La teologia della prosperità: Il Dio del Bancomat e lo Scandalo della Croce

Un uomo nudo, sospeso tra terra e cielo su due travi di legno grezzo, esala l’ultimo respiro mentre i soldati si giocano a dadi l’unica cosa che possiede: una tunica usata. Questa è l’immagine plastica del Vangelo. Eppure, se oggi entrassimo in una megachurch di Houston o seguissimo i post della “Faith Office” alla Casa Bianca, vedremmo sfilare jet privati, Rolex d’oro e la promessa che, se il tuo conto in banca piange, è perché la tua fede è anemica. Benvenuti nell’era della Teologia della Prosperità , dove Dio è stato promosso da Padre a consulente finanziario d’assalto.

L’elemento esegetico più distorto da questa corrente è il concetto di “Seed Faith” (fede-seme). Nel linguaggio biblico, il seme è la Parola di Dio che cade nel cuore (Mc 4); nella teologia della prosperità, il seme è il bonifico bancario che cade nel conto del telepredicatore.

Il meccanismo è quasi magico: tu “investi” cento dollari e Dio, vincolato da una presunta “legge della reciprocità”, te ne deve restituire mille. È una trasformazione radicale della charis (grazia), che per definizione è gratuita, in un contratto di compravendita. Se nel Vangelo il giovane ricco se ne va triste perché non riesce a lasciare i suoi beni, qui il giovane ricco resterebbe entusiasta: gli verrebbe spiegato che i suoi beni sono la prova che è un “campione di Cristo”. Si passa dalla Theologia Crucis (Dio che si rivela nel dolore e nella spogliazione) alla Theologia Gloriae (Dio che si manifesta nel successo mondano).

Questa dottrina non è solo un errore teologico, è lo specchio di una società che non sopporta la vulnerabilità. Se la ricchezza è un segno di benedizione, la povertà diventa una colpa morale. È la sacralizzazione del neoliberismo: il povero non ha bisogno di giustizia sociale, ha bisogno di “confessare positivamente” la sua guarigione finanziaria. Ma siamo sicuri di essere immuni? Ogni volta che pensiamo di poter “meritare” l’amore di Dio con i nostri sforzi o che consideriamo il benessere come un diritto acquisito, stiamo masticando un pezzetto di questa teologia.

Il dilemma che il rapporto sulla “Simbiosi Politica” ci pone è brutale: preferiamo un Dio che sia il genio della lampada, pronto a esaudire i nostri desideri di grandezza, o il Dio di Gesù Cristo, che ci invita a perdere la vita per ritrovarla? Siamo pronti ad accettare un Vangelo che non ci rende necessariamente più ricchi, ma sicuramente più umani e solidali? O abbiamo trasformato la Croce in un simbolo di lusso da appendere al collo, dimenticando che su quella croce Dio ha scelto di abitare non il successo, ma il fallimento del mondo?

Sarei curioso di sapere: se oggi Gesù entrasse nel vostro salotto, cerchereste di vendergli un corso di trading o avreste il coraggio di chiedergli come si fa a restare liberi in un mondo che misura tutto col prezzo?

Dal profilo facebook di Stefano Martella

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