Crescita economica e crescita sociale non possono essere disgiunte

da Riforma.it, il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia.

La cosa più difficile del tempo che viviamo è, probabilmente, seguire la rapidità di evoluzione e la complessità dello scenario nel quale siamo immersi. L’inaugurazione della XXXII Olimpiade ci ha offerto un intero indice di argomenti per rappresentare tale complessità: il 23 luglio del 2021 si sono infatti aperte le Olimpiadi di Tokyo 2020. L’asincronia contenuta in tale denominazione segna la catastrofe che ha investito il mondo: probabilmente tale tragedia si è avviata nell’autunno del 2019. Nei primi mesi del 2020 l’epidemia di un oscuro virus originata in Cina ha cominciato a percorrere le rotte dei movimenti globali. L’11 marzo l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarò ufficialmente al mondo che era in corso una pandemia. Da allora, abbiamo assistito a stadi diversi della lotta al Covid-19: prove terribili per i sistemi sanitari; tentativi, fallimenti e progressi immani della scienza; errori – e speculazioni indegne – di natura politica che si sono alternati a decisioni di grande coraggio e lungimiranza di portata storica.

Dunque, questa 32a edizione dei Giochi si è aperta con un anno di ritardo in uno stadio vuoto. Nella cerimonia di apertura abbiamo visto sfilare le bizzarre conseguenze della realtà sul movimento olimpico, autoritratto in scala del mondo: atleti senza patria nella squadra dei rifugiati; atleti senza bandiera perché l’esistenza del loro Paese (come Taiwan) è offesa insostenibile per altre Nazioni; altri senza bandiera per l’indegnità del doping con la quale si è coperto il loro Paese in quanto tale e non solo il proprio movimento sportivo; atleti di un Paese in agonia come l’Afghanistan, abbandonato a sé stesso e travolto nelle medesime ore dai Talebani (potranno tornare quegli atleti a casa?). Quella sfilata delle delegazioni è stata – certo non per la prima volta – la descrizione della precarietà della situazione geopolitica. Ma ancora, questi Giochi si sono aperti sotto la spada di Damocle di una possibile, immediata sospensione per un eventuale dilagare del contagio. Ciò in uno dei Paesi tecnologicamente più avanzati del mondo. Del quale, però, solo il 23% della popolazione è vaccinato. Perché, paradossalmente, in Paesi avanzati come il Giappone o l’Australia, la campagna vaccinale langue.

Nello scenario geopolitico si sono evoluti, attraverso la crisi del Covid, elementi di novità di grande portata. Le nuove politiche industriali europee improntate alla neutralità ambientale e alla digitalizzazione dell’economia con obiettivi dati tra il 2030 e il 2050 hanno generato il piano di riforme noto come Next Generation Eu. Piano finanziato con l’emissione di debito comune da parte dell’Unione stessa. Il 13 luglio è stato, dunque, il giorno che sarà ricordato come quello nel quale quel piano è passato dall’essere un bel sogno a diventare una realtà in via di realizzazione: il giorno nel quale, a Bruxelles, il Consiglio Ue dell’Economia e delle Finanze ha dato il via libera al Piano di Ripresa e Resilienza di dodici Paesi, compresa l’Italia. Con il via libera definitivo, la Commissione erogherà presto i primi finanziamenti. Per dirla con le parole del Commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni «è il vero inizio di tutto il Next Generation Eu».

Su un fronte ancora più vasto, al G20 di Venezia, sotto la presidenza italiana, si è affermata l’idea di far nascere, in ambito Ocse – quindi con la partecipazione degli Usa –, una tassazione minima globale delle multinazionali, inclusi i giganti del web americani. E proprio dagli Usa, dopo 10 anni che non accadeva, la segretaria al Tesoro dell’Amministrazione Biden, Janet Yellen, è venuta a partecipare all’Eurogruppo – il Consiglio dei ministri dell’Economia e delle Finanze dei Governi dell’Unione. Yellen ha inquadrato la sostanziale similitudine delle situazioni, e ha affermato: «in questo contesto, è importante che la posizione di bilancio rimanga di sostegno fino al 2022. In futuro, è importante che gli Stati membri prendano seriamente in considerazione ulteriori misure di bilancio per garantire una solida ripresa nazionale e globale e per ricostruire in modo tale da rendere la ripresa dell’Europa durevole nel futuro e capace di offrire vantaggi tangibili a tutti i cittadini dell’Unione».

Ma un altro punto sul quale si deve riflettere è quello delle conseguenze, che si sono immediatamente manifestate, della rivoluzione industriale impostata nei piani europei. Chiusure come quelle degli stabilimenti di Gianetti Ruote di Ceriano Laghetto o della GKN di Campi Bisenzio ci parlano di una generale ristrutturazione del settore Automotive, nel quale l’affermazione della trazione elettrica comporta conseguenze enormi in quell’indotto nel quale l’industria italiana è stata una delle più forti fino a oggi.

Dobbiamo cercare un principio politico unificante che ci permetta di tenere insieme la crescita economica con quella sociale che è, peraltro, fine ultimo del Next Generation Eu, che troviamo nelle parole di Mario Draghi, «se è vero che non si può avere coesione sociale senza crescita, è anche vero che non si può avere crescita senza coesione sociale». Ciò ci richiama a quell’economia sociale di mercato che ha guidato, in stagioni politiche anche molto diverse, le politiche economiche e sociali della Germania dal dopoguerra a oggi. Quel mantenere la barra verso la centralità della persona che permetta di creare uno spazio finanziario necessario per garantire una politica sociale solidale a favore dei meno abbienti.

Uno scenario nel quale avviare un nuovo dinamismo che coinvolga non solo i governi e il capitale, ma anche corpi intermedi, cittadinanza, imprese, giovani. Uno scenario per quella coesione sociale auspicata da Draghi in cui nasca una nuova correttezza di rapporti responsabili tra i vari attori sociali. Nel quale, per tutte le buone ragioni di uno sviluppo equilibrato e solidale, uno stabilimento industriale produttivo non possa essere chiuso, senza ragione, all’improvviso e i lavoratori licenziati con una mail. Una sana libertà economica implica, come abbiamo visto, responsabilità e solidarietà sociale.

Cesare Damiano

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