Sretenie/Nunc dimittis. Una poesia di Iosif Aleksandrovič Brodskij, noto anche come Joseph Brodsky

da Santa-rus.com, La Santa Rus’. Grazia e bellezza nell’incontro con la Santa Rus’.

Presentazione al tempio, Purificazione della Vergine, Candelora. In russo Сретение, Sretenie, dall’antico slavo: incontro. Brodskij ha scritto una poesia dedicata a questa festa: Sretenie, 1972, dedicata ad Anna Achmatova. Anna come la profetessa di cui parla Luca. Lui Iosif, come il falegname che assiste in silenzio alla cerimonia. Il Silenzio custode del Verbo, ebbe a definire Giuseppe un altro poeta russo, Vjačeslav Ivanov. C’entra anche Pasternak in questa storia, perché forse primo input di questa e altre poesie a tema evangelico furono le conversazione del giovane Brodskij con Achmatova sulla poesia e i salmi, sulla poesia e il Vangelo. Punto di partenza, ma anche modello da superare, era sentito da entrambi proprio il Boris Pasternak delle poesie di Živago.

Il testo in russo qui.

Quando la prima volta portò il Bambino al tempio 
fra coloro che stavano lì dentro 
e non si allontanavano mai, c’ erano 
il santo Simeone e la profetessa Anna.

E dalle braccia di Maria il Bambino 
prese il sant’uomo; i tre, in quel mattino, 
persi nella penombra, come cornice incerta, 
stavano intorno al Bambino in un serto,

Il tempio li accerchiava, come impietrito bosco. 
Dagli sguardi degli uomini e dall’occhio del cielo 
nascondeva la volta, stendendo un’ombra spessa, 
in quel mattino il vecchio, Maria, la profetessa.

Per caso solo un raggio di luce sulla fronte 
del Bambino cadeva; Egli di nulla ancora 
era cosciente e soffiava nel sonno, 
quieto fra le braccia forti di Simeone.

A quel giusto era stato rivelato 
che non avrebbe visto il morto buio, 
prima d’ avere visto il Figlio del Signore.
Il fatto era compiuto, E il giusto disse: “Ora,

serbando la parola che fu data, 
lascia, Signore, che il tuo servo vada
in pace, poiché gli occhi miei il Fanciullo 
hanno veduto: Egli e tuo rampollo.

sarà luce che illumina le genti infedeli, 
e gloria del tuo popolo, Israele! “.
Simeone si tacque, Il silenzio su di loro 
scese, e soltanto l’eco di quelle parole,

sfiorando le capriate, ancora un breve tempo, 
frusciando, turbinò sotto le volte del tempio, 
sopra le teste, come un uccello che ha la forza 
di alzarsi in volo ma non di posarsi.

E si meravigliarono. Il silenzio 
non era meno strano del discorso.
Maria turbata taceva. Quelle parole …
Ancora il vecchio a Maria si rivolse:

“Ed ecco ora serbato da te sia 
per la caduta o la resurrezione 
di molti, e come segno di contraddizione.
E quello stesso ferro, o Maria,

che la sua carne tormenterà, pure te 
trapasserà nell’anima, affinché 
questa ferita ti faccia vedere 
dei cuori umani i segreti pensieri.”

Disse e all’uscita s’ avviò. Appena 
curva Maria, tutta ingobbita Anna 
seguivano in silenzio con lo sguardo 
fra l’ombra delle colonne il vegliardo

che impiccioliva e di corpo e di senso.
E camminava quasi da quegli occhi sospinto, 
per il tempio deserto, muto, smorto, 
verso la macchia bianca della porta.

La sua andatura era rigida, da vecchio.
Simeone trattenne il passo un poco, 
quando sentì risuonare la voce 
di Anna: ma non lui chiamava, invece

rendeva grazie a Dio la profetessa.
S’ avvicinava la porta, Fronte e veste 
sfiorava il vento già, e scoppiò dentro l’udito 
oltre il recinto il rumore della vita.

Egli andava a morire, Spalancò le porte, 
e non sul chiasso della via, ma della morte 
sul regno sordomuto, E andava Simeone 
in uno spazio privo di spessore,

sentiva il tempo che perdeva suono. 
L’immagine del Bambino con la luce intorno 
al capino piumoso, sulla via della morte 
dinanzi a se portava l’anima sua, come

torcia accesa, nella tenebra scura, 
dove non era stato concesso a nessuno 
fino ad allora di illuminarsi la strada.
Ardeva il lume e la via s’ allargava.

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