Appunti sulla storia dell’Ortodossia in Italia

da Ortodossiatorino.net, il sito della parrocchia ortodossa del Patriarcato di Mosca a Torino dedicata a San Massimo.

Presentiamo il testo di un’intervista che Tudor Petcu ha fatto all’igumeno Ambrogio, parroco della comunità ortodossa di San Massimo a Torino, sulla storia dell’Ortodossia in Italia.

1) Sebbene la storia dell’Ortodossia in Italia sia un argomento che richiede ancora qualche chiarimento sia per gli studiosi ortodossi, sia per quelli eterodossi, mi piacerebbe tuttavia che lei mi dicesse come dobbiamo percepire lo sviluppo delle Chiese ortodosse, oppure del patrimonio ortodosso d’Italia. Quali sarebbero gli argomenti per l’affermazione secondo cui le radici d’Italia sono ortodosse?

Igumeno Ambrogio: Più si conosce la Chiesa ortodossa, più si vedono elementi del passato religioso dell’Italia che vi si adattano perfettamente (dall’iconografia all’architettura delle chiese, fino a tante usanze popolari) mentre “stonano” curiosamente con gli sviluppi cattolici del secondo millennio. Per dirla in altre parole, l’Italia cristiana del primo millennio ha più punti in comune con i paesi ortodossi di ieri e di oggi di quanti ne abbia con l’Italia cattolica contemporanea.

2) Se dovessimo parlare dei santi ortodossi italiani più importanti, cosa potrebbe dire o mettere in evidenza? Ci sono davvero santi ortodossi italiani, e quanto sono conosciuti nel mondo ortodosso?

I santi del primo millennio sono facili da rubricare nel calendario ortodosso. Le eccezioni sono veramente poche, e sono costituite da personaggi noti per la loro “ortodossomachia”, per esempio attraverso l’esplicita adesione al dogma del filioque, e alla sua diffusione (l’esempio più noto in Italia è Paolino d’Aquileia).

Nel secondo millennio, i casi si fanno più rari: ci sono confessori della fede ortodossa e addirittura martiri, che hanno sofferto per l’Ortodossia in diverse zone d’Italia, ma le loro vite non sono pubblicizzate adeguatamente (non so dire se questo avvenga per ottusità o per un timore – che ritengo in gran parte immotivato – di danneggiare le relazioni con il cattolicesimo romano). Vi sono pure state figure di santi che hanno compiuto in Italia gesta degne di nota, come il vescovo Ioann Maksimovich, che aiutò i profughi ortodossi russi dalla Jugoslavia a rifarsi una vita, o l’ammiraglio Fjodor Ushakov (oggi canonizzato) e il maresciallo Aleksandr Suvorov (proposto per la canonizzazione), che aiutarono a liberare l’Italia dai rivoluzionari giacobini. Queste gesta sono generalmente ignorate, e tocca a noi non farne perdere la memoria.

3) Si potrebbe dire dal suo punto di vista, come sacerdote ortodosso italiano, che la Chiesa russa ha contribuito di più allo sviluppo dell’Ortodossia in Italia? Dovremmo dire che la Chiesa russa è sempre stata la più attiva di tutte le Chiese ortodosse in Italia?

Le giurisdizioni ortodosse in Italia sono come i membri di una famiglia. Non ha senso fare una gara tra loro per stabilire quale sia la migliore, quale la più attiva, e così via. È utile invece imparare gli uni dagli altri, integrando un sano orgoglio (la consapevolezza di avere fatto qualcosa di buono… quando lo si è fatto veramente) con una sana umiltà (la consapevolezza che c’è ancora molto da fare).

In questo senso, la Chiesa ortodossa russa ha alcune lezioni storiche da offrire: un’apertura ai fedeli di diverse provenienze e lingue (inclusi gli italiani), una fiducia estesa alle comunità nascenti (di cui qualcuno a volte ha abusato… ma la fiducia non è stata ritirata), e la mancanza di desiderio di espandersi a spese di altre Chiese ortodosse.

4) Anche se non esiste per ora una Chiesa ortodossa italiana, crede che ci siano delle possibilità per un’Ortodossia italiana con le sue particolarità nel futuro?

Già nella serie di domande e risposte dell’anno 2004 avevo scritto una traccia dei requisiti minimi perché si possa parlare di una Chiesa ortodossa indipendente (autonoma o autocefala) in Italia. La riporto qui sotto, perché da quel tempo non è sostanzialmente cambiato molto:

  • Una continuità di struttura ecclesiale attraverso un periodo ragionevolmente lungo;

  • Un sinodo episcopale locale in grado di mantenersi e di rinnovarsi nel tempo (secondo le modalità ortodosse di consacrazione episcopale, questo vuol dire come minimo assoluto tre vescovi con giurisdizione territoriale nel paese, e verosimilmente anche di più);

  • Un seminario e/o facoltà teologica in grado di provvedere quanto meno al ricambio dei preti e diaconi delle parrocchie;

  • Istituzioni monastiche stabili (anche in previsione di fornire nuovi candidati all’episcopato);

  • Santi locali, santuari e centri di pellegrinaggio, fonti di ispirazione spirituale (nel caso dell’Italia, giova ricordarlo, non mi riferisco a memorie dell’antico Occidente ortodosso, ma a veri santi locali contemporanei);

  • Un programma adeguato di vita culturale ecclesiale (giornali, pubblicazioni, trasmissioni radiotelevisive, siti internet e/o altre fonti mediatiche).

L’effettivo numero di fedeli, e la quantità e grandezza di parrocchie e monasteri, sono considerazioni secondarie, ma hanno la loro importanza, perché per parlare di una chiesa autonoma locale bisogna che una percentuale significativa (anche l’uno per cento, ma deve esserci!) della popolazione locale sia di fede ortodossa.

Nessuna di queste possibilità è irrealizzabile (alcune sono in via di realizzazione), ma certo l’intero processo richiederà molto tempo.

5) Nella sua ricerca sulla storia dell’Ortodossia in Italia, quali sono state le scoperte più importanti per lei?

Nel campo della storiografia dell’Ortodossia nell’Italia contemporanea, io non sono stato tanto un esploratore e uno scopritore di dati, quanto piuttosto un raccoglitore e un coordinatore di dati già esistenti. Ritengo che siano certamente possibili alcune scoperte interessanti, che potrebbero far riscrivere intere pagine di questa storia. Offro un solo caso a titolo di esempio: il nostro amico Mikhail Talalay, nel corso delle sue ricerche sulle chiese ortodosse russe in Italia, ha riscoperto all’archivio di stato di San Pietroburgo gli atti della fondazione della cappella ortodossa di Torino, presso l’ambasciata russa nel Regno di Sardegna. Datata 1791, questa fonte permette di suggerire la tesi che a Torino, diversamente dalla maggior parte delle altre città italiane, la Chiesa ortodossa russa ha stabilito la prima presenza ortodossa ufficiale dai tempi del grande scisma. Indubbiamente altre pagine di storia dell’Ortodossia in Italia attendono solo di essere riscoperte e valutate.

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