Don Lorenzo Milani: origini e formazione. La formazione di Lorenzo Milani in seminario (1943-1947)

Voi, in seminario, dovete studiare, imparare a crescere nella preghiera, conoscere la vita spirituale. Poi, in seminario, siete tanti, e la vita comunitaria è importante. E poi studiate. Quattro pilastri: la vita spirituale, la preghiera; la vita comunitaria con i compagni; la vita di studio, perché dobbiamo studiare: il mondo non tollera la figuraccia di un sacerdote che non capisca le cose, che non abbia un metodo per capire le cose e che non sappia dire le cose di Dio con fondamento; e quarto: la vita apostolica; voi il fine settimana andate in parrocchia e fate questa esperienza. Questi quattro pilastri, che siano sempre presenti. “Ma qual è più importante?”. Tutti e quattro sono importanti. Se ne manca uno, la formazione non è equilibrata. Tutti e quattro.

papa Francesco

Il 9 novembre 1943, dopo due mesi di discussioni con i genitori e i parenti contrari1, Lorenzo Milani entrò nel seminario di Cestello in Oltrarno.

Il seminario fiorentino di questi anni doveva il suo orientamento disciplinare e spirituale, di carattere severamente ascetico, al card. Elia dalla Costa, il quale, entrato in diocesi nel 1932, aveva operato una vasta riorganizzazione della Chiesa utilizzando sapientemente gli strumenti delle visite pastorali, il sinodo diocesano, il concilio etrusco e anche l’unificazione dei seminari diocesani. Inoltre egli scrisse, nel 1938, anche un piccolo libro per i seminaristi, Videte vocationem vestram, dove propose il tipico modello tridentino del presbitero diocesano: il parroco “attento a coltivare la propria vita spirituale, non necessariamente attento ai problemi culturali o sociali, tutto incentrato sul suo ruolo paterno, sulla propria vita interiore: pio, mite e obbediente in primo luogo, ma anche vivificato da un rapporto diretto con la Scrittura e con la figura di Cristo”2 e che conservasse una “separazione dal mondo, visto con una forte carica di negatività”3. In questi anni di seminario Milani, anche se già con dubbi, domande e comportamenti anticonformisti, accettò il modello spirituale e pastorale che gli veniva proposto.

L’impostazione degli studi non era diversa da quella degli altri seminari italiani del tempo, a proposito dei quali padre G. Martina, in La Chiesa in Italia negli ultimi trent’anni, ha rilevato un ritardo rispetto alla cultura e alla produzione teologica europea4. Importante per il rinnovamento degli studi e dei metodi educativi nel seminario fiorentino fu l’azione di don Enrico Bartoletti, docente di Sacra Scrittura, il quale portava avanti parallelamente le esigenze dell’esegesi scientifica e quelle magisteriali ma non l’usuale impostazione apologetica. Successivamente divenne rettore.

Il ventenne Lorenzo Milani si inserì in questo ambiente con disponibilità ed entusiasmo per la vita comunitaria, ma anche con originalità e intransigenza nei confronti dei difetti del sistema educativo del seminario. Questo rese la vita di seminario tutt’altro che monotona, e, nei quattro anni di permanenza, collezionò contrasti, appassionate discussioni e amicizie ed inimicizie forti e durature. Il seminarista Milani, dal punto di vista disciplinare, mostrò notevole indipendenza di giudizio (eredità della cultura familiare), ma soprattutto un’obbedienza e una povertà quasi ostentate.

Nell’ambito degli interessi e degli studi assumeva una condotta singolare ma che rispecchiava la sua formazione: studiava solo ciò che lo interessava e non mostrò mai di dar importanza ai risultati degli esami ma solo alla qualità della sua preparazione di pastore, che arricchiva anche con accaniti dibattiti. Questi vivaci scambi di idee vertevano su argomenti che nel ministero del prete fiorentino saranno centrali: la questione sociale e i problemi di apostolato ad essa collegata. A questo proposito “risulta che, negli anni di seminario, egli si era appassionato alla lettura dell’opera di H. Godin e Y. Daniel, La France, pays de mission?5, tanto che pensò di tradurla in italiano con l’aiuto di alcuni compagni seminaristi, affascinati al pari di lui dal volume francese6.

Ma nei suoi studi Milani utilizzava anche altre opere e scritti di teologi o scrittori di origine francese, pubblicati su riviste specializzate e libri che si faceva spedire da Oltralpe per compensare le carenze dell’insegnamento locale7.

