sull’insegnamento della religione dei suoi figli. Essa ha inoltre il diritto di erigere scuole non soltanto di grado elementare, ma eziandio medie e superiori. (Can. 1375). Nessuna potestà civile può legittimamente impedire la educazione in scuole cattoliche per la gioventù cattolica.

La missione educativa della Chiesa si estende anche ai non fedeli, essendo tutti gli uomini chiamati ad entrare nel Regno di Dio ed a conseguire l’eterna salvezza ed essendo la Chiesa costituita da Gesù per comunicare a tutte le genti la dottrina del Vangelo.

I diritti dei singoli, della famiglia e dello stato non sono in opposizione, ma in perfetta armonia colla sopraeminenza spirituale della Chiesa. Dalla educazione cristiana la retta formazione del cittadino riceve grandissimo giovamento.

Queste verità, di valore trascendente ed universale, rivestono un’importanza capitale, quando si tratta dell’ordinamento giuridico dell’educazione in un paese composto nella sua quasi totalità di cristiani. In esso tutto l’insegnamento deve tendere ad essere governato dallo spirito cristiano.

L’insegnamento della religione comunque impartito in ogni grado della scuola frequentata da cattolici deve essere guidato e controllato dall’autorità ecclesiastica, in quanto alla Chiesa è stato affidato dal suo Fondatore il mandato di insegnare la verità della fede, e d’altra parte lo stato non può essere maestro di dottrina religiosa.

  1. Diritto educativo e doveri dello stato. Lottato, perché privo del titolo della paternità, nel fare le sue leggi e nell’esercitare le sue funzioni dovrà sempre riconoscere il diritto anteriore e naturale della famiglia e quello soprannaturale della Chiesa sull’educazione cristiana dei figli. In nessun caso lo stato può ledere i diritti della Chiesa e della famiglia in quello che loro spetta. Essendo l’istruzione primariamente un servizio reso alla persona e, attraverso questa, alla comunità, lo stato può esigere e quindi procurare che tutti i cittadini abbiano la necessaria conoscenza dei loro doveri civili e nazionali e un certo grado di cultura intellettuale, morale e fisica, che attese le condizioni dei tempi, sia richiesto dal bene comune.

Peraltro è ingiusto e illecito ogni monopolio educativo e scolastico che costringa fisicamente o moralmente le famiglie a frequentare determinate scuole contro gli obblighi della coscienza cristiana o anche contro le loro legittime preferenze.

Lo stato, quale espressione della volontà dei genitori e quale promotore del bene comune della società deve anzitutto aiutare il sorgere spontaneo di istituzioni educatrici per iniziativa delle famiglie e della Chiesa, creando per loro condizioni favorevoli e concorrendo al loro sostentamento secondo le esigenze della giustizia sociale.

Dove questo si renda necessario e l’iniziativa delle famiglie non possa provvedere convenientemente, lo stato può e deve istituire in numero sufficiente scuole per la formazione dei cittadini.

Il riconoscimento del principio della libertà della scuola implica il riconoscimento non solo del diritto della Chiesa di impartire l’insegnamento religioso, ma pure del diritto della famiglia e della Chiesa di creare delle organizzazioni religiose, culturali e ricreative per i figli, senza che lo stato possa pretendere che tutti frequentino una determinata organizzazione.

  1. Insufficienza della scuola laica. La scuola neutra e laica è assurda e cioè contraddittoria in termini perché “scuola” dice educazione totale dell’uomo, e “laica” dice volutamente ignoranza, trascuratezza e disinteresse dell’aspetto più nobile che ci sia da educare nell’uomo: la sua vita spirituale e religiosa. Scuola laica è dunque scuola incompleta e programmaticamente deficiente. Essa è ingiusta contro i giovani ed è lesiva del loro diritto; è oppressiva della libertà degli scolari e del diritto dei genitori di esigere che lo stato non imponga ai loro figli un’educazione contraria alla loro fede.
  2. La giustizia sociale nell’educazione. È debito di giustizia sociale procurare a ciascun membro della collettività indipendentemente dalle sue condizioni economiche un grado di istruzione e di educazione confacente ai suoi bisogni e alle sue capacità, in relazione alle condizioni ambientali ed alle esigenze dei tempi.

