Il lavoro nel Nuovo Testamento: Il lavoro, la comunità e l’affidamento alla provvidenza in Mt 6, 25-34 e in Lc 12, 22-32

Il tema dell’affanno e del lavoro che rischia di diventare l’unico scopo della vita dell’uomo, è svolto anche nelle pericopi sull’abbandono alla provvidenza, presenti in Mt e in Lc. Le priorità di Gesù sono chiare, come è trasparente l’attenzione del Padre provvidente nei confronti del discepolo:

Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.

Mt 6, 31-33

È molto importante considerare i diversi contesti dei due brani paralleli: il vangelo di Matteo lo colloca all’interno del discorso della montagna e lo utilizza specialmente come esortazione al discepolo nel vivere l’affidamento a Dio; il vangelo di Luca pone il brano in un’ampia e varia sezione (Lc 12, 13 – 13, 9) in cui il contesto sottolinea soprattutto il tema della vigilanza e dell’importanza del tempo presente, applicati dall’evangelista “al tempo della Chiesa, all’oggi1. Nel terzo vangelo è significativo, per comprendere il brano in modo corretto e nella sua originalità, il successivo riferimento ecclesiale e l’esortazione alla solidarietà2: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno. Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore3.

Da questi elementi emerge che l’esortazione contro l’affanno è rivolta al discepolo, destinatario del discorso di Gesù sul monte, ma viene alla luce anche la necessità di completare il quadro considerando il contesto ecclesiale (e, quindi, solidale) accennato in Luca.. La priorità dell’ascolto della Parola e del Regno di Dio si configurano, infatti, all’interno di una comunità in cui viverli e in cui ci si aiuti e ci si sostenga reciprocamente: “come membro della nuova famiglia di Dio, l’uomo che lavora è liberato dalla dispersione alienante e disumanizzante e anche dall’affanno angoscioso del possedere e del produrre4. Al contrario, dove l’attività lavorativa è vissuta dal singolo in solitudine o in un ambiente radicalmente individualista, dove non si può contare sulla fraterna solidarietà di una comunità-famiglia, essa diventa affanno e alienazione. Il lavoro, quindi, oltre a non poter essere scisso dalla persona che lavora, non potrà nemmeno essere considerato un’attività che riguardi, nei suoi orizzonti di senso e nelle sue conseguenze, solo il singolo, ma deve coinvolgere la comunità cristiana: “il lavoro non è creatore di tale comunità, anzi acquista un senso cristiano soltanto se inserito in tale orizzonte di significato5.

Il riferimento alla comunità dei fratelli e all’affidamento alla provvidenza del Padre (“dacci oggi il nostro pane quotidiano6) si rivela liberante per il cristiano che lavora: “il cristiano, che accoglie come un bambino il regno di Dio (Mc 10, 13-16), chiede al Padre il pane necessario ogni giorno, proclamando così il «tramonto dei padri-padroni» di questo mondo che cercano di sfruttare e di dominare. Il cristiano lavora e «serve», ma non si fa schiavo di nessun «padre» sulla terra, poiché uno solo è il Padre suo, quello celeste (Mt 23, 9)7.

1 B. Maggioni, Il racconto di Luca, Assisi (Pg), Cittadella Editrice, 2005, p. 238.

 

2Il retto uso dei beni deve fare spazio alla solidarietà. E così il «per Dio» trova la sua concretezza nel «per gli altri»”. Ibi, p. 242.

 

3 Lc 12, 32-34.

 

4 A. Bonora, Lavoro, in Nuovo dizionario di teologia biblica, a cura di P. Rossano, G. Ravasi, A. Girlanda, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 1988, pp. 776-788, pp. 784-785.

5 A. Bonora, Lavoro, in NDTB, p. 785.

 

6 Mt 6, 11.

 

7 A. Bonora, Lavoro, in NDTB, p. 785.

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