Costruire la Sukkah

da Moked.it, il portale dell’ebraismo italiano.

Sostanzialmente Sukkot conclude il periodo delle festività autunnali. Ed è una festa veramente particolare che si differenzia da tutte le altre che si celebrano durante l’anno, in casa ed al Beith Hakneseth. L’apice della celebrazione avviene in una struttura primitiva e provvisoria: una capanna di rami e fronde. Questo per ricordarci da dove veniamo: oggi possiamo essere all’apice del successo, ma la Torà ci impone di non montarci la testa. Siamo sempre profughi che fuggivano da una dura schiavitù, o al massimo figli dei fuggitivi.

Nell’ordine “Moed” della Mishnà c’è un intero trattato su Sukkot, con i dettagli per la costruzione della sukkah. È sorprendente la casistica immaginata dai nostri Maestri su come si può costruire la sukkah e l’analisi, caso per caso, della validità o meno della soluzione ipotizzata. È chiaro che in questa sede non è possibile ripercorrere tutte le ipotesi prospettate dai Maestri, ma sostanzialmente i concetti base sono pochi e chiari.

La sukkah deve essere una struttura provvisoria come si addice a una protezione costruita come riparo destinato a proteggere il migrante durante poche notti durante un viaggio nel deserto. L’attenzione dei Maestri si concentra su due aspetti fondamentali: il carattere provvisorio della struttura e la conformazione del tetto.

Non si devono utilizzare strutture preesistenti e il tetto deve essere coperto di frasche (“cresciuto dal terreno e tagliato”). Quest’ultimo aspetto è fondamentale per rendere valida la copertura, perché rami o tralci, che crescano a coprire la sukkah a forma e con funzione di tetto, non sono validi: la sukkah dobbiamo costruirla appositamente noi, non possiamo approfittare della crescita naturale di qualche vegetale. Un altro interessante comandamento riguarda il materiale vegetale: i fasci di rami, di paglia o simili legati, non sono ammessi, perché si può pensare siano stati posizionati sul tetto per farli asciugare: devono essere aperti e sparsi sul tetto per dimostrare che il materiale vegetale è stato tagliato espressamente per costruire la sukkah. Questo mi fa venire qualche dubbio sulla correttezza di coprire il tetto della sukkah con stuoie vegetali, perché sono sì vegetali non sono necessariamente state fabbricate da noi espressamente per la sukkah (Sukkah cap.1, Misnah 5). Nella Mishnah 11 viene discusso proprio il caso della stuoia di canne: se questa è fabbricata per dormirci sopra (o altri usi) non è accettabile come copertura del tetto. Viceversa Rabbi Eliezer afferma che se la stuoia è fabbricata espressamente come tetto della Sukkah allora è accettabile.

Queste prescrizioni che troviamo nella Mishnà, mi portano a ritenere che sia preferibile costruire lo scheletro della sukkah in legno, piuttosto che in metallo. I perni e le viti per collegare i piantoni di legno saranno necessariamente metallici, ma la loro massa, anche se non è “più piccola di un’oliva” è senz’altro trascurabile. Un accorgimento da ricordare: i quadrilateri devono essere consolidati con barre diagonali: questo per una legge di geometria che rende indeformabile un quadrilatero attraversato da una diagonale.

In città può essere un po’ arduo procurarsi i rami per coprire il tetto, ma rivolgendosi a una azienda che effettui potature, si potranno ricevere i rami a domicilio senza grosse spese, perché si fa risparmiare all’azienda il costo di smaltimento che altrimenti dovrebbero pagare all’azienda per la raccolta rifiuti. Per lo scheletro della sukkah si possono trovare agevolmente, nei Centri di bricolage e fai-da-te, barre di legno (autentico, non conglomerati speciali, ma non naturali) adatte allo scopo.

Come visto in precedenza, i rami tagliati devono essere sciolti e non legati in fascine, e la quantità da sistemare sul tetto deve essere tale da far prevalere l’ombra al sole, ma al tempo stesso si “devono poter vedere le stelle attraverso il tetto”. È un aspetto significativo che a mio parere travalica la semplice indicazione costruttiva. Per quanto importante sia l’opera dell’Uomo, perfino nell’esecuzione di una mitzwà, non bisogna mai perdere di vista il “Cielo”.

Sorprendentemente, invece sulle pareti le limitazioni sono molto minori: praticamente qualunque materiale è accettabile, sia tavole di legno rifiutate per il tetto, ma ammesse per le pareti. Spesso le pareti sono costituite da teli, ma in questo caso devono essere ben fissati ai montanti lungo tutta la loro altezza, per evitare lo “sventolio”. Le pareti devono essere almeno tre e ci deve, ovviamente, essere una”porta d’ingresso”.

Nei musei ebraici troviamo spesso esempi di pareti di sukkot dipinte artisticamente con raffigurazioni di episodi di vita ebraica. Tuttavia devono essere sempre mobili e costruite appositamente per la sukkah. L’impiego di strutture fisse pre-esistenti (muri, tronchi d’albero, file di canne che crescono dal terreno) non è ammesso: anche qui occorre “costruire” la sukkah.

Le dimensioni della sukkah devono essere sufficienti per consumare i pasti al loro interno e possibilmente anche per dormirci dentro.

Come si vede da questi precetti e dalle discussioni rabbiniche che hanno caratterizzato questa mitzwà, vi sono due piani diversi: da un lato un richiamo a ritornare alla modestia delle origini, ma anche un richiamo alla natura.

La vita ( e il successo in essa) ci possono insuperbire: una volta all’anno però, non dobbiamo dimenticare da dove veniamo e da dove siamo passati. Viandanti, profughi, in fuga dalla schiavitù che ci trascinavamo faticosamente nel deserto senza una casa degna di questo nome: abitavamo nelle capanne.

L’altro aspetto quasi sempre presente nelle feste è il richiamo alla natura. La prescrizione che la copertura del tetto sia di materiale vegetale grossolano, non elaborato (nemmeno come fascine legate) è un richiamo ai doni del Signore che nascono dalla terra. Oggi tendiamo a valorizzare il “manufatto”: I nostri Maestri ci insegnano invece che non dobbiamo dimenticare il semplice e naturale “prodotto della terra”.

Infine un insegnamento prezioso: la mitzwà non deve essere fine a sé stessa, la sua esecuzione non deve oscurare la vista del “Cielo”: deve essere un mezzo per farci vedere meglio il “Cielo” ed avvicinarci al Signore.

Roberto Jona, agronomo

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