Lo stato, in virtù della stessa giustizia sociale, deve favorire l’elevazione sociale, morale ed intellettuale delle classi più umili procurando se necessario la piena gratuità dell’insegnamento primario e medio per i non abbienti. Per quelli tra i non abbienti che si mostrassero ben dotati di capacità e meritevoli lo stato dovrà disporre di aiuti economici in modo che l’accesso alla cultura superiore non sia impedito a nessuno di essi per mancanza di mezzi.

  1. L’educazione religiosa e morale. Inizio e fondamento di una salda educazione religiosa è la progressiva e costante educazione della fede. L’insegnamento non deve quindi limitarsi a far conoscere le verità cristiane, ma deve proporsi di farle divenire coronamento dell’educazione nella vita vissuta dall’educando.

Si deve tenere presente che il fanciullo e l’adolescente hanno, a proposito di vita religiosa, dei preziosi germi vitali che non solo non devono essere soffocati con una educazione formalistica, ma devono essere accuratamente aiutati a svolgersi con gradualità naturale, per evitare nausee e ribellioni che compromettano la vitalità religiosa del periodo successivo.

  1. L’educazione sociale. Poiché la persona non giunge alla sua perfezione se non attraverso l’esercizio delle virtù sociali, affinché l’educando superi l’egoismo istintivo dell’età, la famiglia, la scuola e le altre istituzioni educative devono provvedere a educare in lui un’alta coscienza sociale e a dare un orientamento sociale a tutta la sua coltura, che deve essere considerata oltre che mezzo di perfezione personale anche come preparazione a rendere un servizio alla comunità.

L’indicare o il perseguire esclusivamente nell’insegnamento o nell’apprendimento del sapere o del mestiere un fine in qualunque modo egoistico, costituisce un atteggiamento antisociale da condannarsi.

Non si raggiunge una effettiva educazione sociale con la semplice sostituzione del concetto di collettività a quello di individuo, in quanto essa può essere un semplice trasferimento di egoismo dall’individuo alla categoria, alla classe, alla razza, alla nazione. Occorre invece che il giovane liberamente pervenga a vedere in ogni altra creatura umana un valore uguale al proprio, un altro figlio di Dio, un essere che ha bisogno di lui e del quale ha egli stesso bisogno per completarsi e perfezionarsi.

In pratica la famiglia e la scuola possono e devono adottare mezzi concreti ed espedienti educativi che, investendo anche il sentimento, muovano o almeno sollecitino la volontà ad agire in senso sociale. L’azione educativa, sia familiare sia scolastica, pertanto può e deve attraverso il compimento di servizi sociali abituare a contrarre l’abito delle virtù eminentemente sociali della giustizia, della carità, della generosità, della collaborazione, della responsabilità e della disciplina.

La più benefica e verace educazione sociale si può raggiungere solo alimentando un retto amore soprannaturale di Dio e del prossimo per amore di Dio. Per questo un precipuo contribuito alla educazione sociale dell’adolescente e del giovane è recato dalla consapevole partecipazione alla vita liturgica della Chiesa cattolica.

  1. Educazione civica. L’amore alla patria come comunità spirituale, politica, culturale, alla quale ci unisce la nascita come ai genitori, e dalla quale, come dai genitori, riceviamo taluni elementi costituivi del nostro essere sociale, deve nella educazione della gioventù, essere volto a far considerare il patriottismo come una virtù morale che ci obbliga a rendere alla intera comunità umana ed alla patria il dovuto omaggio ed i richiesti servigi, con spirito di amore e d’intima unione con tutti gli uomini e in particolare con. coloro che insieme a noi appartengono allo stesso popolo.

L’educazione al vero amor di patria deve tendere a formare cittadini coscienti delle loro responsabilità civiche, atti a compiere i loro doveri verso la comunità con cristiana dedizione, e ad esercitare i loro diritti politici in modo da vegliare perché un giusto e benefico governo sia assicurato alla patria, sovrapponendo agli interessi personali, di gruppo, di classe, di partito, l’interesse superiore della comunità organizzata e subordinando quest’ultimo al bene comune di tutti gli uomini.

  1. L’educazione filosofica. Con l’educazione filosofica il giovane deve essere messo in grado di porre e risolvere i massimi problemi della vita e del mondo ragionando sulle realtà e sviluppando coll’esercizio le sue facoltà di critica e di giudizio.

L’educazione filosofica non deve ridursi a far studiare, senza aver data una preparazione sistematica fondamentale, gli svariati sistemi discordanti, opposti, spesso difficili ad intendersi, avulsi dalla vita e dalla realtà ed incapaci di darne esauriente spiegazione.

