I diamanti della Torah II: Tzedakà. La beneficenza è un dovere

Dopo il successo della prima edizione, torna on line la web series I Diamanti della Torah. Nella seconda stagione il Rabbino Shalom Hazan con Fabio Perugia scaverà nell’anima dei precetti ebraici. Un modello di welfare chiamato tzedakà. Per approfondire clicca http://it.chabad.org/3381463/

 

da Chabadroma.org, il sito dei centri romani del movimento ebraico Chabad-Lubavitch.

Qual è la visione ebraica della Tzedakà?

Domanda: Mentre crescevo ho sempre ammirato i grandi e famosi filantropi: Rockfeller, Carnegie, Cooper, Bill Gates, Warren Buffett ecc. Ora che mi sto avvicinando all’ebraismo e che sto scoprendo la filantropia ebraica mi rendo conto che dare tzedakà non si limita soltanto a dare ciò che si desidera quando si ha voglia di dare. Tuttavia non mi è ancora chiara la differenza tra il dare spontaneo e quello al quale siamo obbligati. Potresti aiutarmi?

Risposta: Il dare “quando ho voglia di dare” proviene dall’ottica in base alla quale i soldi che io guadagno sono un prodotto dei miei sforzi, e quando scelgo di dare carità sto facendo qualcosa che va oltre il mio dovere. Sono generoso con ciò che mi appartiene di diritto.

La Torà però insegna diversamente; una parte importante della nostra fede è la consapevolezza che tutto ciò che abbiamo è una benedizione ricevuta direttamente da D-o. Coloro ai quali sono stati concessi i mezzi per dare sono stati scelti dal Sign-re per essere ‘donanti’, mentre altri, per motivi noti solamente al Creatore, sono stati scelti per essere ‘riceventi’.

È interessante notare che molti ebrei si sono occupati di banche; in effetti ogni ebreo è un banchiere. I soldi che ho in tasca non sono miei, ma sono stati versati con la fiducia che li saprò gestire con saggezza. Una parte dei soldi sono per me, mentre l’altra spetta a me distribuire. Se, D-o non voglia, mi approprio dei fondi che sono destinati ad essere dati agli altri, il Depositante potrebbe trovare qualcun altro che gestisca i Suoi soldi (perfino i soldi destinati a me)!

Considerando quanto detto, è comprensibile perché l’ebraismo richiede che diamo tzedakà, se possibile, ogni qualvolta vediamo qualcuno che ne ha bisogno. Se la Divina Provvidenza fa sì che io noti il bisogno di un altro, è un segno chiaro che ho la possibilità di fare qualcosa al riguardo. È nostro dovere dare ciò che possiamo e, se non soldi, un altro aiuto pratico o almeno un sorriso e qualche parola incoraggiante.

Tutto questo è oltre al minimo del dieci percento dei nostri guadagni che la halakhà prescrive di mettere da parte per la tzedakà.

La differenza nei diversi atteggiamenti verso la tzedakà si esprime anche in un altro ambito. Infatti se i miei doni provengono dalla mia personale generosità e munificenza allora di conseguenza mi spetta anche un riconoscimento e l’onore per questa mia azione. E se il ricevente deve pagare un piccolo prezzo con la sua dignità per beneficiare della mia generosità ebbene … siamo pari!

Se, invece, sto meramente distribuendo soldi facendo soltanto il mio dovere, allora non scatta nessun egoismo e il ricevente non deve pagare con la sua dignità. Siamo entrambi partner nel piano cosmico degli investimenti del Depositante.

Rav Baruch S. Davidson per gentile concessione di Chabad.org

P.S. In quest’articolo ho enfatizzato l’opinione ebraica sulla tzedakà; per favore non interpretare la mia risposta in modo spregiativo verso altre persone che danno. Donare a una giusta causa è un atto enormemente positivo agli occhi di D-o, se viene fatto con le giuste intenzioni o meno, per quanto sia importante filosofizzare e capire, è il dare concreto che conta di più.

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