Frère Charles, germoglio della «Chiesa delle periferie»

da Jesuscaritas.it, Piccoli Fratelli di Jesus Caritas, “Apparteniamo completamente soltanto all’attimo presente”.

Con il pontificato di papa Francesco, primo Vescovo di Roma venuto «dalla fine del mondo», il termine periferia è entrato nel vocabolario ordinario della Chiesa. Frasi famose come «Chiesa in uscita verso le periferie anche esistenziali»; «Sogno una Chiesa povera per i poveri», denotano non soltanto uno spostamento geografico, ma altre dimensioni, a cominciare da quella spirituale, quindi abbraccia la spiritualità e di conseguenza la prassi pastorale. Andrea Riccardi, nel suo recente contributo, Periferie. Crisi e novità per la Chiesa (ed. Jaca Book), ripercorre velocemente il rapporto tra la Chiesa e la periferia, iniziando dal dato biblico e passando in rassegna i diversi momenti storici che hanno visto soprattutto la distanza tra la «centralità della Chiesa» e le periferie. Tuttavia è col Novecento che le periferie si presentano come una terra nuova: «Le periferie – sostiene Riccardi – si sono riproposte con forza al cristianesimo del Novecento, non tanto come luogo di elezione dove vivere la fedeltà al Vangelo e la ricerca di Dio, quanto come spazi problematici per la sopravvivenza del cristianesimo».

Ogni svolta ecclesiale, però, è lungamente preparata dalla testimonianza di numerosi uomini e donne radicati nel Vangelo e da eventi storici che lentamente portano alla maturazione dei tempi. Un esempio potrebbe essere il Concilio Vaticano II, che non è sorto solo da un’ispirazione di papa Giovanni XXIII, ma era iniziato molti decenni prima, diciamo, era desiderato e atteso dalla cristianità. Similmente, molti dei “pionieri” di quello che possiamo oggi chiamare il «Cristianesimo delle periferie» appartenevano per esempio alla Chiesa in Francia che faceva i conti con l’eredità di diversi fenomeni culturali a cominciare dalla Rivoluzione francese. Uno degli esempi è il cardinale di Parigi, Emmanuel Suhard (1874-1949), personaggio di spicco nella vicenda della Mission de Paris e dei «preti operai».

In una lettera pastorale del 1947, dal titolo Essor ou déclin de l’Eglise, Suhard s’interrogò sul futuro della Chiesa nella città moderna: «Oggi – disse riguardo alla Chiesa – “l’apostasia delle masse accusa il suo fallimento”. Il cardinale sentiva con forza il fallimento di fronte al distacco delle masse periferiche: una vera apostasia. Nel 1943, Suhard scrive nel suo diario: “L’insieme delle nostre popolazioni non pensa più in modo cristiano. C’è fra esse e le comunità cristiane un abisso. Bisogna uscire da casa nostra, andare in mezzo a loro”. Sono parole che annota per se stesso e non per un discorso pubblico: evidenziano però la coscienza di una personalità sensibile nel cuore di una vicenda complessa. È necessario che la Chiesa esca dai suoi ambienti e dalle sue istituzioni, superando il distacco esistente. Il suo progetto è «andare in mezzo a loro». Ma il cardinale di Parigi è uno tra i molti.

È in tale contesto storico che s’inserisce la presenza dei piccoli fratelli di Gesù a partire dal 1947 con la fondazione della prima fraternità operaia: allora il mondo del proletariato era una «periferia» nel senso largo del termine. Poi seguirono le piccole sorelle di Gesù e altri gruppi foucauldiani. A questo punto, quindi, riteniamo interessante considerare l’apporto specifico di frère Charles che, nel suo seguire le orme del beneamato fratello e Signore Gesù, ha operato uno spostamento sempre più verso la periferia. Possiamo individuare nell’itinerario di Charles de Foucauld un movimento fisico-geografico e un altro propriamente spirituale inteso come discesa o svuotamento. Due dimensioni che andranno di pari passo man mano che egli persegue il suo unico obiettivo: «imitare il più possibile Gesù di Nazaret».

