I musulmani e il Natale. Due contributi per chiarire le idee.

Come ogni anno si avvicina il Natale, le luminarie si accendono, sugli scaffali dei supermercati si allineano pandori e panettoni e i media traboccano di polemiche su presepe, canzoncine natalizie e affini. Pubblichiamo due contributi su come i musulmani considerano il Natale (e in coda un brano del Corano sulla nascita di Gesù). Ci sembrano utili per chiarire le idee sia a chi vorrebbe togliere ogni riferimento cristologico al Natale perché pensa che ai musulmani possa dar fastidio, sia a chi sventola presepi e altri simboli religiosi come bandiere identitarie proprio perché pensa che ai musulmani possa dar fastidio.

I musulmani NON vogliono vietare il Presepe e le canzoni natalizie nelle scuole pubbliche

da Lmticino.blogspot.it, Lega Musulmani Ticino, Associazione islamica e centro culturale a Lugano (CH).

Sotto Natale gli islamofobi ritornano alla carica, insinuando, senza nessuna prova, che i musulmani non accettano le tradizioni cristiane nelle scuole pubbliche.

In questo video si afferma e si ripete che i musulmani non vogliono vietare i crocifissi, i riferimenti religiosi nelle scuole pubbliche, negli inni nazionali, nelle Costituzioni, ecc.

Estratto dal dibattito: “Ma Gesù bambino disturba la festa?” andato in onda il 17.12.2013 sulla trasmissione Piazza del Corriere di TeleTicino.

Sono musulmana e vi chiedo di non cancellare il Natale

da Aleteia.org, Rete Globale Cattolica.

La paranoia dell’offendere le altrui sensibilità religiose ha l’unico risultato di esacerbare gli animi e minare allo sviluppo di una sana intercultura. Provare ad evitare di offendere le sensibilità delle altre religioni annacquando le tradizioni natalizie non fa che alimentare il falso mito dell’intolleranza islamica.

Remona Aly, The Guardian

Che Natale sarebbe senza polemiche? Già dal 17esimo secolo i Puritani emanarono delle leggi che vietavano le celebrazioni natalizie.

E nel periodo della Rivoluzione, in Francia furono proibite le funzioni religiose di Natale e la galette des rois (torta dei re) fu rinominata Gâteau de l’Égalité (torta dell’uguaglianza), rimuovendo ogni riferimento ai Re magi e alla Natività.

Nulla di nuovo sotto il sole, dunque. L’anno scorso Starbucks è finito in un polverone mediatico per aver rimosso, dalle proprie “tazze di Natale”, ogni simbolo cristiano. E quest’anno il Regno Unito è – nuovamente – attraversato dal timore che manifestare la propria identità culturale e religiosa possa offendere chi appartiene ad un’altra confessione di fede.

Nello specifico, diversi datori di lavoro britannici si sono detti incerti se organizzare feste di Natale in ufficio e mandare cartoline ai dipendenti, perché temono seriamente di urtare la sensibilità di chi, tra il proprio team, appartiene ad una minoranza religiosa. Alcuni hanno vietato l’uso di decorazioni in ufficio e rinominato le “festività natalizie” in “festività invernali”.

David Isaac, il nuovo direttore dell’Equalities and Human Right Commission, ha esortato le aziende a gestire il rapporto tra lavoro e religione “sulla base del buon senso“, sottolineando che i datori di lavoro “non dovrebbero sentire alcun senso di colpa” nel condividere lo spirito del Natale con i propri collaboratori.

Isaac, ex responsabile dell’associazione per i diritti LGBT “Stonewall”, ha dichiarato in un’intervista al Sunday Times che “la libertà di religione è un diritto umano fondamentale e non dovrebbe venire meno per paura di offendere qualcuno“.

