Sul limitare del 1942, in uno scritto destinato agli amici più cari (Bilancio sulla soglia del 1943 – Dieci anni dopo, in Resistenza e resa. Lettere e altri scritti dal carcere, Opere, vol. VIII, Queriniana, 2002, pp. 21-40), Bonhoeffer traccia un bilancio di dieci anni di resistenza al regime di Hitler. Sono parole pesanti, maturate a contatto con l’esperienza della sofferenza, dell’ingiustizia e della morte. Ma sono anche parole piene di speranza che solo chi ha una fede grande può dare. Ne riproponiamo alcune.
Negli ultimi anni l’idea di morte ci è divenuta sempre più famigliare. Ci meravigliamo di noi stessi per l’imperturbabilità con cui accogliamo la notizia della morte dei nostri coetanei. Non possiamo più odiare tanto la morte: nei suoi tratti abbiamo scoperto qualcosa di buono e ci siamo quasi riconciliati con essa. In fondo, sentiamo bene che siamo già nelle sue mani e che ogni nuovo giorno è un miracolo. Certo, non sarebbe giusto dire che moriamo volentieri – per quanto a nessuno sia sconosciuta quella stanchezza cui però in nessun caso dobbiamo lasciare via libera. Siamo troppo curiosi per questo o, per dir meglio: vorremmo riuscire a capire qualcosa di più del senso della nostra vita dissestata. Neppure consideriamo eroica la morte, perché troppo grande e cara ci è la vita. Ci guardiamo bene dal pensare che il senso della vita sia nel pericolo: non siamo abbastanza disperati e conosciamo troppo i beni della vita, e anche la paura per la vita e tutti gli altri effetti distruttivi che produce una minaccia continuamente incombente su di essa. Noi amiamo ancora la vita, ma credo che la morte non possa più sorprenderci molto. Da quando abbiamo fatto esperienza della guerra, quasi non osiamo assecondare il nostro desiderio che la morte non ci colga in modo fortuito, improvviso, lontani dall’essenziale, ma nel pieno della vita e dell’impegno. Saremo però noi e non le circostanze esteriori a fare della nostra morte ciò che essa può essere, cioè una morte accettata con libero assenso.