L’educazione filosofica, a chiunque impartita nelle scuole, comprenderà l’insegnamento delle verità necessario alla vita morale e sociale dell’uomo, fra le quali per generale consenso sono riconosciute fondamentali l’esistenza di Dio, la libertà e responsabilità dell’uomo, l’immortalità dell’anima. Impugnare queste verità fondamentali davanti ai giovani, che ancora non si sono impossessati attivamente di un criterio valido di giudizio, significa compromettere il fondamento della loro formazione morale.

I giovani cattolici che frequentano una scuola di filosofia hanno il diritto di apprendere una sistematica filosofia cristiana e la comunità ha il dovere di offrire loro la possibilità di tale insegnamento.

Coll’educazione filosofica cristiana si deve badare a far raggiungere quella robustezza razionale e nello stesso tempo quella umiltà che accompagnate dalla illuminazione della Grazia servono di preamboli e di preparazione ad un sempre più maturo e pieno atto di fede.

  1. Fondamenti e didattica della educazione letteraria e scientifica. Perché l’educazione letteraria e scientifica rispondano ai loro fini personali e sociali, esse devono accompagnarsi ad una corrispondente ed adeguata formazione filosofica e religiosa e ad una informazione storica seria e approfondita.
  2. a) educazione letteraria. L’educazione letteraria promuove la perfezione della persona in quanto la stimola e l’abitua alla scelta sapiente della parola nella sua funzione di indicare con esattezza la realtà esterna ed interiore, la induce a contemplare e ad amare i valori ideali attraverso la parola trasparente e suggestiva degli scrittori e specialmente dei poeti, e finalmente ne coltiva l’attitudine a esprimere a sua volta con particolare efficacia i valori ideali ch’essa coglie nella realtà quando giunga a viverli nel sentimento e nella fantasia, cioè poeticamente.

Nelle due prime funzioni, una educazione letteraria, proporzionata alle mansioni di ciascuno, è necessaria per tutti. Nella terza è necessaria a quelle persone le quali, o perché si preparano a una missione educativa, o perché dotate di una singolare capacità sentimentale e fantastica sono chiamate a comunicare agli altri o con l’insegnamento o con la forza suasiva dell’eloquenza o con l’incanto della contemplazione poetica i valori ideali da esse colti e originalmente rivissuti.

Attraverso questa azione formativa l’educazione letteraria avvicina la persona al suo fine ultimo, Dio, sia direttamente, sia mediante il servizio reso alla società.

Nell’educazione letteraria occorre evitare che la suggestione della parola comunichi verità dannose o inutili a sapersi, e persuada ad amare e ad ammettere come bello e buono ciò che è moralmente brutto e cattivo.

  1. b) educazione scientifica. Nella educazione scientifica degli adolescenti dev’essere tenuto presente che la natura è opera di Dio e da Lui, insieme con l’uomo, dipende; che attraverso la natura l’uomo deve adorare Dio; che l’uomo domina la natura perché dotato di facoltà spirituali e di fronte al misterioso ordine della natura esso deve tenere un atteggiamento di umiltà; che l’ansia continua che si manifesta nella ricerca della verità scientifica è un aspetto ed un riflesso del moto dell’anima verso Dio.

La conoscenza scientifica deve essere considerata non come un godimento o un privilegio individuale, ma come una conquista che mentre aiuta il perfezionamento personale mira a rendere un servizio agli uomini in quanto li porta al dominio delle forze naturali e, per mezzo di questo dominio, alla liberazione da fatiche e da pene e alla elevazione del tono di vita.

  1. L’educazione tecnica e il lavoro nell’educazione. Essendo la tecnica scienza ed arte dei mezzi, l’educazione tecnica deve avere, come fine immediato, quello di far prendere possesso del fondamento strumentale delle capacità professionali dei singoli, per renderli così veramente idonei ad adempiere, nel modo migliore possibile, il loro compito nella società.

L’educazione tecnica non deve perciò essere fine a se stessa, ma poggiando su un solido fondamento scientifico ed accompagnandosi ad una specifica preparazione spirituale, deve mirare a far intendere ai tecnici la funzione finalistica della loro professione, la sua sottomissione alle leggi morali e la grande responsabilità personale nell’impiego della medesima al servizio della società.

Nell’educazione tecnica si deve evitare sia il pericolo di indurre alla idolatria del mezzo, proponendolo come fine o celebrandone smodatamente la potenza, sia quello di farla considerare come strumento per l’acquisto di ingiuste ricchezze, di privilegi o di un potere egoistico che prescinda dalla giustizia e dalla carità.