Bisogna stabilirsi in mezzo ai periferici

Così vediamo il visconte de Foucauld, dopo la conversione, andare alla ricerca dell’ultimo posto, proprio perché «Gesù ha talmente preso l’ultimo posto che nessuno potrà mai rubarglielo». Imitazione significa per lui vivere la povertà di Gesù. Lo vediamo prima nella vita monastica (chiederà esplicitamente di essere trasferito ad Akbès in Siria onde vivere meglio la povertà), poi a Nazaret nel silenzio e nascondimento (sulle orme di Gesù, povero operaio di Nazaret) e finalmente nel Sahara. Nella vita di frère Charles non vi è separazione dal mondo, anzi immedesimazione con le fatiche degli uomini del suo tempo, specialmente dei poveri e dei periferici. Appena insediatosi a Tamanrasset, ultima tappa del suo pellegrinaggio alla ricerca della «pecorella più smarrita», l’11 agosto 1905, annota nel suo taccuino: «Scelgo questo luogo abbandonato e qui mi stabilisco, supplicando Gesù di benedire questo mio insediamento, dove voglio ispirare la mia vita al solo esempio della sua vita di Nazaret».

Scese, sprofondò, si umiliò…

Con molta probabilità possiamo ritenere che la sequela del beneamato fratello e Signore Gesù per frère Charles riguardi proprio l’imitazione della kenosis del Figlio, il movimento discendente, di abbassamento dell’evento Cristo descritto in Fil 2,6-11: «umiliò se stesso». La categoria scelta da Charles de Foucauld per descrivere il contenuto evangelico, spirituale e teologico del mistero di abbassamento di Gesù è l’abiezione: «Prendi me, me, come modello della tua abiezione: le mie parole non saranno mai incomprensibili, tutt’altro». Chi si accinge ad entrare nel cuore della spiritualità foucauldiana, scopre subito che per Charles de Foucauld gli anni di Nazaret sono stati ben vivi ed efficaci. L’Incarnazione è stata per il Figlio di Dio prendere carne umana; la Natività è l’entrata nel consesso umano; la vita a Nazaret la presa di coscienza di questa appartenenza, lo scambio interpersonale, la condivisione: il Dio lontano si fa vicino, lo “Straniero” si fa prossimo, perché ora Dio abita l’uomo. Così Dio può essere compreso meglio dall’uomo, Dio ama e ora può essere amato nel prossimo.

Frère Charles ha ispirato, successivamente, una forte attrazione per le periferie del mondo. Egli è diventato punto di riferimento per tanti incamminatisi nei sentieri marginali delle popolazioni in diversi angoli della terra. Ogni gruppo, o singole persone, con modalità e sfumature diverse, cerca di raggiungere le periferie, «là dove nessuno vuole andare», per stabilirsi innanzi tutto come una presenza, seguendo uno «stile», uno dei pilastri del messaggio spirituale di Charles: «Senza parole, in silenzio, andate a stabilire i vostri pii ritiri in mezzo a coloro che mi ignorano: portatemi tra di loro stabilendovi un altare, un tabernacolo, e portatevi il Vangelo non predicandolo con la bocca ma predicandolo con l’esempio, non annunciandolo ma vivendolo».

La vicenda di Charles de Foucauld e il movimento di spiritualità nato dal suo messaggio hanno dato un apporto notevole alla spiritualità del XX secolo. Il deserto del Sahara è diventato immagine dei «deserti moderni»; l’andare di Charles verso la periferia, in senso geografico e spirituale, è oggi attualizzato col richiamo costante di papa Francesco che invita la Chiesa a uscire, ad operare un decentramento, per andare incontro alle periferie di ogni tipo. Diremmo anche verso le «apostasie moderne», attualizzando il pensiero del cardinale Suhard. Pensiamo alle «masse» ormai scristianizzate di oggi.

fratel Oswaldo jc

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