Fuochi a Torino e nelle Valli Valdesi. Chiese evangeliche e comunità ebraica unite nella festa della libertà del 17 febbraio.

Da Riforma.it, il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia, da Moked.it, il portale dell’ebraismo italiano e da Nev.it, Notizie EVangeliche Agenzia Stampa della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia.

da Riforma.it

Potremmo dire che anche la legna era emozionata ieri sera per la prima volta del falò valdese in piazza Castello a Torino. L’accensione è risultata infatti assai difficoltosa ma non ha certo turbato il clima di gioia che si respirava attorno alla catasta che piano piano tentava di prendere fuoco.

Molta la folla presente in strada, chi incuriosito e chi felice per il momento in cui una comunità ricorda la concessione dei diritti civili e politici (correva l’anno 1848) sia diventato quest’anno un’occasione più ampia, abbracciando idealmente l’intera città, l’intero paese.

Quello che da quasi 170 anni è nelle valli valdesi del pinerolese la notte in cui le colline si illuminano dei tanti fuochi a celebrazione e memoria delle tante battaglie fatte per arrivare all’atteso traguardo del riconoscimento, è divenuto quest’anno occasione e spunto per parlare di libertà e tutela dei diritti di tutte e di tutti anche nel capoluogo sabaudo.

Le cui istituzioni hanno risposto con molta attenzione, a partire dal Comune, in particolar modo attraverso le figure dell’assessore alle pari opportunità Marco Giusta e della sindaca Chiara Appendino, autrice di un apprezzato intervento dal palco a ricordare come la libertà collettiva stia nella somma di tante libertà individuali che ognuno di noi è chiamato ogni giorno a tutelare e rinforzare.

Si sono alternate quindi le voci di rappresentanti istituzionali, religiosi (presente il presidente della comunità ebraica di Torino Dario Disegni; a marzo sempre del 1848 toccherà all’ebraismo italiano la concessione dei diritti civili), e di molte associazioni vicine al panorama e alle sfide della Chiesa valdese (rappresentata dal pastore Paolo Ribet e dalla presidente del Concistoro della Chiesa valdese di Torino), da quelle che si occupano dei diritti Lgbt (molto intense in tal senso le parole del coordinatore del Torino Pride Alessandro Battaglia), a chi lavora fianco a fianco nell’accoglienza dei rifugiati. La musica di vari cori ha accompagnato il lento bruciare del falò fino ai saluti finali. Un arrivederci a presto, magari ad un festival delle storie e delle culture che la sindaca ha annunciato di avere come obiettivo prossimo.