Uno dei mezzi per attuare l’educazione tecnica è il lavoro introdotto nella educazione in forme concrete comportanti attività manuali e tecniche: esso favorisce con l’acquisto di esperienze dirette e con lo stimolo vivo alla riflessione, l’apprendimento di fondamentali nozioni ed atteggiamenti pratici circa la natura e i compiti dell’uomo nella società ed offre all’educatore l’occasione per servirsi di preziosi valori educativi; il lavoro come attività fisica e spirituale dell’uomo impegna nella sua esecuzione l’intelligenza, la volontà, la libertà, la responsabilità; comporta il conseguimento di conoscenze più profonde e sicure, sottoponendole al vaglio immediato della realtà pratica – risveglia nell’esercizio e nelle sue esigenze organizzative abitudini di ordine, di precisione, di disciplina, di collaborazione; promuove le virtù della giustizia e le altre virtù sociali.

L’organizzazione didattica della attività lavorativa deve poter disporre di adeguati sussidi strumentali e tecnici e di insegnanti professionalmente preparati; essa deve evitare la adozione di forme dilettantesche, male organizzate, monotone, eccessivamente elementari o complesse o faticose, atte più a provocare il disinteresse degli alunni che la loro attiva partecipazione.

I principi suddetti si applicano, con i necessari adattamenti, anche a tutte le scuole di carattere professionale, tecniche, di addestramento di specializzazione per le maestranze ed agli apprendistati per giovani operai, e simili, organizzati da associazioni e da aziende singole nelle quali il lavoro occupa una parte preponderante o costituisce il fine principale della scuola: in ogni caso tale fine non deve mai essere esclusivo, ma deve sempre tenersi presente l’educazione umana e sociale degli allievi.

  1. L’educazione fisica. L’educazione fisica è l’esercizio ordinato, proporzionato e progressivo delle forze fisiche del fanciullo, dell’adolescente e del giovane affinchè esse possano conseguire il loro pieno ed armonico sviluppo. Serve il perfezionamento della persona umana in quanto lo spirito, sostanzialmente congiunto al corpo si avvantaggia della sanità e dello sviluppo del corpo e riceve danno dal suo malessere, dalla sua debolezza e dal suo mancato sviluppo; essa perciò deve essere diligentemente curata e svolta con criteri medici scientifici.

Dagli ordinamenti che riguardano l’educazione fisica deve essere bandito ogni eccesso che distolga dal raggiungimento della sua prima finalità come sono l’atletismo precoce, l’esibizionismo, il malsano antagonismo, e ogni forma sportiva che faccia perdere invece che acquistare la salute. Del pari da escludere è ogni precoce forma di educazione militaristica che si valga della educazione fisica come mezzo.

  1. Compito, doveri e formazione dell’insegnante. L’educatore che voglia tradurre in pratica didattica i principi enunciati deve costantemente e in tutti i modi convenienti fare appello alla collaborazione attiva del suo discepolo e servirsi dell’insegnamento di ogni disciplina più che per condurre al possesso di nozioni staccate, poco durevoli e poco formatrici, per far raggiungere al suo alunno un grado   di perfezione interiore ed umana e di libertà che ne aumenti il valore spirituale.

Il maestro è nella scuola per provocare l’atto vitale e personale col quale il discente reagisce all’insegnamento, per renderlo più profondamente vitale e più intelligentemente personale.

Per non offendere la persona umana e lo spirito educativo cristiano ogni educatore deve attentamente escludere dalla sua condotta sia nell’insegnamento come nell’esercizio dell’autorità ogni forma di ingiusta o esagerata coercizione, poiché essa è sempre causa di mortificazione per l’intelligenza, di ribellioni da parte della libera volontà del soggetto e di nausea nella pratica della vita religiosa.

Il miglior maestro sarà sempre colui che si ispirerà agli esempi del Divino Maestro e ricaverà dalla miniera sempre nuova del Vangelo le risorse pedagogiche per la sua attività didattica.

Perché gli insegnanti di ogni grado abbiano consapevolezza dei loro doveri e siano in grado di assolverli è necessario che sia data loro, oltre a quella propriamente scientifica e tecnica, anche una formazione morale e religiosa lungo tutto il corso dei loro studi preparatori; ad essa porterà un efficace contributo lo studio della teologia durante gli anni universitari.

