Senza prolusione

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Ma come faremo d’ora in poi, senza prolusione?!? La notizia è clamorosa: i vescovi italiani rinunciano alla sorta di “enciclica” che il presidente della Cei infliggeva loro in apertura d’ogni convocazione del Consiglio permanente, quella lunghissima rielaborazione delle vicende dell’universo mondo destinata a «dettare la linea» dell’episcopato italiano per i mesi a venire. E per i giornalisti una periodica manna cui attingere notizie da sbattere quasi sempre nelle pagine politiche: i vescovi bacchettano il governo, i vescovi a favore del governo, e via semplificando…

Altro che i bruscolini teologico-pastorali agitati da papa Francesco; questa sì che è la vera rivoluzione epocale per la Chiesa della Penisola! La prolusione costituiva infatti, da una parte, una sorta di riassuntivo ordine del giorno degli argomenti da mettere sul tavolo della discussione, ma – di fatto – era la barriera invalicabile (e in questo senso mal sopportata da vasta parte dei presuli stessi) nel cui alveo doveva scorrere quel po’ di dibattito esistente; tant’è che poi dai media veniva dedicata alle conclusioni del Consiglio Cei un’attenzione assai minore, visto che si trattava in pratica di una versione più corta di quanto già anticipato dal presidente.

Dunque senza prolusione cambia davvero un’epoca. E il lettore scusi l’ironia, ma chi ha vissuto il periodo aureo delle articolatissime prolusioni ruiniane – con relativo codazzo di pensose opinioni di “esperti” immediatamente convocati dai media cattolici a commentarne le frasi salienti – sa che cosa abbiano significato: sia come metodo dirigista di conduzione ecclesiale, sia nel merito delle “intrusioni” Cei (così infatti erano spessissimo interpretate in campo “laico”) nella società civile e nella politica.

Adesso invece siamo tutti più «sinodali» – e fin che dura va bene così. La chilometrica esposizione è stata dunque abolita e sarà sostituita (questa è l’intenzione) da un’introduzione più breve e «problematizzante», espressa in forma privata nell’assemblea episcopale, e poi da una conclusione – quella invece resa pubblica – che recepirà anche «la ricchezza maturata nel discernimento collegiale» (tradotto: si esporranno non più solo il verbo del presidente, ma anche i frutti scaturiti dal dibattito comune).

Forse andrà in pensione anche una stagione ecclesiale molto verbosa, in cui gli organi gerarchici hanno spesso inteso come compito principale la stesura di documenti e indirizzi, cose comunque di carta; e adesso, con i social che ci stanno abituando a espressioni brevissime e soprattutto un Papa che i suoi pronunciamenti più forti li fa a braccio, anche la Cei cambia stile.

Di certo è finito da tempo quel certo modo di parlare a nuora perché suocera intenda che quelle prolusioni – costruite più per far giungere un messaggio all’esterno che per comunicare con il corpo ecclesiale – lasciavano intendere. Nel bene e nel male, la Chiesa italiana abbandona un dato schema di espressione, che faceva da faro ma nello stesso tempo oscurava ogni altra versione possibile, e si avventura anche in questo modo nel mare aperto del magistero “liquido” cui Francesco ci ha abituato. Nel bene e nel male; ma del resto, chi è “in uscita” sa davvero cosa incontrerà?

Roberto Beretta

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