Redazione di Riforma

da Moked.it

Grande attesa, curiosità, emozione, impegno. Una grandissima folla a Torino ha voluto cogliere l’occasione del “Falò della libertà per i diritti di tutti”, organizzato dalla Chiesa Evangelica Valdese, insieme alla Comunità ebraica e al Comune per ribadire il proprio no a ogni discriminazione. Il pastore Paolo Ribet ha ricordato alle migliaia di presenti il senso di una tradizione molto sentita nelle Valli Valdesi, dove ogni anno alla vigilia del 17 febbraio ci si raccoglie intorno ai falò per ricordare la concessione nel 1848 dei diritti civili e politici da parte di Re Carlo Alberto. Come ha ricordato il presidente Dario Disegni, la Comunità ebraica non poteva non rispondere con entusiasmo, per affiancare il Concistoro valdese in quella che è stata davvero una festa della libertà e per la libertà di tutti. Gli “Israeliti regnicoli” – ha ricordato Disegni – ottenevano poco più di un mese dopo, il 29 marzo, l’emancipazione con il regio decreto n. 688, con il quale venivano loro riconosciuti i diritti civili e la facoltà di conseguire i gradi accademici, mentre nei mesi successivi sarebbero stati poi riconosciuti l’ammissione alla leva militare, il godimento dei diritti politici e l’accesso alle cariche civili e militari. “Non va però dimenticato – ha continuato – che occorrerà attendere ancora un secolo da quel 1848, passando attraverso la vergogna delle leggi razziste del 1938, per vedere finalmente sanciti dalla Costituzione della Repubblica l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge senza distinzione di religione con l’articolo 3, il diritto di tutti di professare liberamente la propria fede religiosa, sancito dall’articolo 19 e il fondamentale principio dell’eguale libertà davanti alla legge di tutte le confessioni religiose, con l’articolo 8, che segnerà finalmente il superamento dell’articolo 1 dello Statuto albertino, che riaffermava l’esistenza di una ‘religione dello Stato’, mentre gli altri culti esistenti erano ‘tollerati conformemente alle leggi’”. Molto apprezzati tutti gli interventi, e applauditissimo il discorso di Patrizia Mathieu, presidente del Concistoro della chiesa valdese di Torino, che ha sottolineato il valore fortemente laico di una festa aperta a tutta la cittadinanza: “Ci siamo sempre occupati di diritti perché per molto tempo non ne abbiamo avuti. Se le ‘Lettere Patenti’ ci riconoscevano come cittadini, non ci permettevano tuttavia la libertà di culto. Solo cent’anni dopo, con la Costituzione della Repubblica, è arrivato il pieno riconoscimento. Per questo condividiamo il palco con tutti coloro che hanno patito o tuttora patiscono l’assenza di diritti: ovviamente gli ebrei, destinatari anch’essi di Lettere Patenti nel 1848, ma anche le associazioni LGBT, quelle per la laicità delle istituzioni e quelle per i rifugiati”.
A ricordare i secoli di discriminazioni e tragedie che hanno colpito tanto la minoranza ebraica quanto quella valdese, nella stessa piazza Castello dove ieri sera bruciava il grande falò – acceso in verità con grande fatica dai vigili del fuoco che hanno lungamente lottato con legna evidentemente inadatta – una targa, in memoria del predicatore valdese Gioffredo Varaglia, che nel 1558 vi fu messo al rogo.
Moltissime le presenze istituzionali, a partire dal sindaco della città, che ha sottolineato più volte nel suo discorso come sia fondamentale il rapporto col prossimo, un valore che si deve sempre intrecciare al governo della città, “una città che è aperta e accogliente per chiunque voglia appartenervi”. Il senso di comunità, ha ribadito, è anche quello che ha fatto riunire intorno al falò comunità anche molto diverse tra loro, ma tutte ugualmente impegnate per una città capace di coinvolgere tutti coloro che lavorano per il bene comune, e di fare rete, soprattutto in difesa dei più deboli. Molti i rappresentanti delle istituzioni cittadine, insieme al prefetto, ai rappresentanti delle tante organizzazioni che hanno preso la parola per ribadire il proprio impegno, tra cui l’assessore Giusta – che molto si è speso per la buona riuscita della serata – e il presidente del comitato interfedi Valentino Castellani. Tantissimi bambini, incantati dal fuoco e dal colorato drappello dei pirati pastafariani che non potevano far mancare il proprio appoggio a una simile iniziativa, molta attesa, calore e un poco di ironia per la difficoltà evidente con cui è stato acceso il falò – il pastore Ribet ha garantito: “L’anno prossimo la legna però la portiamo noi”.
E come monito per tutti restano le parole di Dario Disegni: “Riaffermiamo con forza che il diritto all’uguaglianza deve andare di pari passo con il non meno essenziale diritto alla diversità. Siamo qui per ribadire l’impegno civile di lottare perché nella nostra società vengano garantiti effettivamente a tutti i cittadini, e a tutti coloro che aspirano a divenirlo fuggendo da regimi totalitari e sanguinari, piena uguaglianza di diritti, indipendentemente dalla fede religiosa, dalla cultura, dalla condizione sociale, dall’orientamento sessuale”.