  1. Educazione alla castità. Riprovato il metodo così detto dell’iniziazione sessuale specie se collettivamente impartita, l’istruzione personale sulle intimità della vita sessuale e l’educazione e direzione dei singoli giovani alla consapevole e virile virtù della castità, appartiene di pieno diritto ai genitori ed a coloro che ne fanno le veci, in rapporto alla loro corrispondenza alla missione familiare.

Questo compito delicatissimo richiede nei genitori ed educatori della gioventù, soprattutto nei convitti, una accurata preparazione, una comprensione amorosa e sollecita per le inquietudini dei giovani, una oculata vigilanza per allontanare da un lato dai giovani tutti quei precoci stimoli ed eccitamenti ambientali che vengono a turbare la serenità della loro vita e dall’altro per soddisfare con sincerità e verità, ma con cauta prudenza, i dubbi e il desiderio di apprendere che l’età a mano a mano va suscitando nella mente dei giovani, ispirando loro quell’avversione alla colpa e quel rispetto sacro per il mistero della vita che il concetto cristiano della castità e dei fini del matrimonio comportano.

  1. L’educazione della donna. Nella educazione della donna è necessario tener conto sia degli elementi comuni all’uomo in quanto propri della comune natura umana, sia di quelli che la differenziano per la condizione del suo sesso e per la missione che naturalmente gliene deriva nella famiglia e nella società.

Gli elementi comuni esigono che sia assicurata alla donna piena parità di diritti, come negli altri campi della vita civile, così in quello educativo, e più precisamente scolastico. Nessun corso di studi, come nessuna professione o nessun mestiere possono, in linea di principio, essere preclusi alla donna, (salvo naturalmente specifici casi di impedimento o di inopportunità, analogamente validi anche per gli uomini) senza ledere i fondamentali diritti della natura umana di svilupparsi e di perfezionarsi in servizio di Dio e della società, secondo le particolari tendenze di ogni individuo.

In pratica, in determinate circostanze, tenendo conto che la donna coniugata esercita nella famiglia la sua naturale funzione anche nei riguardi della società, sono talora opportune determinate restrizioni nei casi di professioni e mestieri meno adatti alla natura femminile, o per ovviare a temporanei inconvenienti, come quello della disoccupazione maschile in certe professioni. Tuttavia nelle attuali condizioni della società, grave ingiustizia sarebbe qualunque sistematica e permanente discriminazione, poiché un numero considerevole di donne, o non si forma una famiglia propria, o deve contribuire a mantenere la famiglia d’origine, o, anche nel matrimonio, è costretta a svolgere, oltre alle mansioni domestiche, un’altra attività direttamente retribuita (v. art. 60).

Gli elementi differenziali del sesso femminile pongono problemi particolari. Lo sviluppo più precoce e le diverse caratteristiche psicologiche della donna, richiedono un’educazione diversa e quindi distinta da quella dei maschi. Occorre dunque procurare che le alunne siano educate in istituti o per lo meno in classi separate da quelle maschili, dal momento che i pochi vantaggi presentati dalle classi miste sono in genere superati dagli svantaggi, non solo morali, ma didattici.

Inoltre se tutte le carriere scolastiche e le professioni devono essere di diritto aperte alle donne non meno che agli uomini, tuttavia la funzione speciale della donna come moglie e come madre nella famiglia e di riflesso nella società deve avere un posto primario nella sua educazione, e richiede perciò l’istituzione di corsi speciali che indirizzano le giovani alla direzione della famiglia ovvero ai mestieri più convenienti alla natura psico-fisiologica della donna.

  1. L’educazione del popolo: stampa, teatro, radiodiffusione, cinematografo, pubblicità. Oltre l’ambito della famiglia si svolge con particolare intensità nella attuale fase della vita sociale l’azione di potenti mezzi collettivi di espressione (quali la stampa, il teatro, la radiodiffusione, il cinematografo, la pubblicità) capaci di incidere profondamente sulla formazione intellettuale morale e sociale dei singoli e del popolo e in particolare della gioventù.

Di fronte a possibili invadenze nella sfera della autonomia personale e agli abusi che i privati, i gruppi e la stessa autorità possono compiere, avvalendosi come strumento di propaganda dei suddetti mezzi espressivi è dovere di ciascuno e in particolare dei genitori e degli educatori difendersi, coltivando un assiduo abito critico e vigilando con ogni cura le letture, le radioaudizioni, la partecipazione agli spettacoli sia proprie sia delle persone della cui educazione si è responsabili.