Negare la propria cultura finisce col danneggiare proprio le minoranze che non si vorrebbero offendere

Ci sono tanti luoghi comuni, sostiene Isaac, in merito alla percezione della religione sul posto di lavoro. “Non c’è niente di male nell’organizzare una festa o mandare delle cartoline di auguri. La maggior parte degli ebrei e dei musulmani che conosco, pur seguendo i dettami della propria religione, sono consapevoli di cosa sia il Natale e in un certo senso lo celebrano anche. Questa“, ha concluso Isaac, “è la realtà dei fatti, questo è ciò che vive la gente. Dobbiamo rifletterci“.

In questo clima di preoccupazione è illuminante un editoriale di Remona Aly sul The Guardian.

La paranoia dell’offendere le altrui sensibilità religiose, paradossalmente, ha effetti contrari a quelli sperati“. La Aly, giornalista britannica di fede islamica, cita il caso della ‘notizia’ del divieto in Svezia di installare decorazioni natalizie in pubblico per non dare fastidio ai musulmani. Una vera e propria bufala – presto diventata estremamente virale, con più di 43mila reazioni su Facebook – che però fa capire quanto l’atmosfera sia diventata tesa. E dimostra che i tentativi di “annacquamento” della propria identità culturale, invece di creare un clima di distensione e convivenza pacifica, finiscono con l’esacerbare gli animi.

A prescindere dalle buone intenzioni di questi datori di lavoro“, continua la giornalista, “le loro paure finiscono col danneggiare proprio quelle minoranze che non vorrebbero offendere. Sul serio, per me non è un problema. Se qualcuno pronuncia le parole ‘albero di Natale’, la mia fede non è affatto compromessa; se sento il Padre Nostro – che conosco a memoria da quando ero bambina – non inizio a sudare freddo. E vi rivelo un altro segreto pazzesco: a un bel po’ di persone che non sono cristiane il Natale piace da morire“.

E – se siamo in grado di fare una distinzione tra governi e popoli – non dovrebbe meravigliarci. Impossibile ignorare le varie restrizioni normative dal sapore tristemente discriminatorio, ma al netto di ciò va rimarcato che spesso – in molti paesi a tradizione islamica – cristiani e musulmani si scambiano gli auguri in occasione del Natale o di festività quali l’Eid al-Adha. Uno dei miei più cari amici è un siriano di Aleppo trapiantato a Roma; in questi giorni di guerra ricorda con nostalgia il clima natalizio nella casa di alcuni parenti cattolici.

E le esperienze condivise dalla giornalista del Guardian non fanno che confermare questa tendenza:

Molte famiglie musulmane, all’avvicinarsi del Natale, creano conversazioni di gruppo su WhatsApp per parlare del ‘tradizionale’ tacchino halal”, racconta Remona. “E di solito sono i miei amici atei a mandarmi le prime cartoline di Natale. Per non parlare del mio amico Sikh che ha deciso di regalarmi ‘Rogue One: A Star Wars Story‘… quale miglior dono di Natale potrebbe fare un Sikh ad una musulmana?“.

Le tradizioni uniscono i popoli e rafforzano la società“, sostiene la Aly. “Quando alcuni amici cristiani, ebrei, Sikh e agnostici mi hanno fatto gli auguri per la Festa del sacrificio, non vuol dire che fossero confusi; hanno semplicemente riconosciuto il valore che quella festa ha per me (ok, volevano anche mangiare dei dolcetti). Quando condivido alcuni rituali dello Shabbat con i miei amici ebrei, o quando faccio gli auguri per il Diwali ai miei amici Hindu, non perdo affatto il senso di chi io sia; anzi, fortifica ciò in cui credo, pur facendomi apprezzare l’ampia pluralità del panorama religioso e culturale del Regno Unito“.

Ma se i datori di lavoro prendono delle “inutili misure preventive“, dando per scontato che i dipendenti non cristiani “si offendano a morte se qualcuno dovesse chiamare ‘albero di Natale’ un albero addobbato durante il periodo invernale“, non fanno che gettare benzina sul fuoco. E, spiega la Aly, questo approccio “non aiuta affatto chi appartiene, come me, ad una minoranza religiosa“.