Forte influenza ebbe per il clero e probabilmente per i seminaristi della diocesi fiorentina la persona, il progetto pastorale e le iniziative editoriali di don Facibeni: egli fondò l’Opera della Madonnina del Grappa all’interno della parrocchia di S. Stefano in Pane a Rifredi, i cui abitanti erano in gran parte operai o immigrati. Proprio “la inscindibilità dell’Opera dalla parrocchia serviva a proporre una pastorale «missionaria» della comunità parrocchiale che aveva molti punti di contatto, pur essendo cresciuta autonomamente, con le analisi della «Mission de France»”8, e quindi con le riflessioni transalpine sulla questione sociale che tanto entusiasmavano Milani e i suoi compagni. Scopo dell’iniziativa era l’apostolato “in umiltà e semplicità nei luoghi più moralmente e spiritualmente abbandonati”9 svolto da un gruppo di sacerdoti che collaboravano e vivevano con don Facibeni. I principali orientamenti dell’Opera erano gli scritti di padre Chevrier e l’esperienza del Prado.

Facibeni pubblicava già dal 1913 un bollettino parrocchiale letto in tutta la diocesi (negli anni ’30-’40, fino al dopoguerra, ebbe un ruolo di supplenza a un vero e proprio settimanale diocesano) che, dopo aver portato vari titoli, assunse definitivamente il nome di «Il Focolare» nel 1953. Vi scrissero i maggiori esponenti del cattolicesimo fiorentino di quell’epoca (oltre allo stesso Facibeni, La Pira, Balducci, Bartoletti e altri); inoltre il periodico dava molto spazio alle prese di posizione dei vescovi francesi (soprattutto mons. Ancel, vescovo ausiliare di Lione e superiore generale del Prado) sul problema operaio e, nell’episcopato italiano, all’impegno per il rinnovamento liturgico in senso comunitario e alle posizioni sociali di mons. Lercaro, oltre agli interventi di Giovan Battista Montini; la rivista si occupò anche di un buon numero di inchieste tra i lettori, fossero essi laici o del clero (uno dei dibattiti fu intitolato Toscana, terra di missione). Più attinente al tema della formazione scolastica di Milani fu l’attività di informazione editoriale svolta dal giornale: pubblicava notizie e indicazioni sui testi di teologi e scrittori cattolici francesi contemporanei e riportava ampi brani delle loro opere. Particolarmente “ricorrenti gli scritti di Congar, Danielou, Maritain, don Godin”10. Proprio don Giulio Facibeni venne chiamato a predicare gli esercizi spirituali prima della loro ordinazione presbiterale da Milani e dai suoi compagni.

A questa ordinazione, il 13 luglio 1947, don Lorenzo Milani giunse quindi da un cammino vocazionale e formativo davvero particolare, poco comune per il clero del suo tempo, per andare ad iniziare il suo ministero in quel contesto di Chiesa italiana e fiorentina che, invece, fu elemento condiviso da tutti i preti di quegli anni.

1 “Meglio morto sul campo di battaglia che con il vestito da prete addosso” fu la prima reazione di rabbia e delusione della madre Alice. M. Lancisi, Il segreto di don Milani, II ed., Casale Monferrato (Al), Piemme, 2002, p. 20. La sorella Elena ricorda: “Fu una vera tragedia. I miei genitori hanno fatto di tutto per distoglierlo da quella decisione, se non con i fatti, almeno con le parole. Ricordo che il periodo delle discussioni durò a lungo. […] Mia madre pensava che la decisione di Lorenzo di farsi prete fosse proprio una distruzione di sé stesso, anche se poi è riuscita a seguirlo, e anche ad aiutarlo e comprenderlo molto bene”. Ibi, pp. 31-32.

2 B. Bocchini Camaiani, Chiesa e ambienti religiosi fiorentini negli anni ’50, in Don Lorenzo Milani tra Chiesa, cultura e scuola. Atti del convegno di Milano, Università Cattolica, 9-10 marzo 1983, Milano, Vita e Pensiero, 1984, pp. 61-91, 61.

3 Ibidem.

4 Citato in Ibi, p. 62.

5 L. Pazzaglia, Don Milani uomo di scuola, in Don Milani tra Chiesa, cultura e scuola, p. 169-191, 170.

6 Questa notizia è riportata in ibi, p. 188, nota 8.

7 “Durante il concilio ecumenico, un vescovo si lamentava con me: «Ci riempiono di libri… Ci riempiono di libri…». Me li fece vedere. Uno dei volumi, tradotto in italiano come gli altri, era il trattato sull’eucarestia sul quale Milani aveva studiato di idea sua in seminario. Con una differenza: Milani aveva usato il testo in francese (conosceva anche quella lingua). Allora la Francia era all’avanguardia della ricerca teologica. E Milani si era procurato varie pubblicazioni francesi. Ricordo che ci faceva notare la diversità di approfondimento di tante tesi teologiche e dogmatiche rispetto ai testi da noi usati”. Testimonianza di don Auro Giubbolini, compagno di seminario di Lorenzo Milani, in N. Fallaci, Vita del prete Lorenzo Milani. Dalla parte dell’ultimo, V ed., Milano, BUR, 1997, p. 67.

8 B. Bocchini Camaiani, Chiesa e ambienti religiosi fiorentini negli anni ’50, pp. 63-64.

9 Ibidem.

10 Ibi, p. 83, nota 16.

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