Ogni forma di difesa collettiva, quale può aversi mediante adatte associazioni di segnalazione e vigilanza, specialmente fra padri di famiglia ed educatori, va con ogni possibile mezzo promossa e favorita.

Un compito di primaria importanza spetta tuttavia in questo campo alla comunità che deve ispirare la sua azione ai seguenti principi:

  1.   a) non porre ostacolo alla libera manifestazione dei mezzi espressivi individuali o collettivi e alle attività economiche e industriali che vi sono connesse nella moderna organizzazione sociale, quando sia da escludere ogni forma di tendenziosa efficacia o di propaganda suggestionatrice non rispettosa della libertà individuale di pensiero e di opinione o contrastante col bene comune;
  2.   b) vietare, mediante un attivo e organizzato controllo, nel quale abbiano parte, oltre alla pubblica amministrazione, legittime e organiche rappresentanze degli interessati, le manifestazioni contrarie alla legge, alla morale e al buon costume, i più gravi attentati alla buonafede del pubblico o l’impiego per fini particolari di mezzi di diffusione e propaganda che per il loro carattere collettivo debbono essere considerati destinati all’uso nell’interesse comune;
  3.   c) non fare dei moderni mezzi collettivi di espressione e diffusione lo strumento per una pregiudizievole e unilaterale opera di propaganda dello stato verso le masse e particolarmente verso la gioventù: tale indirizzo anche se apparentemente volto a fini di interesse generale, si risolve nella suggestione dei vari particolarismi di nazione, di razza o di classe e contrasta col compito di educazione e formazione alla libertà e alla responsabilità individuale e al sentimento della comunità umana che spetta ad ogni bene ordinata organizzazione sociale.

Per raggiungere in concreto le finalità suddette lo stato potrà intervenire in casi determinati e sotto il controllo degli organi rappresentativi:

  1.   a) per garantire la necessaria indipendenza da vincoli e legami finanziari alla espressione – specialmente mediante la stampa quotidiana – di forze e di interessi culturali o politici debitamente riconosciuti, con particolare riguardo a quelle correnti che, per fare capo ai ceti meno abbienti, vengono a trovarsi per questo solo motivo in condizione di grave e spesso insuperabile disparità rispetto ad altre correnti che si valgano del loro potere economico per monopolizzare i più efficaci mezzi di propaganda;
  2.   b) per sottrarre alla iniziativa privata determinati mezzi collettivi di espressione, quali la radiodiffusione, che, anche per ragioni tecniche, non comportano la libera coesistenza di varie iniziative private e d’altra parte debbono essere sottratte a ogni influenza particolaristica e indirizzate esclusivamente ai fini del bene comune;
  3.   c) per controllare e disciplinare le attività industriali connesse con lo sviluppo dei mezzi collettivi di espressione, quali soprattutto il cinematografo (produzione ed esercizio), onde evitare che il perseguimento dei soli fini di lucro o di un puro attivismo produttivo porti a trascurare e a violare i principi sopraesposti.
  4. Ricerca scientifica e cultura superiore. La cultura superiore, in quanto vengono per essa a mancare talune funzioni proprie della famiglia e della scuola ed in rapporto allo sviluppo sempre più largo della ricerca organizzata, alla adozione sempre più estesa di metodi di studio collettivi, alle esigenze sempre maggiori di grandiosi e costosi strumenti di ricerca, specialmente nel campo delle scienze tec-niche, richiede un particolare intervento della comunità.

L’azione comunque volta al coordinamento delle iniziative e al promuovimento della cultura intesa come mezzo di perfezione individuale al servizio della comunità, deve far salvi in ogni caso gli incomparabili valori legati alla libertà della cultura e della ricerca scientifica.

In particolare l’autorità potrà disporre ed organizzare – qualora l’iniziativa privata o associata non vi abbia già provveduto – la istituzione di organismi di studio e di ricerca collettiva e di alta cultura scientifica, tecnica, storica, economica e politica, assicurandone peraltro la possibilità di vita autonoma e la indipendenza da ogni indebita influenza politica o della pubblica amministrazione.

Lo stato dovrà poi tendere a far sì che l’accesso e il compimento degli studi superiori siano resi indipendenti dalle condizioni economiche e sociali dei singoli e avvengano esclusivamente in base alle attitudini e alle capacità, in armonia con i dettami della giustizia sociale e con i veri interessi della cultura.

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