Burnout: quando il lavoro ti brucia

da Interris.it, online international newspaper – con i piedi in terra guardando il cielo.

I casi di mobbing e bossing, in cui il lavoratore è oggetto di comportamenti aggressivi, discriminatori e persecutori, da parte di colleghi o, nel secondo caso, di superiori gerarchici, si accompagnano, spesso, a un fenomeno in Italia meno noto ma molto diffuso, denominato “burnout” (letteralmente “bruciato”, polverizzato, annientato) che complica il quadro già esistente.

Disagio

Nelle professioni, infatti, in cui a fondamento c’è un rapporto continuo e diretto con il prossimo, soprattutto in situazioni di disagio e sofferenza (attività di assistenza psicologica, medica, infermieristica, di volontariato, di tutela e controllo in quanto forze dell’ordine), si avvia un processo in cui il lavoratore somatizza in modo graduale e inarrestabile le difficoltà che incontra nella professione e le vive durante tutto l’arco della giornata, anche fuori dell’orario lavorativo. In un rapporto quasi osmotico, il dipendente assorbe il disagio a cui è legato quotidianamente nell’operare a contatto con soggetti in difficoltà e lo fa proprio, a volte in maniera volontaria in altre senza volerlo.

Insoddisfazione

Ad alimentare questa vera e propria patologia concorrono diversi fattori, tra cui l’eccessivo carico di lavoro, le scarse risorse, la burocrazia, le aspettative disattese (in quest’ultimo caso, trattandosi di attività in cui l’impeto e le motivazioni originarie sono enormi, quasi in uno slancio “missionario”, la delusione è più cocente rispetto a professioni di altro genere). A volte si ha la sensazione di non riuscire a combinare nulla e di non essere quella piccola goccia che ci si proponeva di divenire, per esempio nel terzo settore o nelle cosiddette “professioni d’aiuto” o “helping profession”. Si interiorizza l’impossibilità di poter soddisfare, per problemi di tempo, di mezzi e risorse economiche, le richieste e gli appelli delle persone che soffrono.

Professioni a rischio

Le difficoltà di relazione tra dipendenti di diverso grado gerarchico contribuiscono a rendere la situazione più problematica, sino a vere e proprie condizioni di altissimo stress e di esaurimento nervoso che conducono, in alcuni soggetti, addirittura al suicidio. Si è notato come la sindrome del burnout si sia progressivamente estesa a professioni originariamente non considerate a rischio, tra cui l’insegnamento, svolte spesso a contatto con situazioni ambientali di degrado, in cui si rende impossibile condurre un’attività formativa e si subisce il contraccolpo del disagio circostante sino ad assorbirlo pienamente. Altri casi possono riguardare gli avvocati, coinvolti pienamente nella difficile situazione delle persone che devono tutelare e che somatizzano le problematiche degli assistiti.

Studi

La patologia, infatti, si è estesa (o era già presente e attendeva soltanto un riconoscimento più ampio), rispetto ai primi studi degli anni ’70, condotti da Herbert Freudenberger e Christina Maslach (psicologi statunitensi) in un reparto di igiene mentale. La Maslach ha anche elaborato un test di 22 domande (conosciuta proprio come “Scala di Maslach” o “Maslach Burnout Inventory”), con 6 diverse gradazioni di risposta, volto a definire l’eventuale insorgenza della patologia.

Genesi

Il burnout nasce direttamente nelle situazioni in cui si svolge l’attività lavorativa, per problematiche lì riconducibili e non tanto per facili paragoni con l’esterno o con altre professioni ritenute più appaganti; ciò implica quanto sia profonda e lacerante la delusione tra ciò che era nelle speranze al momento di intraprendere uno studio specifico (sino all’agognata assunzione) e la realtà in cui affondano del tutto le aspirazioni coltivate. In un quadro del genere, ovviamente, le motivazioni raggiungono picchi molto bassi e la vittima è spinta a cercare tutte le occasioni per disertare il posto di lavoro.

La società occidentale moderna che poco riconosce il valore della persona sia come soggetto bisognoso di ausilio, conforto e cura sia come operatore in grado e con le competenze umane e professionali per soddisfarle, finisce per creare un vuoto comune ad ambedue le parti in questione.

Cause

Le responsabilità, quindi, di ciò che conduce al burnout sono da ricollegarsi al contesto lavorativo, espressione diretta di un sistema che pone il profitto e il contenimento dei costi (intensificazione e sfruttamento delle risorse, con tagli a servizi e assistenza) come bene supremo, al di là dalle ripercussioni umane che possono generarsi. Il prezzo sociale da pagare è altissimo; come un boomerang si ritorce sull’intera collettività.

Riconoscimento e cura

Al contempo, ferme le responsabilità del contesto sociale, è auspicabile un riconoscimento ufficiale del burnout, che sia in grado di offrire, a chi ne soffre, gli strumenti e le garanzie per migliorare la propria situazione (e i mezzi legali per coloro che sono stati oggetto di licenziamento) fornendo, altresì, le condizioni per superare i contesti sociali fonte di spersonalizzazione e stress.

Marco Managò

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