A me … il Natale piace perché trasmette compassione, speranza, senso di famiglia. Ecco perché” conclude la giornalista, “auguro a chiunque lo celebri, lo segni sul calendario o addirittura semplicemente lo riconosca, un buon Natale“.

Valerio Evangelista

Il Natale nel Corano

La Sura di Maria (XIX) è  molto antica, del periodo meccano, e si dice che venne recitata al Negus, quando accolse in Abissinia un centinaio di musulmani perseguitati dai pagani. Narra la tradizione che “il Negus scoppiò in lacrime fino a bagnarsi la barba, e anche i vescovi piansero fino a bagnare i libri sacri che tenevano in mano” (Cf Guazzetti).

Leggiamo nella Sura XIX la descrizione poetica della nascita  di Gesù: Maria si apparta in un luogo lontano partorisce appoggiandosi ad una palma, mentre una voce le comunica che Dio ha fatto sgorgare per lei un ruscello e può rifocillarsi con i datteri della pianta. Dopo il parto, Maria si presenta con il bambino alla sua famiglia e in questo momento Gesù pronuncia le prime parole dalla culla, per difendere l’onore di sua madre.

La storia della nascita di Gesù, come per il precedente racconto della nascita di Giovanni, differisce in modo significativo dal racconto evangelico. In primo luogo, l’angelo le dice soltanto che sarà la madre di un “figlio sacro” (v. 19) – ovviamente, non c’è una parola del suo essere “il Figlio dell’Altissimo” (Luca 1:32), un concetto respinto nuovamente nel versetto 35. Gesù è però concepito in modo verginale (v. 20). Qui Maria partorisce Gesù sotto una palma (non in una mangiatoia come in Luca 2:7) mentre Allah la conforta durante le doglie con dei datteri (vv. 24-26).

Ricorda Maria nel Libro, quando si allontanò dalla sua famiglia, in un luogo ad oriente.

Tese una cortina tra sé e gli altri. Le inviammo il Nostro Spirito [l’angelo Gabriele (pace su di lui)] che assunse le sembianze di un uomo perfetto.

Disse [Maria]: “Mi rifugio contro di te presso il Compassionevole, se sei [di Lui] timorato!”.

Rispose: “Non sono altro che un messaggero del tuo Signore, per darti un figlio puro”.

Disse: “Come potrei avere un figlio, ché mai un uomo mi ha toccata e non sono certo una libertina?”.

Rispose: “È così. Il tuo Signore ha detto: “Ciò è facile per Me… Faremo di lui un segno per le genti e una misericordia da parte Nostra. È cosa stabilita””.

Lo concepì e, in quello stato, si ritirò in un luogo lontano.

I dolori del parto la condussero presso il tronco di una palma. Diceva: “Me disgraziata! Fossi morta prima di ciò e fossi già del tutto dimenticata!”.

Fu chiamata da sotto: “Non ti affliggere, ché certo il tuo Signore ha posto un ruscello ai tuoi piedi;

scuoti il tronco della palma: lascerà cadere su di te datteri freschi e maturi.

Mangia, bevi e rinfrancati. Se poi incontrerai qualcuno, di’: “Ho fatto un voto al Compassionevole e oggi non parlerò a nessuno””.

Tornò dai suoi portando [il bambino]. Dissero: “O Maria, hai commesso un abominio!

O sorella di Aronne, tuo padre non era un empio, né tua madre una libertina”.

Maria indicò loro [il bambino]. Dissero: “Come potremmo parlare con un infante nella culla?”,

[Ma Gesù] disse: “In verità, sono un servo di Allah. Mi ha dato la Scrittura e ha fatto di me un profeta.

Mi ha benedetto ovunque sia e mi ha imposto l’orazione e la decima finché avrò vita,

e la bontà verso colei che mi ha generato. Non mi ha fatto né violento, né miserabile.

Pace su di me, il giorno in cui sono nato, il giorno in cui morrò e il Giorno in cui sarò resuscitato a nuova vita”.

Questo è Gesù, figlio di Maria, parola di verità della quale essi dubitano.

Sura “di Maria” XIX, vv. 16-34

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