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Nella precedente riflessione sulla Rerum novarum (cf. qui su SettimanaNews) abbiamo commentato la fervente difesa della proprietà privata da parte di Leone XIII. Una difesa che il Papa fonda su tre dimensioni: la natura, la libertà e la spiritualità.
Egli afferma anzitutto che «i beni privati sono conformi alla natura». Infatti, al di là di qualsiasi organizzazione ideologica dello Stato, «l’uomo è anteriore ad essa» e, prima di ogni altra cosa, deve valere il suo «diritto di provvedere alla propria vita e al proprio corpo». Partendo da questo dato essenziale, Leone XIII afferma: il fatto che «la terra sia stata data dalla natura e da Dio a uso e godimento di tutto il genere umano, non si oppone per nulla al diritto della privata proprietà di porzioni determinate». Poiché il Creatore ha fatto a tutti quel dono «non perché ognuno ne avesse un comune e promiscuo dominio, bensì in quanto non assegnò nessuna parte del suolo determinatamente ad alcuno, lasciando ciò all’industria degli uomini e al diritto speciale dei popoli».
Dio non dispone l’amministrazione della terra da parte dell’uomo in modo astratto, bensì concreto. Allo stesso modo, non stabilisce la misura che spetta a ciascuno, poiché rispetta la nostra autonomia e le relazioni che segnano il nostro cammino storico. Spesso le relazioni umane producono ingiustizia, ma questa è una responsabilità nostra. Qui il libero arbitrio si manifesta in tutta la sua forza…
Pur essendo consapevole dell’iniquità presente al suo tempo, Leone XIII propone un altro elemento di speranza: il lavoro. Infatti, coloro che non possiedono beni «compensano» questo fatto con un’attività per la quale devono ricevere un giusto salario. Un meccanismo che, grazie al risparmio, può consentire a individui e famiglie di acquisire proprietà e nel migliore dei casi anche terreni propri.
Secondo il Papa, «la forza di tali ragioni è così evidente che è davvero sorprendente che qualcuno possa dissentirne, se non è mosso dal desiderio di restaurare dottrine già da tempo rigettate dall’esperienza e dal corso stesso della vita umana». Si riferisce a coloro che «negano apertamente» all’individuo «il diritto di possedere come padrone il terreno su cui ha costruito o il campo che ha coltivato. Essi non si rendono conto che, negando ciò, l’uomo sarebbe privato delle cose prodotte con il proprio lavoro».
Nel 1891, un pontefice già levava il suo grido al cielo contro gli statalisti voraci che rendono uguali gli uomini solo nella miseria: «La giustizia può forse ammettere che qualcuno venga ad appropriarsi di ciò che un altro ha innaffiato con il proprio sudore?». Assicurare «il frutto del lavoro» è una esigenza vitale. Ed è anche una garanzia di pace e armonia, poiché la proprietà privata rappresenta una legge «sommamente consona alla natura dell’uomo e alla pacifica convivenza sociale».
Miguel Ángel Malavia