Ada Treves

da Nev.it

Da 169 anni i valdesi celebrano il 17 febbraio in ricordo del riconoscimento dei loro diritti civili da parte del Re di Sardegna Carlo Alberto. E’ una festa sentita con particolare solennità nelle Valli valdesi del Piemonte, dove il 17 febbraio ha assunto il carattere di festa civile e religiosa: da un lato i cortei con le fanfare e i falò notturni – in memoria di come, di valle in valle, si diffuse la notizia delle concesse libertà – dall’altro i culti celebrati nei diversi templi.

Le “Patenti di grazia”  firmate da Re Carlo Alberto il 17 febbraio 1848 (e pubblicate il successivo 25 febbraio) concessero ai valdesi del Piemonte i diritti civili e politici, ma non la piena libertà religiosa. Nel provvedimento si legge infatti: “i valdesi sono ammessi a godere di tutti i diritti civili e politici dei nostri sudditi, a frequentare le scuole dentro e fuori delle Università, ed a conseguire i gradi accademici. Nulla è però innovato quanto all’esercizio del loro culto ed alle scuole da essi dirette”. Nonostante i limiti di questa dicitura, le “lettere patenti” posero comunque fine a una condizione d’inferiorità civile durata per secoli: sino al febbraio 1848 ai valdesi era proibita la frequenza delle scuole pubbliche ed era vietato l’esercizio delle professioni (se non quella di notaio e di medico, a esclusivo vantaggio dei propri correligionari); fuori dal “ghetto alpino” delle loro valli, essi non potevano nemmeno possedere beni immobili. Inoltre, le amministrazioni comunali dovevano essere composte in maggioranza da cattolici, anche nei comuni quasi totalmente valdesi. Per quanto concerne l’esercizio del culto, questo continuò ad essere consentito solamente in un certo numero di templi autorizzati, situati nelle località più elevate, con assoluto divieto di attività religiose fuori da quei luoghi.

A favore della parità di diritti civili per i valdesi si erano battuti diversi liberali piemontesi: lo dimostra una petizione il cui primo firmatario era Roberto d’Azeglio; seguivano, tra gli altri seicento, Camillo Cavour e 75 ecclesiastici cattolici. Il 29 marzo dello stesso anno analogo provvedimento di emancipazione fu adottato nei confronti degli ebrei, mentre negli anni successivi maturarono le condizioni per una vera libertà – non senza dure battaglie che, ad esempio, riguardarono la costruzione di edifici di culto a Torino e a Genova. Diversi furono invece gli sviluppi legislativi per le due confessioni: il regime giuridico delle comunità israelitiche fu stabilito da una legge specifica (la cosiddetta “legge Rattazzi” del 1857). I valdesi rifiutarono invece l’emanazione di un’apposita legge con una celebre dichiarazione del 1848, in cui la Tavola valdese (massimo organo esecutivo) affermava tra l’altro che “la Chiesa valdese, essendo tale in virtù della sua regola di fede e della sua costituzione, deve amministrarsi in modo assolutamente indipendente secondo i suoi principi, nei limiti del diritto comune; ogni impedimento e riduzione posti dallo Stato alla sua attività ed allo sviluppo della sua vita interna ne falserebbero il carattere di chiesa e costituirebbero un tentativo di distruggerla”.

Non fu approvata alcuna legge speciale sui valdesi e il sistema del “diritto comune” rimase in vigore sino al 1929, offrendo così a tutte le altre confessioni evangeliche che si affacciarono nell’Italia unita un quadro di libertà religiosa. La ricorrenza del 17 febbraio – oggi festeggiata da tutti i protestanti del nostro paese – ha quindi un duplice significato: è la festa dei diritti civili concessi ad una minoranza, ed è insieme il ricordo di un provvedimento che, in se stesso limitato, aprì la via alla libertà religiosa in tutta Italia: una festa che per i suoi significati generali è divenuta una ricorrenza di più ampia portata.

 

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