«Per non rischiare, preferirei chiamarmi cantautore». Vent’anni fa moriva Fabrizio De André: una grande eredità musicale e culturale

da Riforma.it, il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia.

Parlare di Fabrizio De André, è raccontare di un compagno di strada, di una voce inconfondibile incontrata nei modi più impensati. Chi ne ha incontrato le canzoni grazie ai dischi di un amico, di una vicina di casa, grazie al passaparola di una classe di liceo, e pure nelle parole appassionate di una professoressa di italiano dalla mente decisamente più aperta dei colleghi.

Tutti ci siamo ritrovati prima o poi a fare i conti con la sua arte. Era un poeta? Probabilmente sì, per chi arrivava da una scuola che con molto impegno e tanta retorica riusciva a fartela odiare sotto ogni forma, quel suo raccontare il mondo senza nasconderne nulla, le sue canzoni erano pura poesia. A dispetto di quel suo realistico umorismo che lo portava a rifiutare l’etichetta e definirsi altrimenti: «Benedetto Croce sosteneva che fino a 18 anni tutti scrivono poesie, poi quelli che continuano a farlo o sono poeti o sono cretini. Per non rischiare, preferirei chiamarmi cantautore».

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I crocefissi, uscendo …

dal profilo facebook di Michele Cerasa.

Proponiamo un testo poetico molto bello di Sergio Guttilla molto apprezzato e condiviso su internet in questi giorni.

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“Chi sono?”, di Dietrich Bonhoeffer

Il 9 aprile 1945 muore appeso nudo a un palo nel campo di concentramento di Flossenbürg il pastore evangelico tedesco Dietrich Bonhoeffer. Nato a Breslavia il 4 febbraio 1906, Bonhoeffer aveva ereditato dalla madre il bisogno spontaneo di venire in aiuto agli altri, assieme a una calma energica; dal padre aveva invece appreso una straordinaria preveggenza, la capacità di concentrarsi su qualunque soggetto, l’avversione per i luoghi comuni e una ferma adesione alla realtà, a tutto ciò che è umano. Il giovane Dietrich, ottenuta l’abilitazione teologica nel 1930, esercitò per alcuni anni il ministero di pastore, fino a quando, nel 1935, la Chiesa confessante, ovvero quella porzione di protestanti tedeschi non disposti a compromettere la loro fede con i dettami del regime nazista, lo invitò a guidare il seminario per giovani pastori. Egli partì allora alla volta di Finkenwalde, dove per alcuni anni condivise tutto con i suoi allievi. A Finkenwalde Bonhoeffer si convinse della profonda necessità che il cristiano ha di rimanere fedele alla terra, alla realtà in cui è chiamato a investire, da creatura responsabile, il dono della fede. Alla chiusura forzata del seminario, Bonhoeffer si trasferì in America, dove visse un tempo d’inquietudine, al termine del quale ruppe gli indugi e rientrò a Berlino, per unire alla fedeltà alla terra quella memoria personale e vissuta della croce, senza la quale non vi è vera vita cristiana. L’8 aprile 1945, domenica in Albis, dopo due anni di prigionia, si compiva il suo destino. Reo di cospirazione contro Hitler, Bonhoeffer veniva condannato per ordine del Führer in persona. «È la fine, per me l’inizio della vita», rispose a chi gli diceva addio, ormai consapevole del cammino pasquale a cui l’aveva condotto la grazia a caro prezzo offerta a ogni discepolo di Cristo. (biografia da Monasterodibose.it)

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Il cammino sull’acqua di madre Marija

da Alzogliocchiversoilcielo.blogspot.it, sito di taglio ecumenico con testi, audio e video di catechesi, commenti alle letture, conferenze, corsi biblici, lectio e omelie.

Ci sono due vie:
Una via calca la terraferma
Fa quel ch’è giusto e ragionevole
Misura, soppesa, prevede.
Ma l’altra via attraversa le acque.
Non puoi più misurare né prevedere.
Devi solo credere senza sosta.
Basterebbe un istante, ed ecco affondi.
«Una delle donne più straordinarie del Novecento» la definiva Nikolaj Berdjaev: pittrice, poetessa, rivoluzionaria ed esule, madre e monaca, testimone di Cristo fino alla morte nel lager di Ravensbrück, il 31 marzo 1945. Di madre (mat’) Marija (Skobcova), nata Elizaveta Pilenko l’8 dicembre 1891, si conosce soprattutto e giustamente l’impegno intellettuale ed ecclesiale nella diaspora ortodossa, l’inconsueta parabola monastica, l’aver salvato dei bambini ebrei durante l’occupazione nazista.

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“Home”, di Warsan Shire

Warsan Shire è una giovane poetessa nata nel 1988; kenyota di nascita, ma somala da parte di entrambi i genitori trasferitisi in Inghilterra quando lei aveva appena un anno, ha scritto la poesia “Home”, che sta circolando molto in questi giorni di proteste contro il “muslim ban” di Trump. Proponiamo una delle versioni scritte dalla giovane poetessa sia in traduzione italiana che nell’originale inglese. Continua a leggere

Il lavoro

da Il Profeta di Gibran Khalil Gibran.

Poi un contadino disse: Parlaci del Lavoro.
Ed egli rispose, dicendo: …

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