Passi sulla Luna

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Domani 20 luglio celebreremo i cinquant’anni dal primo passo di un uomo sulla Luna. Si dice che l’immagine della Terra come pianeta blu scattata da un astronauta tre anni dopo, nel 1972, abbia in qualche modo cambiato il nostro modo di guardare la Terra: intera, non divisa da muri e confini, un solo pianeta, una sola umanità. Quell’immagine mostra anche l’estrema fragilità del nostro pianeta, isolato nell’universo nero, senza possibilità di essere sostituito. E questa emozione ha dato una spinta all’impegno ambientalista, contro lo sfruttamento di risorse e le innumerevoli cause di inquinamento e distruzione di questo nostro delicato habitat.

La corsa allo spazio, cinquant’anni fa, aveva una valenza di contrapposizione tra Stati Uniti e Russia,e anche tra mondo occidentale giudeo-cristiano e mondo sovietico ateo. Infatti ricordiamo la lettura emozionante dei primi versetti della Genesi fatta dai tre astronauti dell’Apollo 8, la notte di Natale del 1968, e celebrata poi con l’emissione di un francobollo.

Cinquant’anni dopo, vale la pena ricordare la decisione presa dai tre astronauti, tre uomini che di fronte alla meraviglia di ciò che videro nello spazio non vollero celebrare loro stessi, ma pensarono a Dio e gli resero omaggio. Una lettura che, a seguito di proteste e denunce, portò i dirigenti della Nasa a chiedere a Neil Amstrong, che per primo avrebbe camminato sulla Luna, di non usare parole religiose. Tuttavia il compagno di Amstrong, Buzz Aldrin, aveva portato con sé pane e vino datigli dal pastore presbiteriano della sua chiesa, e celebrò l’eucarestia leggendo in silenzio un versetto da Giovanni 15, che aveva scritto su un foglietto: «Io sono la vite, voi siete i tralci. Chiunque rimane in me ed Io in lui, porterà molto frutto, perché senza di me non potete fare niente».

D’altra parte per i sovietici l’esperienza dello spazio pare essere stata un sostegno alla propaganda ateista di oltre cortina. Infatti Jury Gagarin avrebbe detto “Non vedo nessun Dio, quassù”. E come lui anche altri astronauti sovietici dichiararono di non aver trovato né Dio né angeli nell’altro dei cieli. E tuttavia fu proprio Gagarin a dire la frase «Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini. Girando attorno alla Terra, nella navicella, ho visto quanto è bello il nostro pianeta. Il mondo dovrebbe permetterci di preservare ed aumentare questa bellezza, non di distruggerla!» Forse non tutti sanno che papa Paolo VI aveva consegnato all’equipaggio dell’Apollo 11 una speciale scatola contenente il Salmo 8, da depositare alla base della bandiera americana piantata sul suolo lunare proprio il 20 luglio 1969. E anche il mondo musulmano ha voluto riconoscere la presenza divina nel cosmo facendo circolare la voce che Neil Amstrong e i suoi compagni avrebbero udito l’invito alla preghiera (l’Adhan) nella loro passeggiata lunare, e che lo stesso Amstrong si sarebbe in seguito convertito all’Islam. Anche se la storia è stata smentita più volte, altri astronauti musulmani sono stati sulla Luna, e l’impatto dell’allunaggio è stato forte anche nella spiritualità musulmana.

Un altro astronauta, James Irving (Apollo 12), dichiarò di aver sentito Dio mentre si trovava sulla Luna, e, abbandonata la NASA, creò una fondazione religiosa il cui motto è significativo: “Gesù che cammina sulla Terra è più importante dell’uomo che cammina sulla Luna”. In effetti, i motivi per fare le spedizioni sulla Luna o nello spazio erano e sono tuttora legati a migliorare le condizioni di vita sulla Terra. Che si tratti di esperimenti scientifici miranti a verificare nuove cure mediche o nuove tecnologie, tutto è finalizzato alla vita sulla Terra.

Anche la contemplazione del nostro pianeta che appare unitario e senza confini, un luogo in cui la pace e la convivenza sono possibili tra esseri umani. Anche le vicende personali degli astronauti e i loro percorsi spirituali sono esempi di come gli esseri umani si trasformano e possono ricavare dalle loro esperienze più forti e toccanti l’invito del Dio dell’universo a diventare più umani. Allora Dio abita negli spazi vuoti e immensi dell’universo? È nelle energie e nelle forze gravitazionali che tengono i pianeti e le galassie in equilibrio fra loro e in movimento? Oppure si cela nell’infinitamente piccolo del bosone di Higgs? O semplicemente è nella nostra lode e nei nostri gesti d’amore?

Di fronte alla meraviglia degli equipaggi spaziali, d’Occidente e d’Oriente, siamo portati anche noi a esprimere la nostra lode a Dio. Come loro ci rivolgiamo alla Parola che conosciamo, ne sentiamo tutta la profondità. Poi volgiamo lo sguardo alla Terra, e invochiamo da Dio la pace e la benedizione, perché questa Terra possa crescere fino ad assomigliare a quella bellezza senza muri e senza violenze e crudeltà che si vede dallo spazio.

Letizia Tomassone

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